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Ivg, a che punto siamo
con l'applicazione della 194

foto Flickr/wan mohd

Il ministero della salute ha presentato la relazione annuale sull'applicazione della legge 194. Per la prima volta le interruzioni volontarie di gravidanza registrate scendono sotto le 100 mila. Ma qual è lo stato dell'accesso ai servizi e del diritto alla salute?

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Per la prima volta in Italia il numero annuale di interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) è inferiore a 100.000. A riportarlo è la relazione del ministero della salute appena presentata in Parlamento e relativa all'attuazione della legge 194 del 1978 nel nostro paese. Nel 2014, si legge nel rapporto, sono state notificate dalle regioni 97.535 IVG (dato provvisorio), con un decremento del 5.1% rispetto al dato definitivo del 2013 (102.760 casi), e un dimezzamento rispetto alle 234.801 del 1982, anno in cui si è riscontrato il valore più alto di interruzioni volontarie di gravidanza nel nostro paese. Il tasso di abortività[1], che nel 2013 si registra al 7,6 per 1000 rimane tra i più bassi di quelli osservati nei paesi industrializzati. Dati, questi, che andrebbero però tenuti insieme alla quantificazione degli aborti clandestini. L’Istituto Superiore di Sanità ne ha fatto una stima inclusa tra i 12.000 e i 15.000 casi per il 2012, riscontrando una sostanziale stabilizzazione del fenomeno negli ultimi anni. Si tratta di cifre comunque sempre molto alte se si considera che tra le cause potrebbe esserci proprio la difficoltà nell'accesso ai servizi. 

Lo stato dell'obiezione di coscienza e dell'accesso ai servizi

I valori di obiezione riscontrati dalla relazione nel 2013 restano elevati soprattutto tra i ginecologi  - a obiettare sono il 70.0%, cioè più di due su tre - un dato che tende a stabilizzarsi dopo il notevole aumento degli ultimi anni. Il rapporto ha osservato poi un ulteriore incremento di obiettori tra il personale non medico, con valori che sono passati dal 38.6% nel 2005 al 46.5% nel 2013. Le maggiori differenze si riscontrano a livello regionale. I picchi sono al centro sud, con percentuali di obiezione tra i ginecologi superiori all'80%: in Molise (93.3%), nella provincia autonoma di Bolzano (92.9%), in Basilicata (90.2%), in Sicilia (87.6%), in Puglia (86.1%), in Campania (81.8%), nel Lazio e in Abruzzo (80.7%). Per il personale non medico i valori impennano in Molise (89.9%) e in Sicilia (85.2%). L'obiezione continua ad essere maggiore all'interno delle strutture ospedaliere rispetto ai consultori, dove pure è presente.

Cosa significano questi dati in termini di accesso ai servizi e diritto alla salute? La relazione mette in luce che per la prima volta, per quanto riguarda i carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore, anche su base sub-regionale, non emergono criticità nei servizi, perché ogni non obiettore in media si ritrova ad effettuare 1,6 interruzioni a settimana, e in ogni caso un non obiettore non arriva mai alle 10 interruzioni a settimana. Dall'analisi del ministero emerge poi che non c’è correlazione fra numero di obiettori e tempi di attesa, e che in media l'aumento degli obiettori in sei anni è coinciso con una diminuzione dei tempi d'attesa.

Secondo la ministra Beatrice Lorenzin, che ha firmato il documento, le difficoltà nell’accesso ai servizi "sono probabilmente da ricondursi a situazioni ancora più locali di quelle delle singole aziende sanitarie rilevate nella relazione, e probabilmente andrebbero ricondotte a singole strutture".

Ma se è vero che a fare la differenza tra buona e cattiva applicazione della legge 194 sono proprio i singoli ospedali, allora va considerato che quattro ospedali pubblici su dieci di fatto non la applicano. Dalla relazione emerge infatti che nel 2013 a livello nazionale il numero totale delle strutture che effettuano le IVG corrisponde solo al 60% del totale delle strutture con reparto di ostetricia e ginecologia (era il 64% nel 2012). A livello regionale, risulta poi che in due casi, relativi a regioni molto piccole, è presente un numero di strutture disponibili inferiore addirittura al 30%.

La legge però prevede il diritto di obiezione solo per i singoli medici, non per intere strutture, significa che ognuna di queste dovrebbe essere in grado di garantire comunque il servizio.

Quali donne, quali interruzioni

Le donne che ricorrono più spesso all'interruzione volontaria di gravidanza hanno un'età compresa tra i 20 e i 29 anni. Inoltre, soprattutto negli ultimi dieci anni è aumentato il peso delle cittadine straniere. Questo, spiega la relazione "sia come conseguenza della loro maggiore presenza che del loro maggiore ricorso all’aborto rispetto alle donne italiane". Proprio a carico delle straniere si registra un terzo delle IVG totali in Italia (il 34.0% nel 2013, nel 1995 era il 7%), con un tasso di abortività del 19 per 1000, corrispondente a una tendenza tre volte maggiore in generale, e quattro volte per le più giovani.

L'intervento più utilizzato resta quello chirurgico (la tecnica di Karman nel 59,0% dei casi, seguita dall’isterosuzione  nel 16.6%), lasciando uno spazio del 9,7% al metodo farmacologico (nel 2012 era stato adoperato nell’8.5% dei casi). Il poco spazio che questo metodo ha trovato all'interno del sistema sanitario nazionale è stato accompagnato dal proliferare di siti internet che vendono farmaci per l'interruzione di gravidanza compresi siti che pubblicizzano in modo ingannevole e vendono "kit per l'aborto". Su questo punto la ministra Lorenzin è intervenuta alla Camera per rispondere alle interrogazioni parlamentari sui rischi connessi al fenomeno. La ministra ha evidenziato che per quanto riguarda i siti che vendono medicinali online, - in base al recente decreto legislativo n.17 del 2014 - le farmacie online autorizzate devono essere riconoscibili e distinguibili da quelle illegali attraverso il logo comune, un bollino di sicurezza condiviso e coerente a livello europeo, rilasciato dal ministero della salute. Inoltre, ha ribadito il suo impegno personale perché la normativa del 2014 contemplasse anche l'oscuramento dei siti non autorizzati che vendono online medicinali che richiedono la prescrizione medica.

Verso una piena applicazione della legge

Le modalità̀ di applicazione della legge, ricorda la relazione, dipendono sostanzialmente dall’organizzazione regionale. Per quanto riguarda la responsabilità delle strutture, la ministra nel documento ricorda che secondo quanto indicato dalla legge “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall’art.7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5,7 e 8. Il controllo e la garanzia che ciò si verifichi è affidato alle regioni". E in ogni caso, ricorda sempre Lorenzin, il personale delle strutture deve ricordare che “l’obiezione di coscienza non esonera dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento”.

A proposito della piena applicazione della 194, ricordiamo che proprio a marzo di quest’anno il Parlamento europeo ha approvato la risoluzione Tarabella, il testo insiste sul fatto che "le donne debbano avere il controllo dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all'aborto". Un passo importante, che dovrebbe tradursi per l'Italia nella piena applicazione del testo di legge, arginando il fenomeno dell'obiezione di coscienza in modo che sia sempre possibile avere accesso al servizio in ogni struttura.

Rispetto a questo, nella relazione appena presentata, la ministra Lorenzin, ha invitato le regioni ad approfondire il monitoraggio dei dati relativi all'IVG e ha reso noto che proprio per affinare i dati raccolti con l'obiettivo di monitorare l’applicazione della legge, il ministero ha finanziato un progetto della durata di un anno che sarà coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità. Il progetto, che si svolgerà entro la primavera prossima, prevede che "vengano esaminate insieme ai referenti regionali le criticità presenti a livello locale per quanto riguarda la raccolta dati e l’applicazione della legge, e che vengano realizzati incontri formativi per i referenti regionali sulle tecniche di controllo dei dati, sulla stima del bisogno a livello locale e sulle principali criticità emerse".  

NOTE

[1] Numero delle interruzioni per 1000 donne tra i 15 e i 49 anni