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Voto utile,
senza perdere lucidità

donne al voto tunisia

La partita elettorale in Tunisia si è giocata anche sul corpo e i diritti delle donne, che sono andate a votare in massa. La cronaca del dopo voto tra promesse mancate, conquiste reali, logiche strumentali e un nuovo parlamento fatto (quasi) per un terzo da donne

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La Tunisia ha votato democraticamente per la seconda volta nella sua storia ed è quasi un miracolo. Dalle urne è uscita un’assemblea legislativa molto diversa dalla Costituente del 2011. Allora il partito islamista Ennahdha prese il 37% dei voti e 89 seggi su 217 lasciando agli altri solo le briciole (il secondo partito non raggiungeva il 9%). Nel 2014 invece Nidaa Tounès, un partito che è improprio definire “laico” (in Tunisia quasi nessuno ama definirsi così) ma che è certamente antislamista ottiene 85 seggi mentre Ennahdha scende a 69. Il terzo partito, il populista Upl, di seggi ne ha appena 16 e poi giù a scendere. Da monopartitico il parlamento è diventato tendenzialmente (e fisiologicamente) bipartitico. Qual è l’impatto di questa trasformazione dal punto di vista di genere? Quanto ha contato il voto delle donne? Cosa cambierà per loro adesso?

Nel 2011 la competizione tra le forze politiche era stato definita come un conflitto tra laicità e islamismo al cui esito veniva legato il destino delle libertà femminili: come sempre il corpo delle donne divenne, nell’immaginario collettivo, la posta in gioco di una lotta di potere. Le donne dello schieramento laico-modernista si mobilitarono in difesa dei diritti di parità, gli islamisti ottennero la revoca di tutte le limitazioni fino ad allora esistenti in materia di uso del hijab (il foulard islamico). L’appello in difesa della laicità modernista non impedì il voto massiccio per Ennahdha che si richiamava alla difesa dell’identità arabo-musulmana e preferiva parlare di “complementarità” anziché di “uguaglianza” tra i sessi. Il dibattito furoreggiò quando si trattò di iscrivere la parità nella costituzione ma si placò subito dopo, con l’adozione consensuale della costituzione e le dimissioni concordate del governo di Ennahdha a favore di un governo tecnico. Una volta scomparsa dall’agenda la questione della salvaguardia dei diritti delle donne si affievolì anche quella dell’empowerment, cioè della parità reale. Come se, osserva Neila Jrad, femminsta storica, ex presidente dell’Afturd (Associazione Donne Tunisine per la Ricerca e lo Sviluppo), le forze politiche fossero più inclini a giocare strumentalmente sulla difesa dei diritti delle donne che non ad impegnarsi per il raggiungimento di una effettiva parità.

Nel 2012, quando il carismatico leader ottantottenne Béji Caid Essebsi, già ministro sotto Bourguiba e sotto Ben Ali e poi a capo del governo provvisorio dopo la rivoluzione, lancia un appello a tutte le forze antislamiste del paese affinché costituiscano sotto la sua leadership un vasto raggruppamento in grado di sconfiggere Ennahdha, lo fa accusando gli islamisti di aver inflitto al paese il disastro economico, l’anarchia amministrativa, gli omicidi politici e il dilagare del terrorismo. Sicurezza e stabilità, ripristino dell’autorità dello stato e del prestigio delle forze dell’ordine, delinenano il contesto in cui meglio saranno tutelati diritti e libertà femminili.   

E’ presto per dire quante donne hanno raccolto quell’appello. Al momento l’unico dato certo è che le donne iscritte nelle liste elettorali sono pari al 50,5% contro il 37% del 2011: poiché l’iscrizione è volontaria ciò significa che molte più donne sono andate a iscriversi. Ma le parole d’ordine di Béji Caid Essebsi sembrano aver fatto breccia. Maha, 30 anni, estetista in un grande salone del centro, dieci ore di lavoro al giorno, senza contratto né contributi, ha votato Nidaa “per paura della violenza”, quella che il paese ha conosciuto in questi tre anni. Souha 25 anni, laureata, funzionaria in un’agenzia di marketing, ha votato Nidaa Tounès “contro Nahdha” che “avrebbe voluto imporre lo hijab a tutte le donne e costringerle a restare a casa” e per avere “sicurezza e stabilità”. Per difendere “i nostri diritti acquisti”, quelli che “abbiamo ricevuto con Bourguiba” hanno votato donne più mature, come Saloua, 50 anni, docente universitaria, madre di famiglia. Tutte però affermano di aver seguito l’invito di Essebsi al “voto utile”, mettendo da parte preferenze personali per partiti minori dello schieramento laico o liberista o di sinistra.  Proprio questa adesione massiccia al “voto utile” potrebbe essere una caratteristica specifica del voto femminile. Nel 2011 la vittoria di Ennahdha è stata anche il frutto della frammentazione del fronte di opposizione riconducibile anche alle ambzioni personali di molti leader uomini. Nel 2014 le donne hanno risposto da elettrici razionali, che hanno rapidamente appreso le regole del gioco istituzionale e si sono orientate di conseguenza,  scegliendo un “partito misogino” come lo definisce Neila Jrad, ma capace di sconfiggere l’avversario. Per questo anche tra le donne dello schieramento antislamista l’entusiasmo non è totale. “Il richiamo alle questioni di genere, dal punto di vista delle donne, è un’arma a doppio taglio”,  conclude Neila. “Collegare la parità ad un modello di società, per quanto corretto, si presta a strumentalizzazioni: serve a far passare certi messaggi”. Per esempio che ai tempi di Ben Ali “si stava tranquilli” come afferma Souha. O che il ritorno al potere del disciolto Rcd, il partito di Ben Ali i cui esponenti sono confluti in massa in Nidaa Tounès, è un prezzo accettabile per la difesa delle libertà femminili, come afferma Saloua.

Paradossalmente, due tornate elettorali dagli esiti così diversi hanno dato esiti abbastanza simili in termini di rappresentanza di genere. Oggi le elette sono 67, poco meno di un terzo, una quota rispettabile e pari a quella che sedeva nell’Assemblea Nazionale Costituente alla vigilia di queste elezioni, con la differenza che nel 2011 le elette erano solo 49; sono aumentate subentrando agli eletti che si sono dimessi per vari motivi nel corso dei tre anni. Su questi risultati, più che il voto delle donne ha pesato una legge fortemente voluta dalle donne: quella che impone, pena l’esclusione, la disposizione alternata nelle liste di candidati uomini e donne. Ne consegue che la percentuale di elette è pressoché identica nei due primi partiti: Nidaa Tounès ha 35 deputate su 85, cioè il 41%, Ennahdha 28 su 69, cioè il 40, 6%. Lo score avrebbe potuto essere migliore se i partiti, oltre alla parità “verticale” imposta dalla legge avessero anche implementato la parità “orizzontale”, cioè quella tra capilista uomini e donne. Invece le donne capilista erano solo due per Nidaa e tre per Nahdha: un dato che evidenzia quanto siano “trasversali”, nei partiti, le pratiche degli uomini. Complessivamente vi è stato un lieve miglioramento dal 2011, le donne capolista essendo passate dal 7% al 12% ma a fronte di ciò vi è l’amara costatazione che proprio i partiti più “paritari” in fatto di capolista, in particolare il laico-modernista Al Massar, che già aveva avuto un risultato deludente nel 2011, quest’anno è rimasto fuori dal parlamento.

Cosa cambierà adesso? “A mio parere nulla” sostiene Leyla, avvocatessa, 45 anni, militante del Cpr che aveva fatto parte del governo di coalizione islamista, impegnata nell’associazionismo femminile. “Le donne i loro diritti li hanno ottenuti dopo l’Indipendenza e non sono mai stati rimessi in discussione ma tra parità formale e reale c’è una bella differenza. La parità salariale, per esempio, viene applicata solo nel pubblico impiego. Le donne nelle campagne sono pagate molto meno degli uomini. Le operaie delle fabbriche mantengono le famiglie mentre i mariti non lavorano”.

In realtà le maggiori conquiste sono avvenute proprio nei tre anni che hanno seguito la rivoluzione: la legge elettorale paritaria e la costituzionalizzazione dell’obiettivo della parità nelle assemblee elettive (con l’obbligo per lo stato di adottare i mezzi necessari a raggiungerla) possono considerarsi l’equivalente sul piano politico di ciò che il Codice di Statuto Personale ha rappresentato sul piano sociale. Non si tratta solo della conquista di diritti ma di una profonda trasformazione culturale. E se nel 2011 tutti si sono dovuti abituare a vedere una nutrita schiera di donne in hijab sedere nell’assemblea costituente, oggi probabilmente dovranno abituarsi a vedere le deputate di due partiti con visioni del mondo diverse portare nell’assemblea una pratica politica autonoma e trasversale, cioè, appunto, di genere