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Cos'è la moda sostenibile, perché è importante conoscerla e che ruolo hanno le donne in questo settore. Una scheda sintetica

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Credits Unsplash/rocknwool
moda sostenibile

Sebbene il concetto di moda sostenibile abbia radici che risalgono a diversi decenni fa, ha iniziato a guadagnare slancio e popolarità a partire dagli anni Novanta, quando molte organizzazioni iniziarono a sollevare preoccupazioni riguardanti l'uso intensivo di risorse naturali, l'inquinamento delle acque e del suolo e le condizioni delle persone che lavoravano nel settore della moda, portando alcune aziende a esplorare pratiche più responsabili.

Ma è negli anni Duemila che il tema ha ottenuto maggior attenzione: nel corso degli anni dieci, sono state molte le organizzazioni ambientaliste, i gruppi di consumatori e designer che hanno iniziato a promuovere attivamente un approccio più sostenibile.

Da allora, la moda sostenibile ha continuato a crescere, con l'impegno di un numero sempre maggiore di marchi e designer per integrare principi etici ed eco-sostenibili nelle loro collezioni e nei processi produttivi.

Oltre a piccoli marchi indipendenti, anche grandi aziende del settore hanno iniziato a prendere in considerazione la sostenibilità come parte delle loro strategie di mercato.

L'obiettivo principale della moda sostenibile si intreccia strettamente con la creazione di capi d'abbigliamento che riducono al minimo gli sprechi di produzione, adottando tagli più efficienti e realizzando sistemi innovativi per il riciclo dei materiali in eccesso.

L'impatto sulle lavoratrici

Un parallelo significativo si riflette anche nell'impegno volto a promuovere condizioni di lavoro sicure ed etiche per le lavoratrici del settore: infatti, nell'industria tessile e dell'abbigliamento, l'80% della forza lavoro è composta da donne.

Dal rapporto del 2023 della Campagna Abiti Puliti si deduce che il 93% non ha un salario adeguato.

Questo problema abbraccia continenti diversi, dall'Asia all'Africa, dall'America centrale all'Europa orientale, con salari che si aggirano intorno a un terzo, un quarto o un quinto della retribuzione minima dignitosa.

Parliamo di paesi come il Bangladesh, in cui salario minimo e orari di lavoro umani non sono contemplati dall’ordinamento legislativo nazionale e nei quali i grandi marchi, facendo leva sulla mancanza di alternative e sulla povertà della popolazione locale, possono arrivare a retribuire la manodopera locale da 1,90 a 2,40 dollari al giorno, nonostante una giornata di lavoro tipo sia di circa 12 ore.[1]

Un problema che non si può più ignorare

La nascita, negli ultimi anni, di movimenti che si oppongono a forme di schiavitù come Stop The Traffik#PayUp, ha riportato il problema all'attenzione pubblica, costringendo alcuni marchi a onorare i loro obblighi finanziari nei confronti delle persone impiegate nell'industria dell'abbigliamento.

La sempre maggiore sensibilità di chi consuma verso le condizioni di lavoro delle operaie del settore ha generato una crescente richiesta di trasparenza e influenzato notevolmente le pratiche aziendali: le imprese che adottano un approccio di moda sostenibile si impegnano ora non solo a condividere informazioni sui materiali impiegati e sull'impatto ambientale, ma anche sulle intricate dinamiche delle catene di produzione e approvvigionamento, con il fine ultimo di forgiare un settore industriale maggiormente responsabile, rispettoso dell'ambiente e delle persone coinvolte in ogni fase del processo produttivo.

Consumatori e consumatrici, mediante scelte informate, svolgono un ruolo cruciale nell'incoraggiare questo modello di moda e nell'incitare le aziende a perseguire una sostenibilità sempre più incisiva. Ma le donne hanno un ruolo cruciale: è soprattutto a loro che il settore della moda spesso si rivolge, e la moda femminile ha tradizionalmente avuto un mercato più vasto rispetto a quella maschile, con una maggiore varietà di stili e opzioni disponibili.

Inoltre, nonostante le donne siano le maggiori consumatrici di abbigliamento, le ricerche dimostrano che tendono anche a essere più sensibili alle questioni ambientali e alla sostenibilità e sono disposte a sostenere marchi e prodotti che dimostrano di avere un impatto positivo sull'ambiente e sulla società.

È del 2021 lo studio pubblicato sul Journal of industrial ecology, che mostra come le donne tendano ad avere un'impronta ecologica ridotta rispetto agli uomini, adottando modelli di consumo più sostenibili. Gli uomini, invece, come mostrano una ricerca del 2018 della società Mintel e uno studio del 2016 pubblicato sul Journal of consumer research, si sentono meno in colpa per uno stile di vita non ecologico. L'essere poco inclini alla sostenibilità, secondo lo studio, è legato anche alla percezione delle pratiche sostenibili come una minaccia alla mascolinità. Per preservare l'identità di genere, gli uomini eviterebbero comportamenti ecologici, collegati allo stereotipo che associa green e femminile.

Anche per questo, le giovani innovatrici sono sempre più protagoniste della transizione verde del settore della moda e dell'abbigliamento, è il caso di Iris Skrami, imprenditrice milanese che ha fondato un'app che in poco tempo ha avuto un impatto globale, il suo nome è Renoon e l'abbiamo raccontata su queste pagine.

Note

[1] Dati della Rosita Factory in Bangladesh, riportati nel documentario Fashion victims di Sarah Ferguson.