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Foto: Unsplash/ Amy Hirschi

Quante sono e che profilo hanno le donne che amministrano paesi e città in Italia, i dati del nuovo rapporto dell'Associazione nazionale dei comuni italiani

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Il fatto che il premio 'Sindaco del mondo 2018' (World Mayor 2018) sia andato a un’italiana, Valeria Mancinelli, prima cittadina di Ancona, non fa che confermare come, sul terreno delle amministrazioni pubbliche, e con l'aiuto delle quote, le donne si stiano facendo valere anche in Italia.

Più presenti al nord che al sud, più giovani dei colleghi maschi e più istruite, soprattutto impiegate o non professioniste. Sono queste alcune caratteristiche delle donne nelle amministrazioni comunali italiane secondo quanto emerge dall’ultimo rapporto dell'Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci) che ogni anno monitora la presenza delle donne nei comuni. Un tema non ancora così dibattuto.

Eppure, di anno in anno, le donne alla guida dei comuni aumentano, un dato che è anche il risultato delle disposizioni legislative più recenti. Come la legge 215 del 2012, che prevede che per i comuni sopra i 5000 abitanti l’elettore possa esprimere fino a due preferenze, a patto che vadano a candidati di sesso diverso, pena l’annullamento della seconda scelta; e che nelle liste elettorali i candidati di uno stesso sesso non possono superare i due terzi del totale. La legge 56 del 2014 ha stabilito invece che nelle giunte comunali nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura inferiore al 40%, fatta eccezione per i piccoli comuni, che non superano i 3000 abitanti.

La strada per una rappresentanza paritaria è ancora tutta in salita, ma intanto i numeri del rapporto Anci sono più che incoraggianti: nonostante siano ancora solo 1065 su 7915 i comuni amministrati da donne, la comunità complessiva amministrata dalle sindache conta ben 9.253.055 abitanti, considerati anche comuni di grandi dimensioni come Roma Capitale e Torino.

Cifra per nulla trascurabile, considerato che la maggioranza dei comuni con donne al timone sono di piccole dimensioni (ben 466 comuni sono al di sotto dei 2000 abitanti). E tenendo conto del fatto che poco più di trent'anni fa – nel 1986 – erano solo 145 i comuni amministrati da sindache. 

Andando a vedere nel dettaglio i dati del report, si nota come il peso delle donne sul totale degli amministratori equivale al 30,9%; le sindache rappresentano il 14,0%; le vicesindache toccano quota 27,4%, mentre le presidenti di consiglio il 24,5%.

La geografia ha un suo peso, ma non è così determinante. La rappresentanza femminile si assesta infatti al 31,5% a nord ovest e al 33,1% a nord est, mentre al centro è del 31% e al sud e nelle isole del 29%.

Studiare aiuta, anche per la carica assegnata: il 46% delle donne amministratrici ha una laurea o un titolo postlaurea; ben più preparate dei loro colleghi maschi, che hanno un equivalente titolo di studio solo per il 31,3%. 

La differenza fra uomini e donne si accorcia per il titolo di scuola media superiore, conseguito dal 43,8% delle donne e dal 46,7% degli uomini. Ma cresce ancora per titoli di studio meno qualificanti: il solo titolo di scuola media inferiore appartiene al 20,4% degli uomini, ben più del 9,8% delle donne; l’1,6% degli uomini ha in tasca il titolo di scuola elementare, contro lo 0,4% delle donne.

Interessante anche il dato anagrafico: il 22% delle donne ha meno di 36 anni, contro il 15% degli uomini. 

Sul podio delle regioni virtuose per la carica di sindaco sale l’Emilia Romagna (21,1%), seguita da Veneto (18,4%) e Piemonte (17,7%). 

Per la carica di vicesindaco, ancora l’Emilia Romagna in testa (37,3%), seguita dalla Toscana (35,1%). La carica di Assessore “premia” infine l’Emilia Romagna (47,4%), la Puglia (47,2%), e la Toscana (46,5%). 

“Essenzialmente” ha commentato il presidente dell’Anci Antonio Decaro la presenza delle donne nei consigli e nelle giunte comunali, in crescita ma ancora non uniforme né sufficiente, assicura lo sguardo e le competenze delle donne nelle politiche delle amministrazioni locali”. E ha aggiunto: “Questa presenza assicura un lavoro anche nei palazzi comunali per una società più equilibrata che superi il divario tra i sessi, che sostenga le donne, non relegandole a un antistorico ed esclusivo ruolo di cura”.