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Una giornata per la salute delle donne

foto Flickr/alepouda

In occasione della prima giornata nazionale dedicata alla salute delle donne, il 22 aprile, a cui seguirà la settimana coordinata dall'Osservatorio Onda e sostenuta dai 177 ospedali del network bollini rosa, vogliamo ricordare, riportando pareri, esperienze e riflessioni di diverse esperte, come un’ottica di genere sia necessaria, non solo per garantire il benessere delle donne, ma di tutta la società

"La medicina di genere è un approccio diverso e innovativo, se vogliamo rivoluzionario, alle diseguaglianze di salute, e non solo, a partire dall’insorgenza e dall’evoluzione della malattia – dai sintomi, dalle diagnosi e prognosi fino ai trattamenti – legate non solo a una differente appropriatezza diagnostico-prescrittiva, ma soggette anche a diseguaglianze sociali, culturali e perfino etniche, psicologiche, economiche e politiche", spiega Mariapaola Salmi, direttora dell'Italian Journal of Gender Medicine, in un articolo appena pubblicato su inGenere. Si tratta di una questione aperta non più rinviabile, perché il genere è un determinante essenziale di salute e come tale contribuisce a delineare nuove priorità, azioni, obiettivi e programmi. 

Non c’è un modello taglia unica che va bene per tutti, le differenze biologiche condizionano il modo in cui le patologie insorgono e si sviluppano, quali patologie insorgono e si sviluppano, e di conseguenza di quale prevenzione, servizi e cure uomini e donne hanno bisogno. Tutto ciò implica la necessità di pensare la ricerca, la farmacologia, l’informazione, i servizi e la prevenzione in maniera specifica per donne e uomini.

Ineke Klinge, esperta in medicina di genere della Maastricht University sottolinea l’importanza di integrare un’ottica di genere nella ricerca: per produrre cure efficaci è necessario che la ricerca biomedica prenda in considerazione le differenze biologiche dei sessi e le differenza culturali dei generi. Vanno ripensati i criteri di sperimentazione per ottimizzare le risorse e tutelare le persone. La buona notizia è che le cose iniziano a cambiare. 

Dalla ricerca passiamo alla farmacologia, dove molte imprese hanno capito l’importanza dei trial clinici sulle donne, visto che “gli effetti collaterali” fonte sia di spesa sanitaria che di ritiro dei farmaci dal mercato si presentano con maggiore frequenza nelle donne. A ricordarcelo è Marina Ziche, dell’Università di Siena.

Dobbiamo interrogare anche l’accesso ai servizi, che è spesso disuguale non solo tra uomini e donne, ma trai diversi gruppi sociali in relazione a fattori economici, sociali, geografici e di genere. Il network europeo Eurohealthnet documenta come le disuguaglianze nell’accesso alla salute si trasformino in una perdita di produttività che a livello europeo costa 141 miliardi di euro all’anno. Una ricerca condotta dalla Fondazione Giacomo Brodolini per la Commissione Europea mette in luce come, nella maggioranza dei paesi europei, strategie di genere nell’accesso ai servizi vengano messe in campo solo in relazione alla maternità - specialmente nel sostenere l’allattamento - o a malattie che colpiscono solo le donne compromettendone la capacità riproduttiva: cancro al seno e della cervice dell’utero.

I diritti riproduttivi sono un terreno scosceso e fronte di scontri politici giocati sui corpi delle donne. La libertà di decidere se e quando diventare madri è fondante per l'identità delle donne di oggi, che però si trovano strette tra la difficoltà di esercitare i propri diritti sessuali e riproduttivi (per esempio, l’interruzione di gravidanza, una corsa a ostacoli nel nostro paese) e condizioni di vita e di lavoro, che inducono a posticipare sempre di più l’età della maternità.  

La scelta del primo figlio spesso arriva tardi rispetto ai tempi biologici: e il Censis stima che l'infertilità riguarda il 20-30% delle coppie. Aumenta il ricorso alle tecniche di riproduzione assistita, la legge 40 che la regolamenta è stata profondamente cambiata a colpi di sentenze, fino ad arrivare all’integrazione della fecondazione eterologa tra le prestazioni permesse e a carico dello stato.

La corsa a ostacoli non finisce con la gravidanza, sempre più donne contestano il modo in cui vengono trattate in sala parto, e l’Italia detiene il triste primato del “paese dei cesarei” triplicando la media degli altri paesi europei.

In questo panorama non si può non ricordare che i consultori, pensati per mettere al centro la salute e le scelte sessuali e riproduttive delle donne, secondo una nostra indagine, sono sempre meno e hanno sempre meno risorse. Eppure, dove ci sono e funzionano, sono motore di prevenzione ed efficienza della spesa.

Infine, dobbiamo ricordare che le donne vivono e si ammalano di più. Per questo dovrebbero vigilare sui tagli alla sanità italiana, che, nonostante le disparità territoriali, ottiene risultati eccellenti e costa poco, Certo si può rendere la spesa più efficiente e per farlo ci sono due priorità: tenere in conto le differenze di genere e investire di più nella prevenzione.