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Prostituzione
Approcci europei

Come è regolamentata la prostituzione in Europa

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In ambito europeo non sono state ancora intraprese iniziative normative comunitarie per armonizzare la disciplina della prostituzione. Tra gli Stati membri sono notevoli le differenze di approccio sociale, giuridico ed economico sulla gestione della prostituzione e del suo mercato.

 

 

 

Dove la prostituzione è legale:

 

·      Prostituzione regolamentata:

 

La legalizzazione e regolamentazione della prostituzione avviene con modalità differenti per esempio la statalizzazione dei bordelli o l’istituzione di quartieri a luci rosse. In sette Paesi europei (Paesi Bassi, Germania, Austria, Svizzera, Grecia, Ungheria e Lettonia) la prostituzione è legale e regolamentata. La legalizzazione spesso include l'imposizione di tasse e restrizioni, più o meno ampie, nell'esercizio della prostituzione. In Grecia (la legge è del 1999) è ammessa la sola prostituzione indoor, le prostitute hanno l’obbligo di registrarsi a scopo sanitario e sono tenute al pagamento delle imposte. In Lettonia (la legge è del 2000) la prostituzione può essere esercitata in abitazioni proprie ovvero in aree individuate dallo Stato. Nei Paesi Bassi (la legge è del 2000) la prostituzione è ammessa in luoghi chiusi, in aree determinate, ed, all’aperto, in zone individuate dai comuni. Alle prostitute sono riconosciuti diritti e doveri del tutto analoghi a quelli previsti, in generale, per il prestatore di lavoro. Non sono ammessi controlli sanitari.

 

Zoom: Germania

 

La Prostitutionsgesetz (legge sulla prostituzione) approvata nel 2002, ha legalizzato il lavoro sessuale, riconoscendo alle/agli sex worker il diritto all’assistenza, al trattamento pensionistico e previdenziale. In materia però prevale la legislazione regionale ed in alcuni Länder tali diritti e la prostituzione non sono riconosciuti e consentiti. Di fatto vige il principio della zonizzazione, ossia le autorità locali decidono i luoghi predisposti all’esercizio dell’attività e istituiscono i registri delle imprese commerciali. La legislazione precedente, invariata dalla Legge del 2002, consente alle autorità locali di “tutelare la pubblica decenza” esercitando il potere di vietare o limitare, zone o ore, di apertura dei bordelli. Il risultato è un quadro complesso e variegato a livello territoriale: ad esempio a Berlino la prostituzione è autorizzata solo in alcune zone, ad Amburgo solo in poche strade, a Stoccarda sono previste invece poche limitazioni. Gli obiettivi alla base della legge si possono riassumere nei seguenti punti:

·      migliorare la posizione giuridica e sociale di coloro che vendono prestazioni sessuali;

·      migliorarne le condizioni di lavoro;

·      eliminare la prostituzione illegale e il traffico;

·      predisporre condizioni alternative per le donne che desiderano cambiare professione.

L’idea alla base della legge tedesca è che la regolamentazione è vista come un mezzo per integrare il mercato della prostituzione nell’economia formale rimuovendone contestualmente lo stigma. Le/i sex workers possono esercitare l’attività sia come lavoratori autonomi sia come dipendenti. Al fine di evitare fenomeni di sfruttamento, depotenziando il racket che ruota attorno alla prostituzione, è espressamente previsto il divieto di cessione a terzi dei crediti da lavoro della prostituta, che sono peraltro soggetti a tassazione. La legge sancisce che la relazione tra prostituta e cliente non è più considerata immorale e regolata per legge. In virtù di tali disposizioni la sex worker può esercitare il diritto legale al proprio compenso. Lo sfruttamento e la prostituzione minorile sono illegali, punibili con pene variabili a seconda dell’età del bambino/a. È sanzionata la coercizione alla prostituzione e per i/le cittadini/e extracomunitari senza permesso di soggiorno è vietato prostituirsi. La tratta è stata criminalizzata nel 2005 e le sanzioni vanno da sei mesi a 10 anni di carcere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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   Prostituzione non regolamentata:

 

Non si penalizza la prostituzione né l'acquisto di prestazioni sessuali, ma al tempo stesso non li si regolamenta. Si puniscono invece tutta una serie di condotte collaterali alla prostituzione (favoreggiamento, induzione, reclutamento, sfruttamento, gestione di case chiuse, etc.). Il sistema chiama lo Stato fuori dalla disputa, senza proibire o regolamentare l'esercizio della prostituzione, ma la vorrebbe scoraggiare attraverso la punizione di tutte le attività collaterali e la mancata regolamentazione. Questo modello è seguito dalla gran parte dei Paesi dell'Europa occidentale: Andorra, Armenia, Belgio, Bulgaria, Città del Vaticano, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Irlanda, Italia, Liechtenstein, Lussemburgo, Malta, Monaco, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, San Marino, Slovacchia, Spagna. In Danimarca ed in Finlandia chi esercita la prostituzione è titolare di redditi assoggettati ad imposta. In Finlandia inoltre le autorità municipali hanno poteri di regolamentazione del fenomeno ed Helsinki, sin dal 1999, lo ha fatto limitando la prostituzione di strada. Nella Repubblica Ceca è stato introdotto un peculiare regime fiscale per le prostitute, soggette quindi al pagamento delle imposte.

In Francia, con legge del 2003 sulla sicurezza interna, è stato introdotto il concetto di “adescamento passivo”, vietando la prostituzione outdoor. Tale scelta legislativa è stata ed è tutt’ora oggetto di forti polemiche: la nozione, in assenza di tassatività, conferisce notevole discrezionalità alle autorità tenute all’applicazione della norma, ed è stata interpretata come divieto della prostituzione in strada.

 

Zoom: Italia

 

Prima dell’approvazione della legge Merlin (n. 75/1958), nel nostro ordinamento l’esercizio della prostituzione era consentito in appositi “locali dichiarati di meretricio”, debitamente autorizzati e registrati, e previa sottoposizione delle prostitute a controlli sanitari periodici e obbligatori.

Con la legge Merlin, la prostituzione risulta limitata da una serie di divieti tesi a consentirne l’esercizio solo in forma individuale, non organizzata. Inoltre, non si prevede alcun obbligo di pagare le tasse sui proventi dell’attività. La legge punisce lo sfruttamento (dai 2 ai 6 anni di reclusione), sia puramente economico, sia attuato con violenza, minaccia o inganno che ne rappresentano delle aggravanti. Allo stesso modo punisce il favoreggiamento, il reclutamento, l’agevolazione e l’induzione alla prostituzione. In particolare, la legge Merlin vieta l’esercizio delle case di prostituzione nel territorio dello Stato e dispone la chiusura dei “locali di meretricio”, così abolendo ogni forma diretta o indiretta di registrazione, da parte delle autorità di pubblica sicurezza e delle autorità sanitarie, dell’attività di prostituzione. La legge Merlin, abolendo la regolamentazione della prostituzione, avrebbe, in altri termini, dovuto configurare la prostituzione come una libertà di fatto; invece, la prostituzione, di per sé, non è né repressa, né tutelata. In realtà, la legge del 1958 reprime indirettamente la prostituzione creando una serie di limiti intorno al lavoro della prostituta, stabilendo delle vere e proprie incapacità che ne riducono pesantemente i diritti civili. Ad esempio, pur non essendo la prostituzione illecita, la prostituta sposata non può contribuire ai bisogni della famiglia con i proventi della sua attività, perché altrimenti il coniuge commette delitto di sfruttamento. Dunque, la prostituzione è un’attività lecita, ma quasi impossibile da esercitare nella legalità.

Le riforme recenti hanno riguardato solo la tratta e la prostituzione minorile inasprendo pene già presenti nell’ordinamento. La legge sulle “norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno dei minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù” (L.269/1998) ha introdotto la reclusione da sei mesi a tre anni o una multa non inferiore a 10 milioni per i clienti di minori di 16 anni, mentre la “ Disciplina dell’immigrazione e norma sulla condizione dello straniero” (L40/1998) contiene norme contro l’immigrazione clandestina. Anch’esse inaspriscono le pene per il reclutamento di persone da destinare alla prostituzione o allo sfruttamento. La legge ha migliorato la condizione di chi denuncia i trafficanti: era già possibile usufruire di uno speciale permesso di soggiorno di un anno per motivi di giustizia per tutti i migranti extracomunitari che collaborassero per contrastare l’attività di gruppi criminali, ora sono previsti dei permessi a carattere umanitario per le vittime di traffico. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

·      Dove la prostituzione è illegale:

 

La prostituzione è vietata e, a seconda del paese, si punisce la persona prostituta, con pene pecuniarie o detentive oppure il solo cliente o entrambi.

Viene punita la persona prostituta e in alcuni casi anche il cliente nella gran parte dei Paesi dell'Est Europa: Albania, Azerbaigian, Bielorussia, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Georgia, Kazakistan, Lituania, Macedonia, Moldavia, Montenegro, Romania, Russia, Serbia, Slovenia e Ucraina. L’unico paese dell’Europa occidentale che asseconda questo modello è l’Irlanda, dove la legge del 1993 vieta le case chiuse e prevede le pene dell’ammenda e dell’arresto per le prostitute ed i clienti.

 

Si differenzia l’approccio scandinavo, dove la prostituzione è illegale, ma ad essere punito è il cliente. La criminalizzazione del solo cliente, con la punizione dell’acquisto di prestazioni sessuali, è stato adottato in Svezia dal 1999 e successivamente in Islanda e dal gennaio 2009 anche in Norvegia.

 

Zoom: Svezia

 

La legge sulla proibizione all’acquisto di servizi sessuali (Kvinnofrid – “pace delle donne”), approvata nel 1998, stabilisce che “ chiunque si procuri una relazione sessuale occasionale dietro compenso è condannato per l’acquisto di servizi sessuali”, e sottopone il tentativo alle medesime pene. La legge svedese di conseguenza punisce solo il cliente perché si basa sull’assunto che la prostituzione è una violenza dell’uomo contro la donna, sempre: anche quando la prostituta afferma di svolgere l’attività per scelta, consapevolmente. Infatti la legge non è che un articolo all’interno di un pacchetto legislativo più ampio sulla violenza maschile contro donne. La legge ha tre obiettivi strategici:

·      Promuovere l’uguaglianza di genere

·      Tutelare le donne dalla violenza maschile

·      Stabilire che la prostituzione è una violenza contro le donne e garantire un sostegno pubblico conforme a tale approccio.

All’interno della legge è indicato chiaramente che l’obiettivo a lungo termine è l’abolizione della prostituzione in quanto espressamente qualificata come “grave violazione dell’integrità della donna”.

Attraverso questa legge, la prestazione venduta dalla sex worker in tutti i contesti e in ogni fattispecie è stata depenalizzata in favore di un approccio di tipo welfaristico: si offre sostegno pubblico alle donne per “uscire” dalla prostituzione. Contestualmente l’acquisto delle prestazioni sessuali è criminalizzato, con sanzioni che vanno da una multa alla reclusione fino a sei mesi. La stessa legge stabilisce la non punibilità di chi si prostituisce, ma punisce appunto l’adescamento, sia esso compiuto da chi vuole vendere o da chi vuole comprare una prestazione sessuale.

I reati legati allo sfruttamento della prostituzione sanzionano le condotte di chi favorisce rapporti sessuali occasionali a pagamento con una pena massima di quattro anni di reclusione, aumentata a sei anni nei casi di particolare gravità. La tratta di persone a fini di sfruttamento sessuale è stata penalizzata nel 2004 per includere il traffico interno e altre forme di sfruttamento con sanzioni da due a 10 anni di carcere.

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