Rubricain poche parole

Judith Butler. Senses of the Subject

Ancora inedita in Italia, questa recente raccolta di saggi di quella che è considerata la più importante filosofa femminista occidentale del momento comprende scritti pubblicati tra il 1993 e il 2012. Il volume affronta il problema della formazione della soggettività attraverso una serrata discussione filosofica con pensatori come Cartesio, Malebranche, Kirkegaard, Hegel, Irigaray, Fanon e altri. Butler riprende qui temi riguardanti l’etica della responsabilità precedentemente esaminati in particolare in Dare conto di se stessi (2003) e Vite precarie (2004).

Al centro, l’analisi sulla centralità e materialità dei corpi, condizione imprescindibile nella formazione della soggettività, in particolare attraverso il tatto, che relaziona l’essere con l’alterità. La nostra vulnerabilità in quanto esseri che toccano e sono toccati, e quindi sono reciprocamente suscettibili di fare del male e di esprimere affetti è la condizione che rende possibile diventare soggetti eticamente responsabili. La tradizione filosofica ha posto la questione del corpo separando il pensiero dai sensi – il desiderio, la passione, la sessualità e le relazioni di dipendenza.

Il principale contributo della filosofia femminista, sostiene Butler nell’introduzione, è stato, al contrario, quello di rendere problematiche queste dicotomie. Anziché un soggetto sovrano e autosufficiente, qui si tratta di un soggetto consapevole dei propri limiti, qualcuno che aspira a un universalismo al di là del femminismo in quanto pratica di parte. Il particolare di un’opera di Ana Mendieta del 1982 – Body Tracks – che raffigura due mani e braccia insanguinate che si aprono divergenti sullo sfondo bianco, illustra magnificamente la principale tesi di Butler.

Judith Butler, Senses of the Subject, Fordham University Press, 2015