Politiche

Non sempre, e non a tutte le condizioni è più efficiente tassare di meno le lavoratrici, ma lo è sempre quando il gap di genere è consistente. Una scheda tecnica spiega perché

Quando è più efficiente
tassare di meno le donne

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Foto: Unsplash/ Brooke Cagle

Per finanziare le proprie spese lo Stato preleva denaro tramite tasse o imposte. Ci sono molti modi di ottenere un dato gettito fiscale: imposte su diversi beni, su diversi livelli di reddito, su diversi cittadini ecc. Naturalmente, le spese finanziate dalle tasse in un modo o nell’altro portano benefici ai cittadini. E tuttavia le tasse, di per sé, provocano un danno (una perdita di potere d’acquisto).

La teoria della tassazione ottima studia i modi migliori per ottenere un dato gettito fiscale con il minimo danno possibile per i cittadini. Il concetto cruciale è la cosiddetta “elasticità”: una misura dell’intensità con la quale un soggetto economico risponde a una variazione del suo ambiente economico, ad esempio l’aumento di un prezzo. Se il prezzo del caviale aumenta dell’1% e il mio consumo di caviale di conseguenza diminuisce del 2%, allora si dice che la mia elasticità è -2. Se il mio salario orario aumenta dell’1% e di conseguenza aumento (o almeno desidero aumentare) le mie ore di lavoro dello 0.5%, allora la mia elasticità rispetto al salario è 0,5. È proprio quest’ultimo tipo di elasticità che è rilevante dal punto di vista della tassazione ottima. La quale ci dice che le imposte sui redditi dei cittadini più elastici dovrebbero essere inferiori a quelle sui redditi dei cittadini meno elastici. L’intuizione è abbastanza semplice.

Consideriamo due individui, A e B, con lo stesso reddito lordo annuale da lavoro (50.000 euro) ma con elasticità diverse. Quella di A è 1, mentre quella di B è 0. Se lo Stato applica una imposta del 20% sul reddito da lavoro di B, B non si muove (elasticità nulla) e il gettito che si ricava è esattamente il 20% di 50.000, cioè 10.000 euro. Se invece applicassimo la stessa imposta del 20% sul reddito da lavoro di A, le sue ore lavorate e quindi il suo reddito lordo diminuirebbero del 20% (l’elasticità di A è 1). A questo punto l’imposta si applicherebbe a 40.000 euro e il gettito sarebbe 8.000. Per ottenere 10.000 dovremmo imporre una tassa più alta: un semplice calcolo – che vi risparmio – ci dice che la tassa dovrebbe essere circa il 32%. Questo provocherebbe ad A un danno maggiore di quello che provocheremmo a B. Infatti il salario orario di A diminuirebbe del 32% invece che del 20% e per poter avere lo stesso reddito netto A dovrebbe lavorare di più di quanto lavorerebbe B. Quindi conviene tassare B invece di A.

L’esempio illustrato è un caso estremo e nel disegno della tassazione intervengono molti altri fattori. Tuttavia, illustra il principio generale. È più efficiente tassare di meno gli individui più elastici. Empiricamente si rileva che in effetti le donne sono più elastiche. Di conseguenza sarebbe più efficiente tassare di meno il reddito da lavoro delle donne. A questo punto, tuttavia, bisogna far presenti alcune qualificazioni. Gli studi empirici mostrano che la maggiore elasticità delle donne vale solo per le donne sposate. Le donne single si comportano esattamente come gli uomini. Inoltre le cose si diversificano notevolmente da paese a paese e nel tempo. La differenza di elasticità tra donne (sposate) e uomini tende a scomparire con il crescere della occupazione femminile. Quindi una qualunque politica che inducesse un aumento dell’occupazione femminile renderebbe al limite irrilevante l’argomento basato sulla tassazione ottima a favore della tassazione differenziata per genere.

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