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Se l'autolesionismo
nasce dalla violenza

Foto: Unsplash/  Ewelina Karezona Karbowiak

Un progetto di ricerca condotto su trecento donne svela le connessioni tra violenza subita e comportamenti autolesionistici nelle giovani adulte

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La violenza sulle donne è un fenomeno di rilevanza sociale e culturale che ha assunto forme diversificate nella società con effetti lesivi a breve, medio e lungo termine sulla salute. Nella consultazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 1996, tra le conseguenze della violenza sulla salute delle donne, si riportano anche i comportamenti autolesionistici, tuttavia ancora esigui appaiono gli studi che indagano tale relazione. 

In particolare, quando parliamo di comportamenti o condotte di autolesionismo ci riferiamo a ciò che in letteratura viene definito con il termine di autolesività non suicidaria (non-suicidal self-injury) e sta a indicare un comportamento socialmente non accettato che implica l’alterazione deliberata e auto-inflitta della propria superficie corporea, senza alcun intento suicidario – ad esempio tagliarsi, bruciarsi, incidersi, graffiarsi la pelle.

Gli studi hanno stimato la prevalenza di tale condotta tra gli adolescenti e i giovani adulti, in particolar modo tra le ragazze. In un precedente lavoro di rassegna sono state attraversate le possibili differenze di genere che sono presenti nella messa in atto di comportamenti autolesionistici. Inoltre, sono state indagate le configurazioni contemporanee di tali condotte nei contesti virtuali, come siti e blog scritti da giovani donne dedicati al tema dell’autolesionismo. 

Una parte della letteratura si è dedicata allo studio dei comportamenti autolesionistici in relazione a eventi di carattere traumatico quali i vissuti di abuso e gli episodi di maltrattamento infantile, in particolar modo per le ragazze, interpretando le condotte autolesive quali modalità per ri-attualizzare l’esperienza traumatica infantile.

Ipotizzando l’esistenza di una possibile connessione tra la violenza subita e quella autoinflitta, il progetto da cui parte questo articolo si è proposto di interrogare tale nesso, ripercorrendo i vissuti dolorosi e offrendo loro uno spazio di espressione[1]

Il progetto, che ha avuto una durata di 12 mesi – da agosto 2016 a luglio 2017 – si è articolato in cinque fasi:

  • analisi della letteratura;
  • raccolta dei dati attraverso un sondaggio online che indagava la presenza di autolesività non suicidaria, vissuti di abuso e maltrattamento,
  • violenza da parte del partner;
  • intervista alle partecipanti;
  • costituzione e attivazione di un percorso di counselling di gruppo online;
  • analisi dei dati e valutazione complessiva del progetto.

Su un campione di 300 donne dell'età media di 31 anni, tutte di nazionalità italiana, che ha deciso di partecipare alla ricerca, il 78% ha riportato di aver subito violenza da parte del partner almeno una volta nella vita – riferendosi anche a forme di negoziazione conflittuale –, il 48,33% ha dichiarato di aver messo in atto comportamenti autolesionistici almeno una volta nella vita, il 24,33% ha riportato di aver subito episodi di abuso – emotivo, fisico e sessuale in percentuali diverse –, il 13,66% di aver subito violenza fisica e sessuale – in percentuali diverse – da parte del partner e l’11,66% di aver subito sia abusi infantili che violenza dal partner.

I risultati hanno confermato i dati della letteratura sulla relazione tra abuso e autolesionismo, e hanno mostrato una presenza, seppur lieve, di condotte autolesioniste in donne che hanno subito o subiscono violenza dal partner. Dalle narrazioni è emersa la paura del maschile nonché il terrore generato dal vissuto di impotenza determinato dalla minaccia di non riuscire a sopravvivere. Di fronte a questa passività, si può sentire allora il bisogno di rovesciare la situazione e di volgerla in attività, ricorrendo alla messa in atto di comportamenti autolesivi. 

Questo dato è stato letto attraverso una prospettiva psicoanalitica sensibile agli studi di genere che si è interrogata sulle tendenze autodistruttive del femminile in relazione ai vissuti traumatici, come quelli di abuso e maltrattamento, considerando la mancata o inadeguata elaborazione dell’esperienza traumatica come possibile indicatore della ripetizione di relazioni violente. La donna che ha subito violenza, convincendosi di aver provocato una violenza inaspettata e raggelante, potrebbe ricorrere a pratiche masochiste come possibili strade di espiazione, spostando gli attacchi distruttivi dall’oggetto all’io, e utilizzando l’autolesionismo con funzione di punizione del sé.

Inoltre, il dolore del corpo appare calmare momentaneamente vissuti di colpa e di vergogna sperimentati, attraverso un meccanismo di dissociazione. L’odio verso il proprio corpo favorirebbe la genesi di sentimenti di distacco e intensificherebbe fenomeni di dissociazione: sentire il proprio corpo come un oggetto separato dal sé consentirebbe di danneggiarlo più facilmente e spiegherebbe la tolleranza al dolore durante gli agiti autolesivi. Le pratiche di autolesionismo creano involucri di sofferenza, talvolta necessari per l’esistenza, in un movimento di riappropriazione del corpo per sentirsi esistenti. Nella prospettiva di Lemma (2010) le modificazioni corporee rappresentano, infatti, dei tentativi di contattare una solidità corporea e di ancorarla a vissuti di individualità e di separatezza. 

Inoltre, dai dati emerge come ci si autolesioni principalmente per regolare le emozioni, trovando conferma anche dai principali studi sulle funzioni psichiche dell’autolesività non suicidaria. Il comportamento autolesionistico diviene allora una modalità "dis-regolata" per gestire l’esperienza di sofferenza. Laddove è carente la capacità di alfabetizzare le emozioni, l’autolesionismo può intendersi quale modalità che provvede a espellere nel corpo quei contenuti non rappresentabili. 

Sul versante dell’intervento, si sono registrate alcune resistenze a intraprendere percorsi di supporto psicologico online, nonostante le adesioni iniziali. Questo dato potrebbe essere messo in connessione con le difficoltà psicologiche e sociali delle donne vittime di violenza a denunciare le violenze. 

Lo studio ha permesso di offrire un contributo alla comprensione dei comportamenti di autolesionismo in un campione di donne che hanno subito un trauma legato alla violenza. I risultati, al contempo, indicano la necessità di incrementare la ricerca sulla relazione tra violenza e autolesionismo, in particolare nella popolazione femminile, utilizzando campioni più ampi.

Lo spazio virtuale sta diventando un canale di informazione, screening del fenomeno e supporto, che, garantendo la tutela dell’anonimato e della privacy, può offrirsi come spazio di narrazione ed espressione del sé, con possibili funzioni di contenimento.

L’individuazione di specifici programmi di prevenzione e d’intervento, inoltre, permetterebbe di offrire spazi di ascolto, espressione e sostegno emotivo in linea con i bisogni delle donne.

Note

[1] Questo articolo nasce dal progetto di ricerca Lesioni di genere: dalla violenza subita a quella autoinflitta, finanziato dalla Fondazione Roma Sapienza nell’ambito del premio dedicato alla memoria di Francesca Molfino per l’incentivazione della ricerca scientifica nel campo della violenza contro le donne, e realizzato presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, avvalendosi della supervisione scientifica della Prof.ssa Giorgia Margherita.

Riferimenti

Bion, W.R. (1962). Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma, 1972. 

Bresin, K., Schoenleber, M. (2015) Gender differences in the prevalence of nonsuicidal self-injury: A meta-analysis, Clinical Psychology Review, 38, 55–64.

Chabert, C. (2003). Il femminile melanconico. Roma: Borla, 2006. 

Gargiulo A., Margherita G., (2016). Ferite nel virtuale: dalla presentazione alla rappresentazione dell'autolesionismo. La Camera Blu, 14, 64-89. 

Gargiulo, A., Margherita, G. (2014). Autolesività non suicidaria e genere: rassegna teorica e riflessioni psicodinamiche. Infanzia e Adolescenza, 13, 2: 119-128. Doi: 10.1710/1624.17656

Gargiulo, A., Plener, P.L., Baus, N., Margherita, G., Brunner, R., Kaess, M., Kapusta, N.D. (2014). Autolesività non suicidaria (NSSI) e Disturbo da Comportamento Suicida (SBD) nella recente pubblicazione del DSM-5. Minerva Psichiatrica, 56 (2): 83-90.

Lemma, A. (2010). Sotto la pelle. Psicoanalisi delle modificazioni corporee. Milano: Raffaello Cortina Editore.

Miller, D. (1994). Women who hurt themselves: a book of hope and understanding. New York: Basic Books. 

Molfino, F (1995). "Seduzione del padre, seduzione della madre". In Corpo a Corpo. Madre e figlia nella psicoanalisi. Editori Laterza. 

Muehlenkamp, J. J., Kerr, P. L., Bradley, A. R., Larsen, M. A. (2010). Abuse subtypes and nonsuicidal self-injury: Preliminary evidence of complex emotion regulation patterns. The Journal of nervous and mental disease, 198, 258-263. 

Nock, M. (2010). Self-Injury. Annual Review of Clinical Psychology, 6: 339-363.

Orbach, I. (1996). The role of body experience in self-destruction. Clin. Psychol. Psychiatry, 1(4), 607-619.

Pestalozzi, J. (2008). Il Self cutting. Rivista Contrappunto, 41.

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