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Pioniere. Jane Austen,
"la più perfetta"

Foto: Flickr/reihayashi

Jane Austen economista, l'intreccio di amore e denaro, ricchezza e ceto sociale secondo la prosa attenta e precisa di una delle autrici "più perfette" di sempre

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Quando, tra la fine del settecento e gli inizi dell’ottocento, nacque l’economia politica classica, scrive Piketty, la distribuzione del reddito costituiva una delle questioni chiave. Le trasformazioni radicali in corso nell’economia e nella società – la crescita demografica sostenuta, l’esodo dalle campagne, la rivoluzione industriale - erano sotto gli occhi di tutti e minacciavano lo status quo nella distribuzione della ricchezza, nella struttura sociale, negli equilibri politici. Così, se David Ricardo (1772-1823) aveva posto la distribuzione del reddito fra le classi sociali – salari, profitti e rendite - al centro della sua analisi, Jane Austen (1775-1817), sua contemporanea, analizza e rappresenta le trasformazioni, le passioni e gli interessi che segnavano i profondi cambiamenti della sua epoca dall’interno del suo microcosmo. 

Il microcosmo descritto da Austen è composto prevalentemente da una classe di proprietari terrieri e “gentiluomini” di campagna, il cui reddito deriva in prevalenza da rendita fondiaria e titoli del debito pubblico. Non manca la figura del “mercante”, di ancor dubbia accettabilità sociale. Come scrive McMaster infatti, “il commercio rappresenta la nuova ricchezza, e, come il vino, non è considerata rispettabile prima di un adeguato invecchiamento”. Non c’è quasi traccia invece nei suoi racconti della ricchezza finanziaria derivante dalle attività della city – che aveva preso il posto di Amsterdam come centro finanziario mondiale, e di cui Ricardo è un tipico esponente - né della ricchezza manifatturiera legata alla rivoluzione industriale. Sullo sfondo si muove un esercito di servitori, che non giocano altro ruolo se non quello di manifestazione e sfoggio di ricchezza, alla stessa stregua delle carrozze, dei cavalli, o dei cani da caccia. Né ha posto alcuno la crescente massa del proletariato. 

Ricchezza e ceto

Nei racconti di Jane Austen il denaro è onnipresente, non solo come forza astratta, ma come grandezza palpabile e concreta. Il reddito e la ricchezza dei protagonisti vengono quantificati con precisione perché il loro ammontare consente al lettore di percepirne immediatamente lo status sociale. “Ognuno sapeva a quale livello di vita corrispondevano quei numeri”, scrive Piketty. Secondo le sue stime, agli inizi dell’800 il reddito medio pro-capite in Inghilterra era pari a circa 30 sterline all’anno, ed era stato relativamente stabile nel corso del diciottesimo secolo (aveva lo stesso valore del 1720 o del 1770)[1]. Il reddito rappresentava dunque un punto di riferimento affidabile per valutare il tenore di vita: era noto che per vivere comodamente e conformemente al proprio status - trasporti, vestiti, pranzi, divertimenti, un numero congruo di servitori - si richiedeva una somma pari almeno a 20 o 30 volte il reddito medio. Con 2000 sterline (il reddito di Mr. Bennet, il gentiluomo di campagna di Orgoglio e pregiudizio o del Colonnello Brandon di Ragione e Sentimento) si poteva condurre una vita agiata, anche se la gestione domestica doveva essere condotta con una certa prudenza se c’erano cinque figlie che necessitavano di una dote. Se il reddito dei Bennets li colloca all’interno dell’1% più ricco nell’Inghilterra del tempo, con un reddito di 10000 sterline Mr. Darcy fa parte dello 0,1%[2]. C’era dunque, anche allora, una enorme distanza fra i ricchi e gli estremamente ricchi, che marcava le differenze anche all’interno delle classi agiate, e ne definiva la cerchia sociale (le connections).

Foto: Flickr/Adair733La rendita regna nei salotti. Infatti, riluttante a eliminare i privilegi fiscali della nobiltà, il governo inglese decise di ricorrere all’indebitamento per il finanziamento delle guerre[3]. Alla fine delle guerre napoleoniche il debito pubblico inglese si attestava su valori elevatissimi, intorno al 200% del reddito nazionale[4]. La scelta di finanziare le spese dello stato con debito anziché con tassazione aveva sostenuto la crescita della ricchezza privata: anziché essere decurtate dalle tasse, le rendite dei proprietari terrieri e i profitti di commercianti e imprenditori vennero investiti in titoli pubblici a un tasso di interesse particolarmente conveniente[5]. Se infatti, come afferma Piketty, la stabilità del valore della sterlina conferiva fiducia nelle grandezze monetarie, il periodo delle guerre napoleoniche, in cui sono ambientati i racconti della Austen, rappresenta un momento particolare di rottura della stabilità - con sospensione della convertibilità in oro della sterlina, deprezzamento del cambio, inflazione e tassi di interesse elevati. Se il tasso di interesse nominale sulle consols – titolo pubblico perpetuo che rappresentava l’investimento per eccellenza di “vedove e orfani” – era del 3%, il suo rendimento effettivo all’inizio del secolo aveva oscillato fra il 4,5 e il 6 per cento. È forse per questo che, sebbene questi episodi non vengano esplicitamente riferiti nei racconti, i personaggi della Austen sembrano applicare una formula immediata per trasformare la ricchezza in un flusso di reddito, calcolando un tasso di interesse del 5%[6].

Alle due fonti tradizionali di reddito, rendita fondiaria e interesse sui titoli pubblici, si aggiungeva il profitto sulle attività commerciali. Sebbene in rapida crescita, i profitti dalle colonie costituivano invece ancora una parte contenuta del reddito (pari nel 1812 al 10% del reddito nazionale, o a un trentesimo del valore del patrimonio terriero). Questo spiega l’attenzione prevalente di Jane Austen alle forme di reddito “tradizionali”, con solo qualche vago riferimento agli affari, mai meglio identificati, intrattenuti “a Londra” da alcuni suoi personaggi o, come in Mansfield Park, agli investimenti di Sir Thomas nelle piantagioni delle West Indies

Austen non mette mai direttamente in discussione l’ordine sociale, né la pietà per i poveri (e l’orrore per la povertà) espresso implicitamente attraverso le sue eroine, la inducono a considerare l’iniquità della distribuzione del reddito. E, sebbene i suoi racconti siano ambientati nel periodo delle guerre napoleoniche, l’unico riferimento, assai indiretto, alla guerra lo si ricava dalla descrizione del movimento delle truppe, che tanta eccitazione provocano nelle giovani, e dai guadagni ottenuti dagli ufficiali di marina (derivanti, si presume, da battaglie navali vittoriose). 

Per questi silenzi Austen è stata accusata di “apoliticità”. Ma, replica Rebecca West, Jane Austen concentra l’analisi sui fenomeni sociali che aveva l’opportunità di osservare, e su cui dunque aveva qualcosa da dire: sulla struttura sociale, sulle diseguaglianze che dividevano persone altrimenti affatto eguali, e soprattutto sull’universo femminile che popola il suo microcosmo. Facendo delle donne il fulcro fondamentale di ogni romanzo, Jane Austen è stata, scrive Lara, "una delle prime scrittrici a dedicare l'intero suo lavoro all'analisi dell'universo femminile”. E se la politica riguarda le relazioni di potere, conclude Kelly, i racconti di Austen parlano di politica nella vita privata e locale.

Amore e denaro

È attraverso l’intreccio fra amore e denaro che Austen analizza, con ironia e partecipazione, gli aspetti “politici” della società inglese del suo tempo. 

“È una verità universalmente riconosciuta, che uno scapolo in possesso di un'ampia fortuna debba avere bisogno di una moglie. Per quanto poco si possa sapere circa i sentimenti o i punti di vista di un uomo del genere al suo primo apparire nel vicinato, questa verità è così saldamente fissata nelle menti delle famiglie del circondario, da considerarlo di legittima proprietà di una o l'altra delle loro figlie.” Così recita l’incipit di Orgoglio e pregiudizio.

Tutte le eroine sono a caccia di un marito con un reddito: se questa sembra essere stata la principale preoccupazione della figlia di un gentiluomo - e dei suoi genitori - verso la fine del diciottesimo secolo, questa attività non risparmiava neppure i rampolli maschi, da cui ci si aspettava un matrimonio almeno pari, se non superiore, al loro rango e ceto. Jane Austen descrive il processo di graduale assimilazione dei nouveaux riches nella nobiltà, l’alleanza fra “sangue” e denaro attraverso cui l’aristocrazia rimpingua le sue risorse e la nuova classe in ascesa ottiene promozione di rango e di classe per i propri rampolli. Se non sembra condividere il pregiudizio contro i nuovi ricchi, non mette neppure in discussione l’acquisizione senza merito di titoli e ricchezza. La sua riprovazione si limita ai casi in cui l’acquisizione della ricchezza avviene in circostanze da lei giudicate deprecabili o ingiuste.

Il compromesso fra amore e ricchezza costituisce uno dei punti principali attorno a cui si snodano i vari racconti, attraverso cui si può leggere la denuncia che Austen fa della condizione femminile. Se infatti non nasconde la sua riprovazione quando il conflitto viene risolto unicamente a favore della ricchezza, è ben consapevole che il matrimonio rappresenta in ogni caso per una donna una condizione necessaria per una vita tranquilla e dignitosa, come ci ricorda Charlotte Lucas, che “sebbene non avesse mai tenuto in alta considerazione né gli uomini, né il matrimonio, considerava comunque il matrimonio come obiettivo prioritario” (Orgoglio e pregiudizio). Austen ci ricorda le implicazioni per mogli e figlie delle leggi di successione inglesi, che prevedevano il passaggio della proprietà al primogenito maschio e, in mancanza di un figlio maschio, a un parente maschio. Mentre l’esercito o il clero potevano essere un’alternativa onorevole per i figli maschi cadetti, la governante era l’unica professione aperta a una donna di buona famiglia e con una istruzione decente, ma senza mezzi finanziari. Il matrimonio costituiva dunque l’unica via di fuga. Così Charlotte Lucas sceglie di sposare l’inetto Mr. Collins, non per amore, ma perché questo rappresenta l’unica alternativa a una vita da zitella dipendente dalla carità del fratello più giovane. 

Jane Austen non lasciò mai la sua famiglia e morì nubile come la amata sorella, Cassandra. Il nipote J. E. Austen-Leigh ne scrisse una biografia, A memoir of Jane Austen, pubblicata nel 1869, in cui viene presentata come una signorina esemplare, presa dalla vita domestica e dedita solo incidentalmente alla letteratura. Per sua fortuna, la critica letteraria successiva è stata più generosa, riconoscendole, con Virginia Woolf, di essere “l’artista più perfetta tra le donne”. 

NOTE

[1] Piketty riporta il reddito per adulto, e non il reddito pro-capite, come fa invece Milanovic (2011). Va ricordato che occorre molta cautela nel maneggiare le serie storiche del reddito e della ricchezza e le stime di Piketty non sono state esenti da critiche. Per quanto le stime sulla distribuzione del reddito possano differire, rimane comunque la realtà di una società fortemente diseguale.

[2] Milanovic (2011), usa le stime di Robert Colquhoun relative all’inizio del 19° secolo.

[3] Dalla fine del seicento la spesa pubblica è decisa dal parlamento e non dipende solo dall’arbitrio del sovrano. Nel corso del dciottesimo secolo, in conseguenza delle frequenti guerre, il debito pubblico inglese aveva raggiunto valori elevati, nell’ordine del 50 percento del reddito nazionale fra il 1700–1720 e del 100 percento fra il 1760–1770 (Piketty, 2013).

[4] A differenza della Francia, l’Inghilterra non ha mai fatto bancarotta sul suo debito. Ci vorrà un secolo di sostenuti avanzi pubblici, nell’ordine del 2-3% del Pil, sommati alla crescita del reddito (stimato al 2,5% l’anno nel periodo 1815-1914) per ridurre gradualmente il debito, che nel primo decennio del 1900 scende a solo il 30 per cento del reddito nazionale. Ritornerà su valori del 200% del reddito alla fine della seconda guerra mondiale.

[5] Il rendimento sulle consols scenderà progressivamente nel corso del diciannovesimo secolo fino al 2,5 per cento nell’ultima decade (cfr. Homer e Sylla 2005, cap. 13) ma, in presenza di un tasso di inflazione fra il 1815 e il 1914 praticamente nullo, risulterà ancora relativamente vantaggioso.  

[6]these heiresses' fortunes are understood immediately by contemporaries as yearly incomes through multiplying them by 5 per cent, a procedure that reveals their yearly income from investment in the 5 per cent government funds" (Copeland 1997, p. 132).

Riferimenti 

Copeland, E. (1997), “Money,” in The Cambridge Companion to Jane Austen, edited by Edward Copeland and Juliet McMaster, Cambridge, Cambridge University Press, pp. 131-148.

Homer, S. e Sylla, R. (2005), A History of Interest Rates, John Wiley & Sons, Hoboken, New Jersey (4° edizione)

Kelly, (1997), “Religion and politics”, in The Cambridge Companion to Jane Austen, edited by Edward Copeland and Juliet McMaster, Cambridge, Cambridge University Press, pp. 149-169.

Lara, M.P. (2003), Intrecci morali. Narrazioni femministe della sfera pubblica, Roma, Armando Editore.

McMaster, J. (1997), “Class” in The Cambridge Companion to Jane Austen, edited by Edward Copeland and Juliet McMaster, Cambridge, Cambridge University Press, pp. 115-130.

Milanovic, B. (2011), The haves and the haves not. A brief and idiosyncratic history of global inequality, Basic Books, New York, trad. It. Chi ha e chi non ha, Il Mulino, Bologna 2012.

Piketty, T. (2013), Le capital au XXIe siècle, Ėdition du Seuil, Paris, trad. It. Il Capitale nel 21° secolo, Bompiani, Milano, 2014.

West, R. (1958), The Court and the Castle: A Study of the Interactions of Political and Religious Ideas in Imaginative Literature, London, Macmillan.

Woolf, V. (2003), Le donne e la scrittura, La Tartaruga, Milano

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