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Storie di padri
non previsti dal Jobs Act

foto: Andrea Lolicato

Il Jobs Act ha perso l'occasione di offrire ai padri un maggior coinvolgimento nella cura dei figli. Ma la società civile è più evoluta delle leggi. Uno studio dell'Isfol racconta di nuove tendenze già in corso

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Circa un mese fa è uscito l’atteso decreto conciliazione previsto all’interno del Jobs Act. Le aspettative sul decreto erano alte e anche su queste pagine è stato auspicato da più parti l’arrivo di un intervento realmente innovativo, in termini di work life balance, a sostegno della genitorialità

L'articolo che segue prende spunto dalla ricerca dedicata dall'Isfol al coinvolgimento paterno, per mostrare, attraverso la storia di uno degli intervistati, Giuseppe, come la società civile sia in qualche modo all’avanguardia rispetto alle scarse opportunità offerte dalle istituzioni, in primis dal Jobs Act, e come fra le nuove generazioni siano già in corso sperimentazioni di nuovi modelli familiari e di coppia.

Il testo originario del Jobs Act, da cui ha preso vita il decreto, si prefiggeva, infatti, fra i vari punti da sviluppare, di “favorire le opportunità di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro per la generalità dei lavoratori”; incentivare gli accordi collettivi volti ad agevolare la flessibilità oraria per “favorire la conciliazione tra l’esercizio delle responsabilità genitoriali”; effettuare una ricognizione delle disposizioni a “sostegno della maternità e della paternità”[1]. L’individuazione degli strumenti presenti nel nostro Paese a sostegno della paternità è stato probabilmente, per il governo, il passo più semplice da compiere dal momento che in Italia non sono presenti molti dispositivi al riguardo. Solo recentemente[2], è stato introdotto un simbolico congedo di paternità della durata di un solo giorno a disposizione dei padri in occasione della nascita del figlio, che possono diventare tre giorni[3] attingendo però a due giorni dall’astensione di maternità obbligatoria della madre e dunque possono essere goduti in modo alternativo. Bisogna invece tornare indietro di 15 anni per identificare il primo intervento normativo innovativo proposto per favorire il coinvolgimento dei padri nella cura[4]. Gli studi condotti a livello europeo hanno mostrato che se la diffusione del congedo tra i padri dipende indubbiamente da fattori culturali, un ruolo rilevante spetta anche agli incentivi, soprattutto economici, che possono renderlo vantaggioso per le famiglie. L’esperienza svedese è indubbiamente esemplificativa al riguardo, in questo Paese infatti, dove è alto il numero di uomini che utilizza il congedo parentale, dei 13 mesi retribuiti al 100%, due sono riservati, esclusivamente, ai padri. In Italia, dove il congedo è retribuito al 30%, sono principalmente le donne a richiederlo, poiché è meno svantaggioso rinunciare alla parte dello stipendio più basso[5] (quasi sempre quello femminile) all’interno del nucleo familiare. 

Inserire all’interno del decreto conciliazione un congedo di paternità obbligatorio (non alternativo a quello della madre) e retribuito di almeno due settimane, o prevedere un aumento della quota di retribuzione solo per i padri, in caso di congedo parentale, avrebbe rappresentato una novità concreta ed efficace per incentivare la cura paterna e sostenere materialmente la condivisione della cura fra i genitori. Nel decreto, purtroppo non vi è alcuna traccia di misure in tale direzione, e anzi, leggendo il testo del provvedimento l’impressione generale è che il ruolo del padre sia previsto solo per surrogare la madre nella cura in casi estremi (morte o grave infermità). Pur condividendo l’estensione a tutte le categorie di lavoratori padri della possibilità di intervenire nella cura dei figli in mancanza della madre, il loro ruolo continua ad avere un carattere residuale e pare godere di scarsa considerazione. Insomma la cura paterna più che auspicata per incentivare la “condivisione” sembra contemplata solo come effetto della “sostituzione” della madre.

Eppure sono ormai numerosi gli studi che rivelano la crescente aspirazione maschile a conquistare spazio e tempo per la cura dei figli, soprattutto nei primi anni di vita del bambino. Le ultime indagini europee sulla qualità della vita e del lavoro hanno evidenziato sia le difficoltà degli uomini a partecipare alla vita familiare, sia il loro crescente desiderio di avere più tempo da trascorre con i propri figli, ma l’aspetto più interessante delineato da alcuni studi, è l’attribuzione di un nuovo valore nei confronti della paternità, differente e più affettivo rispetto a quello che veniva assegnato dalle precedenti generazioni. 

Nello studio dell’Isfol sulla paternità, si è tentato di capire quali potessero essere le diverse tipologie di padri in base al contributo che danno alla gestione ed alla cura dei figli; tra queste è stata individuata la tipologia dei padri high care che spiccano per il loro coinvolgimento nella vita dei figli. A partire da queste analisi si sta realizzando un approfondimento qualitativo sulla figura del padre e attraverso delle interviste in profondità si sta tentando di raccogliere informazioni per delineare i profili dei nuovi padri high care[6]. Il lavoro si sta svolgendo in collaborazione con un antropologo visuale[7] che, dopo le interviste, ha trascorso alcuni giorni in casa di alcuni dei soggetti coinvolti allo scopo di dare volto e forma alla relazione padre figlio, nonché ai nuovi comportamenti, che potremmo definire di alternanza, messi in atto dalle giovani coppie nelle strategie di work life balance quotidiane.

Interessante è al riguardo la storia di Giuseppe, 37 anni (nella foto), laureato in scienze della comunicazione, impegnato con contratti a termine nel mondo della produzione cinetelevisiva. Giuseppe è stato intervistato nel dicembre 2013. Occupato per diversi anni nel suo lavoro a tempo pieno, nel 2009, in corrispondenza della nascita di suo figlio e dei primi anni di crisi economica, ha visto ridurre il suo impegno mese dopo mese e si è trovato a trascorrere più tempo con il figlio piccolo, più per caso che per una scelta prefissata. 

“Ho finito l’ultimo lavoro a fine ottobre del 2009, il bimbo è nato il 22 novembre del 2009, quindi ero pure abbastanza felice di questo tempo libero, attualmente lo sono ancora”.

Dalla fine del 2009 Giuseppe ha continuato a lavorare fuori casa, ma con ritmi meno pesanti ed ha iniziato ad occuparsi più intensamente del figlio, sia termini di tempo che di coinvolgimento emotivo. 

“Negli anni precedenti non avrei mai potuto fare quello che sto facendo ora con il bimbo perché iniziavo il 2 di gennaio e finivo il 23 di dicembre con una settimana solo di ferie ad agosto, però guadagnavo 10 volte tanto” .

La compagna di Giuseppe è caporedattrice di una rivista e al momento dell’intervista svolgeva la funzione di principale breadwinner all’interno della coppia. Trascorrendo più tempo a casa Giuseppe, oltre ad avere iniziato a sperimentare un ruolo diverso all’interno della famiglia, sembra aver cominciato a riflettere in modo nuovo anche sulla sua condizione di padre. 

“Una cosa su cui ho razionalizzato un po’ è la paternità, nel senso che sono convinto che fino alla generazione precedente alla mia, i padri hanno avuto una vita un po’ più semplice, perché hanno avuto un percorso lineare da 2000 anni a questa parte, in cui tu potevi aggiungere qualcosa in più rispetto alle generazioni precedenti, però i ruoli erano abbastanza definiti.”

“In questo periodo, poiché io sono molto più a casa, c’è una diversa divisione dei ruoli: la mattina io lavo il bimbo lo vesto ed è pronto per andare a scuola. Negli ultimi giorni della settimana lo accompagna lei, oppure di solito lo accompagniamo anche insieme. Poi io lo vado a riprendere a scuola alle 16,00 o alle 16,30 dipende dai giorni perché il lunedì e il giovedì va in piscina, quindi lo accompagno in piscina mentre gli altri giorni stiamo a casa insieme e facciamo altro”.

“Ora sono io quello che si alza la notte sempre, perché comunque sono quello che si alza un po’ più tardi alla mattina, lei si alza prima di tutti, io mi sveglio col bimbo tranne quando devo andare a lavorare”.

Ma l’aspetto più interessante della storia di Giuseppe è che in questi anni ha trovato un equilibrio nella gestione dell’organizzazione familiare e nella cura del figlio all’interno della coppia, probabilmente orientato in parte anche dagli impegni lavorativi di entrambi, più fissi e cadenzati nel caso della compagna, più temporanei, intensi e variabili nel caso di Giuseppe, che ha consentito a padre e madre di godersi i primi anni di vita del bambino continuando ad investire nel proprio percorso professionale[8]

Insomma la storia di Giuseppe è esemplificativa per vari motivi. Probabilmente se avesse continuato a lavorare a ritmi serrati non avrebbe riservato la stessa quantità di tempo alla vita privata, alle attività domestiche e di cura. Si sarebbe indubbiamente occupato del bambino, ma con meno entusiasmo, forse più stanchezza, fra mille difficoltà oggettive. Inoltre, in questo momento, Giuseppe è spesso fuori dall’Italia per promuovere il suo nuovo film, e all’interno della coppia c’è stato una sorta di passaggio di testimone, per cui è la madre che, attualmente, riserva più tempo alla cura del figlio. Giuseppe, quindi, in principio  si è trovato, inaspettatamente, ad abitare e riempire uno spazio nuovo, quello della cura quotidiana del figlio, mentre ad oggi spera, consapevolmente,  di avere presto e di nuovo più tempo a disposizione da trascorrere in famiglia.

Indubbiamente l’attenzione nei confronti della paternità e dei mutamenti delle identità di genere è cresciuta negli ultimi anni, soprattutto in corrispondenza dell’aumento della presenza delle donne nel mercato del lavoro. La cura familiare e in particolare quella espressa nei confronti dei figli, in tale senso, non rappresenta più solo un carico ma diviene un’opportunità, relazionale ed espressiva, a cui molti uomini non vogliono rinunciare. In un mondo del lavoro flessibile e spesso precario le coppie adottano strategie produttive e riproduttive nuove, in cui ad orientare le scelte e le azioni non è più solo l’essere uomo o donna, ma ad esempio, la tipologia contrattuale posseduta, il tempo a disposizione, l’accesso ad un reddito da lavoro più elevato o più sicuro rispetto al partner. I processi di mutamento sociale tracciano nuovi percorsi fra le relazioni e le interdipendenze di genere e fra le funzioni materne e paterne. L’impressione generale è che la società civile stia attraversando, e in parte proponendo, degli importanti cambiamenti che le istituzioni fino ad ora non sono state in grado di cogliere, o meglio accogliere.

Il Jobs Act poteva rappresentare un'occasione al riguardo. Tra l’altro, considerando il fatto che le novità introdotte in termini di conciliazione hanno un carattere sperimentale e annuale, forse si poteva osare qualcosa di più volgendo lo sguardo, come avviene ormai in tutta Europa, anche ai neopadri, scardinando il concetto di “sostituzione” e favorendo concretamente la “condivisione” fra i generi.

 

NOTE

[1] Cfr. con la Legge del 10 dicembre n. 183

[2] Introdotto dalla cosiddetta “Legge Fornero” n. 92 del 2012.

[3] Nel 2010 il Parlamento europeo aveva suggerito di introdurre il congedo di paternità obbligatorio e retribuito  di almeno 15 giorni soprattutto per gli stati membri, come l’Italia, che ne erano ancora sprovvisti. 

[4] Il riferimento è alla legge n.53 del 2000, che ha introdotto per la prima volta in Italia il diritto individuale al congedo parentale del padre, prevedendo per ogni genitore 6 mesi di congedo per un totale di 10 mesi totali, più un mese aggiuntivo nel caso in cui padre fruisca di almeno 3 mesi consecutivi di congedo. Negli anni è cresciuta la quota di padri che usufruiscono del congedo, (dal 2009 al 2013 si è passati, ad esempio, dal 8,6% al 12,% di padri che hanno utilizzato il congedo parentale nel settore privato e agricolo), ma tuttora sono ancora troppo pochi coloro che vi ricorrono.

[5] Secondo le stime Eurostat le donne in Italia guadagnano mediamente il 6,7% in meno degli uomini. Cfr. Commissione Europea, Colmare il divario retributivo di genere nell’Unione Europea, Lussemburgo: Ufficio delle pubblicazioni ufficiali dell’Unione europea, 2014. 

[6] Dopo una serie di analisi realizzate su dati statistici raccolti in Italia e in Europa, si è deciso di tentare un affondo, sul tema del coinvolgimento paterno, intervistando alcuni padri in Italia e in Spagna. Il lavoro fa parte del progetto di ricerca che sto realizzando per la tesi di dottorato presso l’Università Carlos III di Madrid. I padri identificati in base alle caratteristiche individuate dal modello logistico implementato per l’individuazione dei padri high care, hanno dai 30 ai 40 anni circa, sono altamente istruiti, con figli piccoli e con partner occupate e altamente istruite. 

[7] Cfr. Andrea Lolicato

[8] Durante l’intervista, infatti, Giuseppe aveva accennato ad un suo progetto, quello di produrre un film, che ha preso forma negli ultimi anni sino alla sua completa realizzazione .Il film, WAX -we are the x, non ancora distribuito in Italia è stato presentato in diversi festival internazionali.