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Stereotipi,
parliamone dalle materne

foto Flickr/Howard County Library System

Parlare di stereotipi di genere nelle scuole è necessario, a partire dalle materne. Ecco perché

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Non è solo una questione di carriera. Stereotipi e schemi di comportamento rischiano di compromettere la qualità della ricerca e le sue modalità. Come disinnescare i più diffusi pregiudizi quando anche le donne credono di essere più fortunate che brave?

Ora che le scuole stanno per ricominciare, vorrei tornare a parlare di un tema che mi interessa molto, che suscita irrazionali terrori e giunge a ispirare interventi assurdi, fuori dalla storia, dallo spazio e dal tempo[1].

Paure e ansie si alimentano intorno a qualcosa che non corrisponde a come viene descritto e la cui presentazione allarmista sembra piuttosto servire ad allontanare l’attenzione dal fulcro del problema.

I paladini della famiglia tradizionale e gli agguerriti oppositori della cosiddetta (ed inesistente) ideologia del gender vogliono far credere a schiere di genitori intimoriti che la posta in gioco sia difendere i nostri figli dalla fantomatica possibilità che qualcuno voglia promuovere l'autoerotismo nelle scuole della prima infanzia. Come se poi ci fosse davvero bisogno di promuoverlo, l’autoerotismo; lo sanno bene quelle e quelli di noi che hanno ricordi che arrivano ai propri primi anni di vita o hanno figli/e di quell'età. Mentre la posta in gioco è ben più alta e, per certi versi, ancora più rivoluzionaria di quanto il sesso, nelle sue infinite sfaccettature, possa mai essere.

Buona parte del gran malinteso si basa tutto sulla confusione tra sesso e genere.

E devo ammettere che all'inizio ho fatto fatica anche io a capirla, questa differenza.

Poi mi è stata spiegato molto chiaramente, con il caso Lady Oscar.

Un pomeriggio una mia amica molto intelligente, estenuata dalle mie domande, ha trovato un esempio alla mia portata, e mi ha permesso di capire: 

"È facile, devi pensare ai vestiti" 

"Prego?" 

"Nella maggior parte dei casi i vestiti nascondono il sesso e svelano il genere" 

"Ovvero?" 

"Ovvero, prendi me. Per come sono vestita – maglia, gonna, orecchini, anelli, rimmel, rossetto e shatush  - e per come mi comporto tu presumi che io sia un essere umano di sesso femminile. Ma la certezza biologica del mio sesso non ce l’hai perché è ben nascosta centimetri sotto la mia gonna colorata. Ed è probabile che tu questa certezza non riesca a verificarla mai. Al contrario, se con un po' di accortezza mi fossi presentata vestita da uomo, e mi fossi comportata da uomo, – hai presente Lady Oscar in battaglia? - con la stessa certezza tu avresti presunto che io fossi un uomo. Ecco: il sesso è fisico, biologico, nella maggior parte dei casi chiaro in natura sin dalla nascita, ma condiviso in modo esplicito solo con una ristretta cerchia di persone intime (fatta eccezione per le escursioni estive a Capocotta). Il genere, invece, è culturale, esplicitato, simbolico, frutto di costruzioni storico-sociali che definiscono e spesso prescrivono, in una complementarità che può risultare coercitiva, cosa tu possa o non possa fare in quanto uomo o in quanto donna".

Da quel momento in poi mi è parso chiaro, come già era chiaro a Lady Oscar, che il punto non è parlare di sesso ma piuttosto di stereotipi, possibilità e potere, e di come gli stereotipi legati al genere vengano trasmessi e si consolidino nella società e nelle scuole, soprattutto quando non c’è una riflessione sull’impatto che possono avere iniziative intraprese in totale buona fede. 

Anche qui, una storia illuminante.

A chiusura dei tre anni della materna di mia figlia siamo stati invitati alla recita di fine anno. Ammetto di non amare particolarmente le recite in generale, ma in questo caso lo spettacolo a cui siamo stati sottoposti è stato piuttosto inquietante. Bambini e bambine, divisi in due gruppi rigorosamente separati per genere, impegnati a cantare successi anni ’60, i maschietti con le rose a chiedere la mano a bambine invitate a fare le smorfiosette e dire "no" fino a quando i piccoli non si mettevano in ginocchio da loro.

A parte la scelta della colonna sonora, ché, diciamocelo, gli anni ‘60 in Italia e nel mondo hanno prodotto innovazione e cambiamento di grande impatto anche in ambito musicale e si poteva pescare a mani basse da un repertorio di alto livello praticamente immenso, la scena era abbastanza allarmante.

E, attenzione, ancora una volta, qui non si parla esplicitamente di sesso.

Si parla, piuttosto, di rendere stereotipati e di ipersessualizzare i comportamenti e le relazioni, di caricarli di un significato sessuale che non avrebbero per bambini di quella età e di trasmettere l’idea stereotipata che il genere a cui appartieni determina i tuoi comportamenti e delimita le tue aspettative: se sei femmina l’unica cosa che puoi fare é fare la smorfiosa ed aspettare che un uomo venga a dichiararti il suo amore in ginocchio portandoti una rosa, e, se sei maschio, almeno nella forma dovrai conquistarti quell’amore, piegandoti a portare quella rosa (e sentendoti di poter esigere, in nome di quella rosa, eterna riconoscenza e quotidiani favori). E a parte l’idea in sé superata e fastidiosa che in una relazione sia necessario mettersi in ginocchio, mi sembra triste che l’orizzonte di mia figlia, ma anche di mio figlio, debba essere aspettare che lo si mandi a prendere il latte per tornare con l’amore della propria vita.

Si vabbè, si potrebbe dire, sono solo canzonette.

Certo, sono solo canzonette. 

Ma è proprio per questo che andrebbero prese così seriamente.

Per il potere che hanno i messaggi semplici e ripetitivi. Soprattutto se appresi a scuola.

Per questo, per evitare messaggi troppo semplici e ripetitivi, mi piacerebbe che si potesse avviare una riflessione su quali effetti possa avere una scelta animata da buon senso ma dal messaggio quantomeno ambiguo.

Sarò fissata, ma mi piacerebbe che a un bambino e a una bambina di cinque anni venisse proposto uno scenario di riferimento diverso. Che fossero chiamati – a scuola, in una recita di fine anno - a lavorare sul proprio corpo nello spazio, sulle potenzialità che lo spazio, la musica, la danza offre e sulle diverse modalità che ciascuno ha, in base alle proprie potenzialità fisiche ed emotive (e anche quando queste potenzialità si discostano dalla norma), di muoversi nello spazio e di esprimere queste emozioni. Come, ad esempio, è stato fatto nella recita, questa volta bellissima, di quest’anno di mia figlia (che nel frattempo, per fortuna, è passata alle elementari). Una recita in cui bambini tra loro diversi (inclusa una bambina con difficoltà motorie) hanno espresso, individualmente e all’interno del gruppo, le proprie identità. 

Più in generale, mi piacerebbe che tutti/e potessero proiettare le proprie aspettative senza confini di genere, cogliere e offrire rose senza doversi mettere in ginocchio. E sognare di poter diventare astronauti, come Astro Samanta, oppure cuochi, o pittrici, come Frida Kahlo, o pentantatleti, oppure maestri, artigiane, cantanti, poeti, politiche, spazzini, o qualsiasi infinita altra cosa che apra la propria capacità di immaginarsi. E anche adulti e adulte felici, genitori, se lo vorranno, amici, amiche e amanti, mogli, mariti e nonni.

Mi piacerebbe che potessero scoprirsi per quello che sono e che potessero sentirsi liberi di essere come sono. Senza che qualcuno li limiti, li redarguisca o li faccia soffrire perché non aderiscono ai modelli di genere dominanti. Mi piacerebbe che mio figlio potesse andare a scuola vestito dei colori che preferisce, anche se questi sono il rosa, l’arancio e il verde acido, e che mia figlia potesse chiedere e ricevere per il suo compleanno un arco con le frecce senza sentire nessun commento del tipo “ma sei sicura che sia un regalo da bambina?”. E mi piacerebbe che quando si chiede ai bambini e alle bambine di descrivere cosa fanno mamma e papà l’opzione “Papà si occupa della casa” e “mamma viaggia molto per lavoro” non fossero guardate come opzioni marziane, alla stregua di “viviamo sott’acqua in una casa dalle pareti di vetro”, ma fossero una delle tante opzioni possibili e lecite.

E mi piacerebbe che ci fossero più maestri nelle scuole (una sorta di quote di genere), per favorire una maggiore presenza di modalità differenziate di guardare alla realtà e offrire approcci diversi ed integrati di crescita  e sviluppo.

Questo, per me, è il punto.

Per questo credo che sia necessario ragionare sugli stereotipi di genere e mettere in discussione la famiglia tradizionale.

Perché tra le nuove forme di famiglie, comprese quelle con due mamme o due papà, ci sono anche quelle in cui gli orientamenti sessuali rispondono alla tradizione, alla norma (che ricordiamocelo, rimane un concetto preso in prestito dalla statistica, che definisce come “normale” il fenomeno maggiormente diffuso), ma i ruoli di genere no. 

Perché avere sedici figli ed esibirli sul palco di Sanremo insieme ad una madre a cui è a malapena consentito articolare una parola, può essere una scelta, e io la difendo alla stessa stregua delle altre, ma non può essere il modello unico di riferimento.

E con questo bisogna confrontarsi, discutere, capire e accettare.

E questo è il vero punto, quello che fa paura: mettere in discussione ruoli tradizionali, dare alle donne (e agli uomini) potere di scelta, permettere a ciascuno di scoprire ed essere libero di essere quello che é.

Senza il senso del peccato, senza il rimorso di essere sbagliate, senza l’ansia di non corrispondere a desuete aspettative.

Da queste inibizioni, ansie, giudizi e aspettative io vorrei difendere mio figlio e mia figlia.

E credo che ragionare di genere e stereotipi nelle scuole materne sia un primo passo importante.

E mi rendo conto che questo passaggio potrebbe avere un vero ruolo davvero dirompente rispetto alle norme sociali. 

E capisco che faccia paura.

Tuttavia, mi dispiace, ma opporsi è una battaglia persa.

Perché la società, seppure lentamente, sta cambiando.

 

NOTE

[1] Si veda la folle lista di libri per bambini messa all’indice dal Sindaco di Venezia