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Sex worker
nella pandemia

Foto: Unsplash/  Dale Nibbe

Le strade sono vuote in tutta Europa: dove finiscono e come stanno vivendo le lavoratrici e i lavoratori del sesso? Il gruppo di ricerca su prostituzione e lavoro sessuale in Italia inizia a tracciare una mappa e a porre le basi per un intervento di sostegno su scala nazionale

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Le strade sono vuote, o quasi, soprattutto di notte. Ovunque in Europa e in gran parte del mondo, le misure per il contenimento del Covid19 impongono la chiusura di sale massaggi, eros centers, saune, hotel, oltre a limitare o impedire del tutto gli spostamenti tra territori e all’interno degli stessi. Dove sono, come stanno vivendo in queste circostanze di perdurante emergenza le lavoratrici e i lavoratori del sesso?

Come Grips (Gruppo di ricerca italiano su prostituzione e lavoro sessuale) stiamo cercando anche in questa difficile circostanza di capire che cosa succede alle persone che fanno lavoro sessualeper scelta, per costrizione o per circostanzaaccogliendo attivamente le loro prospettive[1].

In Italia le unità di strada, osservatori privilegiati sul fenomeno della prostituzione outdoor, raccontano una realtà problematica. Le sex worker, donne e trans hanno, fin dall’inizio dell’epidemia, abbandonato quasi del tutto le vie delle città. L’hanno fatto, ovviamente, per paura del contagio, per responsabilità verso la salute pubblica, ma anche per timore delle sanzioni, per non incorrere nei controlli delle forze dell’ordine. Clienti, del resto, in giro non se ne vedono.

Questo apprendiamo dai progetti di riduzione del danno e di sostegno alla fuoriuscita da tratta e sfruttamento in molte città: da Ragusa a Napoli, Roma, Pisa, Bologna, Milano, Pordenone.

Le stesse unità di strada sono costrette a operare in modalità ridotta, con poche uscite, a soli fini di monitoraggio. Attivano o mantengono i contatti principalmente via telefono, e provano in tal modo a offrire informazioni semplici e affidabili sui dispositivi di protezione sanitaria e le misure di contenimento. Restano garantite le accoglienze per vittime di tratta e i programmi di protezione, ma sono numerosi gli impedimenti riscontrati a causa delle restrizioni: riduzione al minimo essenziale dei servizi sociosanitari, delle scuole, delle attività delle Questure e dei Tribunali, delle ambasciate, interruzione di tirocini lavorativi, impossibilità di accompagnamenti sanitari.

Per chi lavora nei mercati del sesso, sia all’aperto che al chiuso, senza reti familiari e di protezione, la perdita di guadagni derivante dal lockdown ha condotto rapidamente alla completa assenza di risorse. Mancano i soldi per fare la spesa e pagare affitti o bollette. Per chi è implicato in reti di sfruttamento, la situazione è ulteriormente aggravata dalla mancanza di autonomia e dalla pendenza del debito da pagare. Per le persone in situazione irregolare, senza permesso di soggiorno o con permesso in scadenza, l’accesso ai servizi sanitari si rivela sempre più difficile. Prive di un medico di base cui rivolgersi in caso di malessere e sintomi anche riconducibili al Covid19, hanno come unico riferimento il pronto soccorso. Altri sportelli medici, anche legati al volontariato, suppliscono con fatica alle domande di aiuto da parte dei soggetti più vulnerabili.

Gli operatori e le operatrici dei servizi di prossimità, e le organizzazioni di sex worker, segnalano inoltre i rischi crescenti legati alla salute mentale, anche determinati dal consumo di sostanze o, nel caso di persone trans, dal difficile accesso alle terapie ormonali.

Data la natura non riconosciuta del lavoro sessuale, la maggior parte delle e dei sex worker non potrà usufruire delle protezioni previste per altri lavoratori/trici, come l’indennità per malattia, o non sarà in grado di usufruire delle prestazioni sociali di emergenza istituite fino a ora dal governo. Solo una minoranza, le poche professioniste con partita Iva, può pensare di vedersi riconoscere l’indennità di 600 euro per lavoratori autonomi. Persino l’accesso ai buoni spesa potrebbe rivelarsi impossibile per chi non ha la cittadinanza italiana, non è registrata all’anagrafe dei Comuni e non è in carico ai Servizi sociali.[2] Quanto a continuare il lavoro in altre forme, è possibile solo per chi ha più facile accesso alle tecnologie e può offrire prestazioni via webcam.

In Svizzera, dove il lavoro sessuale è legalizzato, le attività di prostituzione sono state vietate. Chi fa prostituzione si sta impoverendo molto velocemente, riportano associazioni come Aspasie a Ginevra. Le sex worker sono classificate come lavoratrici indipendenti, e potrebbero quindi accedere agli aiuti sociali legati all’emergenza. Ma così non è per molte: straniere, precarie, spesso con un permesso di soggiorno di qualche mese. Per chi vive nel luogo di lavoro, inoltre, la chiusura dei saloni significa perdere la propria casa. La questione del ritrovarsi senza alloggio è molto importante per le sex worker anche in altri paesi, se si pensa per esempio a coloro che vivevano in hotel che hanno chiuso, come è il caso in molte città francesi.

La Germania prevede l’obbligo di registrarsi per poter esercitare legalmente il lavoro sessuale, e varie altre restrizioni per le attività, incluso il divieto di pernottare nel luogo di lavoro. Da metà marzo i Bundesländer hanno progressivamente vietato l’esercizio della prostituzione. Con la chiusura delle attività, l’organizzazione nazionale di professionisti erotici BeSD ha rilevato un aumento di sex worker senza dimora, molte di loro senza assicurazione medica, con barriere linguistiche e senza possibilità di tornare nel loro paese di origine. A fine marzo, il governo ha sospeso il divieto di pernottare nel posto di lavoro per poter permettere alle attività ormai chiuse ai clienti di ospitare lavoratrici senza incorrere in sanzioni.

In Spagna il lavoro sessuale si trova in un limbo legislativo, non regolato: le attività sono permesse, ma vigono restrizioni, incluse sanzioni contro chi lavora in strada in alcuni comuni. Tutte le attività sono state chiuse nella prima metà di marzo e le lavoratrici di strada allontanate. Le associazioni che offrono loro sostegno, tra cui Cats, hanno denunciato l’indifferenza delle autorità rispetto alla situazione delle sex worker e il fatto che la maggior parte, soprattutto le migranti, non hanno alcun accesso a sussidi e non sono protette da direttive contro gli sfratti, in quanto spesso non in possesso di un contratto di affitto legale.

In Europa, l’Icrse (Comitato internazionale per i diritti delle/dei sex worker in Europa) ha lanciato un appello ai governi di tutti i paesi perché "agiscano urgentemente per assicurare che lavoratrici e lavoratori sessuali, insieme alle loro famiglie e comunità, possano accedere al supporto sociale durante la pandemia del Covid19". Altri appelli sono stati lanciati a livello mondiale, per esempio da La Strada International, GAATW - Global Alliance Against Traffic in Women e Tampep Network. Anche la special rapporteur delle Nazioni Unite sulla tratta, Maria Grazia Giammarinaro, ha chiesto ai governi di adottare misure di protezione per migranti e persone trafficate nella loro risposta al Covid19, ivi comprese misure di regolarizzazione per facilitare il loro accesso all’assistenza sanitaria durante la lotta contro l’epidemia. Si moltiplicano inoltre le iniziative di raccolta fondi lanciate da organizzazioni di sex worker per sostenere le persone più vulnerabili tra coloro che vivono di lavoro sessuale, in moltissimi in moltissimi paesi europei, e a livello globale.

Le reti delle organizzazioni che supportano le sex worker si sono attivate anche in Italia, su una pluralità di fronti. La Piattaforma nazionale antitratta ha avviato già da alcune settimane un’interlocuzione con il Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri – responsabile per l’erogazione di fondi a progetti per il contrasto alla tratta di esseri umani – per chiedere una proroga onerosa di almeno 6 mesi per i progetti attualmente in atto e per discutere proposte di riorganizzazione in funzione del sostegno alle persone in condizione di maggiore fragilità.

Le associazioni e gli enti di tutela si stanno rivolgendo anche al governo con la richiesta di misure a sostegno di lavoratrici e lavoratori del sesso. È il caso dell’appello lanciato dal Comitato per i diritti delle prostitute e dall’Associazione radicale certi diritti, sottoscritto anche da numerose sigle del mondo anti-tratta, con cui si chiede di: introdurre un sostegno finanziario di facile accesso per i/le sex worker; garantire la regolarizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori sessuali migranti e l’inserimento nei centri di accoglienza a chi ne faccia richiesta; misure di liberazione per le persone recluse in virtù di provvedimenti legati alle politiche sull’immigrazione, al fine di tutelare la loro salute; misure specifiche per l’emergenza abitativa; sospensione delle sanzioni per il contenimento degli spostamenti per chi, come gli/le ospiti di dormitori ai quali non è garantita la permanenza nelle ore diurne, non può ottemperare alle normative per cause di forza maggiore. 

Inoltre, diverse realtà in Italia stanno collaborando a iniziative di solidarietà: la rete delle unità di strada assieme ai collettivi a sostegno dei diritti delle e dei sex worker, come il collettivo Ombre Rosse, ha lanciato una campagna di raccolta fondi (Covid19 - Nessuna da sola! Solidarietà immediata alle lavoratrici sessuali più colpite dall'emergenza) che verranno distribuiti attraverso le organizzazioni che lavorano a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori più vulnerabili per supportarle nelle spese quotidiane e di sopravvivenza.

Come Grips sosteniamo l’appello e le iniziative lanciate dalla rete delle associazioni di sex worker e degli enti anti-tratta, affermando la necessità di politiche urgenti in materia.

La crisi legata al Covid19 ha portato alla luce, in un tempo estremamente breve, una pluralità di contraddizioni e problemi del nostro sistema sociale ed economico. In questo contesto, chi vive vendendo sesso emerge come uno dei soggetti più vulnerabili perché maggiormente colpiti da stigma, discriminazione, esclusione sociale, specialmente se migranti. C’è bisogno di tutte le misure possibili per garantire una sopravvivenza dignitosa alle persone. Tra i sostegni materiali, il reddito di emergenza tuttora all’esame del governo è un possibile candidato per sex worker autoctone/i o con permesso di soggiorno. Eventuali condizioni di accesso che prevedano un riscontro oggettivo su un’attività lavorativa pre-emergenza potrebbero però rivelarsi inattuabili per molte/i in questo settore.

Quanto alle persone migranti prive di permesso di soggiorno riteniamo prioritario disporre una misura immediata di regolarizzazione (si veda la proposta di Legal Team Italia, Campagna LasciateCIEntrare, Progetto Melting Pot Europa, Medicina Democratica). Ciò consentirebbe, in un solo atto: l’accesso ai servizi sanitari di base per tutte e tutti, la registrazione anagrafica e l’accesso alle misure di contrasto alla povertà, lo svuotamento dei Centri di permanenza per il rimpatrio – dove la salute delle persone è messa a rischio e dove, come denunciano varie associazioni, il trattenimento amministrativo appare illegittimo stante l’impossibilità di effettuare rimpatri. Si può seguire l’esempio del Portogallo, che ha attuato questa misura di regolarizzazione, con valore retroattivo, a partire dal giorno in cui è stata dichiarata l’emergenza sanitaria.

Non è soltanto il tempo della prudenza questo. È anche, e soprattutto, il tempo del coraggio.

Per GRIPS: Francesca Bettio, Giulia Garofalo Geymonat, PG Macioti, Nicola Mai, Tiziana Mancinelli, Giulia Selmi, Giorgia Serughetti

Note

[1] Il Grips (Gruppo di ricerca italiano su prostituzione e lavoro sessuale) è nato nel novembre 2019 con l’intento di promuovere la ricerca basata sulle evidenze empiriche, la comprensione della complessità del fenomeno e la circolazione dei saperi; promuovere una costante azione informativa rivolta a media e policy maker per incidere sulle politiche e i dibattiti pubblici; organizzare momenti di incontro, formazione, autoformazione e confronto pubblico. Riunisce ricercatrici e ricercatori che studiano il tema a partire da diversi contesti e discipline, in ambiti universitari ed associativi, ma anche altri attori sociali che contribuiscono con il loro lavoro sul campo a far conoscere il fenomeno in tutti i suoi aspetti, compreso lo sfruttamento. Per informazioni e adesioni: coord.grips@gmail.com