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Una ripresa
gender blind

Foto: Unsplash/ tam wai

Due economiste spiegano in un rapporto perché il piano per la ripresa appena presentato dalla Commissione europea non tiene conto delle differenze tra donne e uomini nella crisi da Covid19

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Alla vigilia del vertice dei leader europei conclusosi con l’accordo storico sul Fondo per la ripresa (recovery fund) il 21 luglio scorso è stato pubblicato un rapporto, redatto dalle economiste Elisabeth Klatzer e Azzurra Rinaldi, che hanno esaminato la proposta della Commissione europea del recovery fund (e altri documenti annessi alla proposta di bilancio pluriennale dell’Ue) per una prima valutazione dell’impatto di genere delle proposte considerate e per avanzare alcune raccomandazioni.

A commissionare il rapporto è stato il gruppo parlamentare dei Verdi europei, per iniziativa dell’eurodeputata Alexandra Geese. L’obiettivo del lavoro – redatto in tempi molto stretti – è di valutare l’impatto di genere delle politiche incluse nella proposta del recovery fund  intitolato Next generation EU  e di avanzare delle raccomandazioni su come prevenire potenziali impatti negativi sulla parità di genere. In particolare, vengono identificate le modifiche da includere nei documenti legislativi, a livello di Ue, e nelle procedure di attuazione a livello nazionale per aprire la strada a impatti positivi sulla parità di genere del piano di ripresa europeo.

La conclusione generale dell’analisi è che il piano Next Generation EU svantaggia le donne. Sebbene le donne lavoratrici siano occupate soprattutto nelle attività più danneggiate dalla crisi Covid19, le aree di intervento previste per l’utilizzo dei fondi sono costituite in gran parte da settori a predominanza occupazionale maschile, senza l’inclusione di correttivi per favorire l’inclusione delle donne nella ripresa.

Nell’executive summary del rapporto si legge che il piano di ripresa, e in particolare le proposte legislative, ignorano la dimensione di genere. Le risorse più consistenti messe a disposizione non affrontano le sfide legate alla crisi Covid19 nel settore della cura e le difficoltà specifiche che le donne hanno dovuto affrontare, né considerano le crescenti disuguaglianze di genere (nella qualità del lavoro, rischi di povertà, sistema pensionistico, ecc.).

Disuguaglianze amplificate

Le evidenze riportate nel rapporto, basate su una attenta rassegna dei lavori empirici condotti in questi ultimi mesi sia da organizzazioni internazionali (Eapn, Eige, Eurofound, Ilo, Ocse, Parlamento Europeo) sia da studiose sull’impatto della pandemia sulla popolazione, evidenziano in modo inequivocabile il peso sproporzionato sulla popolazione femminile.

E ciò a conferma di quanto pubblicato negli ultimi mesi sulle pagine di inGenere. In primo luogo, le donne sono state più esposte al rischio di infezione perché costituiscono la maggioranza della forza lavoro occupata nel settore sanitario, in tutti i paesi. Secondo, i rischi economici, connessi alla perdita di lavoro, sono più elevati per la forza lavoro femminile perché maggiormente concentrata nei settori più colpiti dalle conseguenze del lockdown: turismo, ristorazione, commercio al dettaglio, e servizi alla persona. Terzo, il lavoro non retribuito (svolto in misura preponderante dalle donne) che ha permesso di assorbire una parte dei contraccolpi del lockdown (chiusura delle scuole, della ristorazione, servizi di cura, ecc.), ha aumentando in modo sproporzionato il carico totale di lavoro delle donne. Quarto, il problema della violenza di genere, presente in tutti i paesi dell’Ue, si è acuito in modo significativo. Infine, la gestione di tutte le problematiche legate alla pandemia (nonché nelle commissioni che hanno iniziato a occuparsi di pianificare la ripresa economica e l’impiego dei recovery fund) ha visto la costituzione di numerosi comitati/commissioni di esperti, dove la componente femminile è stata ignorata o largamente sottorappresentata. In breve, la crisi da Covid19 ha messo sotto una lente di ingrandimento le disuguaglianze di genere, non solo amplificando i problemi ma anche aumentandone la visibilità.

Il recovery plan è ‘gender blind’

L’impatto della pandemia sulle disuguaglianze di genere è largamente riconosciuto, e riportato con enfasi anche dai media. È quindi sorprendente e sconfortante leggere nello studio che il fondo per la  ripresa  questo innovativo e importante strumento  prescinda dalle disuguaglianze di genere esistenti oggi, senza preoccuparsi degli effetti su uomini e donne delle varie proposte di intervento che da questo nuovo strumento potranno essere finanziate.

L’analisi dell’impatto di genere dei vari interventi proposti nel recovery fund (e altri documenti inclusi nel bilancio pluriennale dell’Ue) costituisce la parte centrale del rapporto. L’osservazione ricorrente, nelle circa 60 pagine del documento, è che il recovery fund è ‘gender blind’. Nella parte dedicate all’esame delle varie proposte viene documentato e argomentato che le proposte di intervento (basate sull’utilizzo delle risorse messe a disposizione dal fondo per la ripresa) prescindono dalle disuguaglianze di genere, ignorano le specifiche difficoltà delle donne nel mondo del lavoro nella situazione che si è venuta a creare con la crisi Covid19, e non fanno alcuna considerazione sull’impatto delle varie proposte sulle disuguaglianze di genere.

La priorità generale del piano per l’utilizzo delle risorse messe a disposizione degli Stati membri dal recovery fund è una transizione verso un'economia verde e digitale. Ciò implica indirizzare grandi quote dei fondi disponibili verso settori con una elevata incidenza di occupazione maschile – quali energia, agricoltura, costruzioni e trasporti.

La figura illustra in modo efficace il cuore del problema. Si osservano percentuali molto elevate di occupazione maschile nei settori alla base del piano di ripresa dell'Ue, mentre i settori profondamente colpiti dalla crisi Covid19 hanno quote elevate di occupazione femminile. La conclusione è che ’impatto occupazionale delle politiche finanziate per favorire la ripresa possono mettere a rischio l'obiettivo dell’uguaglianza di genere in quanto si privilegia principalmente la creazione e il sostegno posti di lavoro maschili. E ciò è in contrasto con gli obiettivi dell'Ue – dichiarati in numerosi documenti ufficiali, a partire dai Trattati (TEU, TFEU)  di aumentare l’occupazione femminile e promuovere la parità nel mercato del lavoro. In effetti, è probabile che l'attuale attenzione aumenterà le disparità di genere sul mercato del lavoro nell'Ue, in particolare per quanto riguarda le disparità nei tassi di occupazione, nei differenziali salariali e di reddito, e nei differenziali pensionistici.

Figura 1. La distribuzione dell’occupazione per sesso nei settori maggiormente colpiti dalla crisi Covid19 (grafico a sinistra) e nei settori sui quali si concentreranno le risorse previste dal recovery fund


Fonte: Elisabeth Klatzer and Azzurra Rinaldi (2020, p. 9), elaborazioni di dati Eurostat

La focalizzazione su una economia verde e digitale implica che grandi risorse verranno utilizzate come stimolo economico per settori con una elevata incidenza di occupazione maschile – quali energia, agricoltura, costruzioni e trasporti. La figura a destra mostra percentuali molto elevate di occupazione maschile nei settori alla base del piano di ripresa dell'Ue, mentre i settori profondamente colpiti dalla crisi Covid19 hanno quote elevate di occupazione femminile. Inoltre, l'attuale focus del piano di ripresa su un’economia verde e digitale contribuirà ad aumentare le disparità di genere nell'occupazione nell'Ue, favorendo la crescita dell’occupazione maschile. 

Raccomandazioni

Sono numerosi i suggerimenti dello studio: prevedere interventi di stimolo anche nei settori di attività ad alta occupazione femminile, in particolare quelli maggiormente colpiti dalla crisi da Covid19; prevedere l’inclusione  nelle proposte di utilizzo dei fondi del pacchetto Next Generation Eu, avanzate dai paesi  di una rigorosa valutazione dell’impatto di genere, dati disaggregati per sesso e l’utilizzo del gender budgeting; l’introduzione  come prerequisito per ottenere i fondi da parte dei singoli paesi  di una adeguata attenzione alle differenze di genere; richiedere sistemi di governo equilibrati, con una adeguata presenza di donne competenti; aumentare i fondi allo European Institute of Gender Equality (Eige), potenziandone il ruolo.

La raccomandazione più importante e innovativa è quella di includere tra le proposte di investimento finanziate dal recovery fund un focus sugli investimenti nell’economia della cura insieme a quello sulla transizione verde e digitale.

Investire in infrastrutture nell’economia della cura è cruciale per due ragioni importanti. In primo luogo, è un settore ad alta intensità occupazionale femminile, quindi permetterebbe di controbilanciare gli effetti degli investimenti per un’economia verde e digitale (che tendono a favorire maggiormente l’occupazione maschile). In secondo luogo, l’intensità occupazionale degli investimenti nel settore della cura (che include sanità, scuola, strutture per l’infanzia) sono di gran lunga maggiori rispetto agli investimenti richiesti per un rilancio dell’economia verde e digitale.

Riferimenti

Elisabeth Klatzer and Azzurra Rinaldi (2020), “#nextGenerationEU” Leaves Women Behind. Gender Impact Assessment of the European Commission Proposals for the EU Recovery Plan, Study commissioned by The Greens/EFA Group in the European Parliament, initiated by Alexandra Geese, MEP, June.

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