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Shock di reddito,
come reagiscono le donne

Flickr/UNDP in Europe and Central Asia

Cosa succede in una famiglia quando arriva uno shock economico, per esempio la perdita del lavoro di uno dei suoi membri? Donne e uomini reagiscono in modi opposti, andiamo a vedere come

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Più che tradizionali o nuove, le famiglie in Italia sono costrette all'incertezza da politiche spesso “sperimentali”. Lo era anche il bonus infanzia appena cancellato dal governo. Servono invece misure stabili all’interno di una strategia complessiva di sostegno a fecondità e occupazione femminile

Il delicato rapporto tra offerta di lavoro dell’uomo e della donna all’interno della famiglia è un tema molto studiato dalla letteratura economica: uno degli aspetti più interessanti dal punto di vista delle tematiche di genere è l’effetto “lavoratore aggiuntivo”, o added worker effect, per il quale la perdita di lavoro (o diminuzione delle ore lavorative) del partner di sesso maschile può spingere la donna ad aumentare la propria offerta di lavoro. Da notare che per aumento dell’offerta di lavoro non intendiamo solo il passaggio da inattivo a occupato, ma più in generale il passaggio dallo stato di inattivo a quello di attivo, che comprende anche la ricerca di un lavoro. Questo effetto dovrebbe essere significativo soprattutto in un periodo di crisi come l’attuale, come evidenziato da un recente rapporto della Commissione Europea (2014). Tale indagine mostra infatti che, mentre l’effetto “lavoratore scoraggiato” (cioè la riduzione del tasso di attività) è prevalentemente un fenomeno maschile, quello del lavoratore aggiuntivo è soprattutto un fenomeno femminile, che si è manifestato a partire dal 2008 soprattutto nei paesi dell’Europa meridionale. Sembra quindi che la recente grave recessione non abbia interrotto la mutazione dell’atteggiamento delle donne nei confronti del lavoro retribuito in quei  paesi dove l’integrazione femminile nel mercato del lavoro è più difficile e recente.

In un nostro recente studio (Baldini, Torricelli, Urzì, 2014) ci siamo chiesti se un simile fenomeno si sia verificato in Italia, soprattutto dopo la grande recessione. In considerazione della struttura familiare italiana, dove i figli rimangono a lungo in famiglia, abbiamo sfruttato le potenzialità dei dati dell’ “Indagine sui bilanci delle famiglie Italiane” della Banca d’Italia negli anni 2004-2012, estendendo l’analisi all’intero nucleo familiare, considerando anche i figli adulti che vivono in famiglia.

Abbiamo prima identificato un campione di individui “a rischio”, cioè persone inattive (casalinghe, studenti, e altri inattivi), nella cui famiglia è presente almeno un membro occupato; abbiamo seguito questi inattivi per un numero di anni consecutivi[1] e abbiamo cercato di verificare se esista una relazione significativa tra uno shock di reddito da lavoro (cioé perdita di reddito derivante o dalla perdita del lavoro o dall’entrata in cassa integrazione o mobilità) di un famigliare occupato e l’offerta di lavoro dei componenti inattivi.

Secondo le nostre stime, in Italia le famiglie reagiscono alla perdita di lavoro di un componente aumentando l’offerta di lavoro degli altri, nel senso che la probabilità che un inattivo si metta a lavorare (o cerchi lavoro) è più alta per le famiglie colpite da uno shock di reddito da lavoro.[2]

Nello specifico, la probabilità che in tali famiglie un componente (diverso da quello che ha perso il lavoro) transiti dallo stato di inattività a quello di occupazione è significativamente più alta (+8,5 punti percentuali) rispetto alla probabilità del medesimo evento in famiglie risparmiate da tale shock. L’effetto è ancora più marcato se si considerano non solo coloro che il lavoro lo trovano, ma anche coloro che lo cercano ma non lo trovano. Sotto quest’ultimo profilo va rilevato che, sebbene la maggior parte degli individui che cercano di effettuare la transizione dallo stato di inattività siano donne, il loro tasso di successo nel trovare lavoro è più basso.[3] Elementi che incidono positivamente sulla probabilità di successo nel trovare lavoro sono l’età, l’istruzione e il fatto di vivere al Nord. Interessante è anche l’effetto delle cosiddette variabili di portafoglio: mentre le passività (ad es. la presenza di un mutuo) stimolano queste reazioni lavorative dei famigliari inattivi, la ricchezza, se molto immobilizzata nella casa di residenza, può in qualche misura scoraggiare la ricerca di un lavoro (forse a causa dei vincoli che impone alla mobilità?).

Poiché è verosimile che, fra gli inattivi, il sottocampione di studenti differisca da quello delle casalinghe per molte caratteristiche osservabili e non, abbiamo ulteriormente suddiviso il campione originale tra inattivi casalinghe e inattivi studenti. Nell’analisi per sottocampioni è confermata la presenza di un forte effetto lavoratore aggiuntivo, sia per le casalinghe (tutte donne) sia per gli studenti (di cui le donne rappresentano circa la metà).

Infine, avendo considerato come shock di reddito da lavoro non solo quello derivante dalla disoccupazione, ma anche quello associato all’entrata in cassa integrazione o mobilità, i nostri risultati ci portano a concludere che tali sussidi non disincentivino gli inattivi in famiglia dal reagire a questi shock cercando un lavoro; in altre parole, il sistema di sussidi italiano non appare distorsivo rispetto ai componenti della famiglia diversi dal diretto beneficiario. Ciò può essere dovuto alla durata media relativamente breve dei sussidi di disoccupazione ed al loro basso importo.

 

Riferimenti bibliografici

Baldini M., C. Torricelli, M.C. UrzìBrancati (2014), Family ties: occupational responses to cope with a household income shock, CeRP WP N. 141/14

European Commission (2014), Report on Progress on equality between women and men in 2013, Commission Staff Working Document, SWD(2014) 142final, 

 
NOTE

[1] Il numero di anni, da 2 a 10, non è uguale per tutti perché il panel di Banca d’Italia non è bilanciato.

[2]Tali risultati sono ottenuti depurando da effetti demografici (età, istruzione, residenza, ecc.) e di ricchezza.

[3] Da notare che, nel campione utilizzato, soltanto il 14% delle donne inattive transita nella forza lavoro contro il 25% degli uomini, sebbene la percentuale delle donne inattive nel primo anno di osservazione sia 2.7 volte maggiore di quella degli uomini inattivi.