Il memoir Storia di una brava ragazza di Arianna Farinelli è un racconto di emancipazione dal patriarcato e dal "destino" che le donne portano scritto nel corpo. Dalla periferia di Roma ai grattacieli di New York, fra ascese e discese, violenza e maternità, femminismo e sorellanza
Uscito all'inizio del 2025 per Einaudi, Storia di una brava ragazza di Arianna Farinelli è un titolo da aggiungere alla nostra biblioteca femminista, per farci accompagnare in un viaggio alla scoperta di sé reso possibile dall’istruzione, il più grande strumento di libertà in nostro possesso.
Il romanzo racconta una storia personale, quella dell'autrice, intrecciandola sapientemente con questioni di classe, razza, gerarchie sociali e genere. Farinelli è prima di tutto una politologa, e il suo memoir sembra ispirarsi a uno degli slogan femministi per eccellenza: il personale è politico.
Nel libro, i racconti di adolescenza, amicizie, divorzi e sesso ci aiutano a prendere coscienza dei meccanismi di dominazione che si impongono sui corpi delle donne, creando una disuguaglianza di genere strutturale.
Si comincia la lettura alla periferia di Roma, o meglio “allo sprofondo”, e si sale velocemente: prima verso i palazzi della Roma che conta, poi verso il liceo classico e le case perbene delle amiche della scuola, fino ai grattacieli di Manhattan.
Il punto di partenza è il quartiere popolare della Capitale dove l'autrice/protagonista cresce fra il bar della madre e la cartoleria della nonna. Attorniata da figure femminili, impara a far parte di una comunità tanto accogliente quanto pericolosa, dove il compagno di giochi dell’infanzia può trasformarsi in un mostro capace di violentare e perseguitare. Farinelli impiega gran parte della sua vita a cercare di sfuggire a questa violenza, e lo fa grazie allo studio. L’istruzione diventa così la chiave di volta per superare le barriere e andare oltre un destino di classe e di genere.
“Credo che per gli urbanisti romani l’assenza di marciapiedi nelle periferie dovesse avere la stessa funzione degli autobus, che non passano mai: costringerci a vivere, lavorare e morire nel quartiere dove eravamo nati” scrive Farinelli, che ci racconta una periferia che ha il futuro dei suoi abitanti inciso nella sua geografia.
Come la periferia, anche le donne crescono con un destino scritto nel corpo. Durante il liceo, l’autrice osserva con paura le cugine e le vicine incinte, costrette a matrimoni prematuri. Nella sua esperienza, l'intelligenza è l’arma per sottrarsi a un futuro già segnato e afferrare un’occasione di deviare da questo corso. Occasione che arriva grazie a un posto di ricerca alla City University of New York e a un matrimonio con un ragazzo americano di buona famiglia.
In questo salto dal basso verso l’alto, l’autrice resta in bilico fra poli opposti, come una mediatrice fra mondi paralleli: passa dall’affollata e rumorosa famiglia di periferia alla solitaria agiatezza di un grattacielo.
Poi ci sono le lingue: Farinelli si muove tra il romanesco del quartiere, una lingua che “non conosceva la moderazione, la pacatezza, il parlare sotto voce”, e l’italiano “pulito” delle amicizie del centro.
Anche il corpo sembra essere oggetto di questo balzo: il corpo delle donne della periferia è vistosamente animalesco, odora di cibo, di sudore di corpi ammassati su mezzi pubblici, ed è anche un corpo abusato dal lavoro e dallo sfruttamento che trova il massimo riscontro nella descrizione del decadimento fisico e mentale di una prostituta di quartiere.
Il corpo delle donne del centro invece è apparentemente incorporeo: le amiche del liceo non puzzano. Non toccano piatti sporchi, non prendono i mezzi pubblici e si fanno prescrivere la pillola per non restare incinte. Ma la differenza tra questi corpi, come ci racconta Farinelli, è solo una maschera. Se c’è una lezione che possiamo apprendere da questo libro è che non esistono luoghi abbastanza “in alto“ per sfuggire al proprio “corpo di femmina“.
Il ritorno al corpo si compie nel capitolo centrale del libro, non a caso dedicato alla maternità, evento capace di riconnettere la protagonista con la sua verità animale. Per Farinelli, il matrimonio e poi i figli impartiscono una battuta d’arresto al movimento di ascesa che l’aveva traghettata verso una prestigiosa università. Anche nell’accademia, dove si parla e scrive di parità di genere, il lavoro di cura e gli stereotipi che vi sono associati rendono complicato riuscire a essere competitiva, e così Arianna si ritrova per la prima volta ferma, incapace di conquistarsi una stabilità economica e lavorativa.
L’esperienza di Farinelli nell’accademia non è isolata. Per una ricognizione della pervasività di questo fenomeno basterebbe sfogliare le pagine del saggio Non è un paese per madri della demografa Alessandra Minello. Nel capitolo intitolato Non esiste una torre d’avorio, Minello ci racconta che le disuguaglianze di genere sono strutturali e si manifestano anche nei luoghi in cui si fa la cultura, in primis l’accademia, e che dovrebbero rappresentare al punto più alto la nostra società.
Guardando solo all’Italia, Minello evidenzia che le donne ottengono meno contratti stabili e posizioni apicali degli uomini, essendo, per esempio, solo il 24% di chi ricopre il ruolo di professore ordinario.[1] Quando una donna sceglie di avere un compagno, una casa e una famiglia, troppo spesso si sobbarca da sola la gestione di tutto e di tutti. Il mito della maternità, l’idea che solo una donna per sua natura sia dotata delle competenze necessarie per curarsi degli altri, tolgono tempo ed energie alla carriera.
Così, la maternità si trasforma spesso in un ostacolo insormontabile, un maternal wall, come viene chiamato nella terminologia femminista, che preclude il raggiungimento di posizioni di responsabilità e visibilità. Affiancare alla lettura del memoir di Farinelli un testo tecnico e orientato ai dati come quello di Minello offre un toccante resoconto letterario di questo fenomeno, che prova a esplorare con onestà l’esperienza del materno.
Nel libro di Farinelli siamo lontane dalle descrizioni angeliche di madri che allattano al seno. L’allattamento è invece descritto come umorale, faticoso e doloroso: “avevo molto latte, ma John si attaccava male e non riusciva a succhiarne a sufficienza, malgrado avesse fame. E così, tra una poppata e l’altra, il latte ristagnava, i dotti si ostruivano e le mammelle si infiammavano fino a scottare. Ogni volta che mio figlio si attaccava dovevo stringere i denti per non urlare. Quando i capezzoli cominciarono a spaccarsi e sanguinare mi allarmai a tal punto che, con John in braccio, decisi di bussare alla vicina per chiederle aiuto” scrive.
Anche il corpo gravido è scomodo. Nella descrizione di un viaggio di ricerca in Ungheria lo vediamo ingombrante, senza appartenenza, su sedie rigide e dentro edifici privi di bagni per le donne. Luoghi pensati per una vita pubblica esclusivamente maschile. La vita delle donne della periferia, che allattano ovunque – tra lavoro, casa e piazza – sembra improvvisamente più sincera.
Le madri che vivono nei grattacieli di New York non allattano per ritornare subito al lavoro, salvo poi affidare i propri figli alla cura di altre donne, quelle delle periferie del mondo, che lasciano i propri figli per accudire quelli degli altri. Ecco che ancora una volta la geografia del corpo si intreccia con quella politica, è intersezionale. Farinelli ci ricorda che, in una società patriarcale, il prezzo che le donne pagano per avere tutto è spesso lo sfruttamento di altre donne.
Con la maternità, la linea ascendente che incontriamo nella prima parte del libro si fa discendente. Dare la vita impone un ritorno prima di tutto al corpo della madre, di cui vediamo una descrizione "grafica" nell’apertura del memoir. La riconnessione con la madre è l’inizio di un ripensamento sulle origini, sulla fuga e l’abbandono. È un ritorno a sé che porta a un’impellente necessità di guardare negli occhi la violenza subita in adolescenza e avere il coraggio di riconoscerla anche nel proprio presente.
La separazione con il marito, che abbandona la moglie per una ragazza più giovane, e poi anche il tentativo di violenza subito da parte di un amico dell’ormai ex marito, sono la prova di un desiderio di possesso e, quindi, di controllo del corpo femminile che pervade l’alto e il basso della nostra società. La violenza dello “sprofondo”, quella a cui l'autrice aveva cercato di sfuggire con l’educazione e lo studio, ritorna ovunque.
Nel suo viaggio alla riscoperta di sé, l'autrice si fa accompagnare da testi chiave del femminismo. Parla, fra le altre, con Virginia Woolf, Susan Sontag e Annie Ernaux. Leggendo Storia di una brava ragazza, però, non si può fare a meno di pensare a un’altra scrittrice fondamentale per il panorama contemporaneo, che non è mai citata esplicitamente, ma che scorre attraverso tutte le pagine, Elena Ferrante.
Nella quadrilogia de L'amica geniale (edizioni e/o, 2011-2014), l’ascesa di Lenù, una delle due protagoniste, oltre la Napoli violenta della periferia ha molti punti in comune con quella di Farinelli: il bilinguismo, la violenza subita, l’emancipazione tramite lo studio, la fuga da Napoli, la maternità sofferta, il divorzio.
Fra i due testi ci sono passaggi che sembrano in colloquio diretto fra loro, come il racconto di un ottimo tema scritto al liceo (uno su Didone, l’altro su Paolo e Francesca), che viene valutato e consegnato da un professore apertamente infastidito dalla bravura della propria alunna. Ma guardando ai macro-temi di Ferrante, è più probabile che Farinelli si riallacci a quella che Tiziana De Rogatis, professoressa associata di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università per Stranieri di Siena e autrice di diversi saggi su Elena Ferrante, chiama l’etica femminile della sopravvivenza.
Una delle ragioni per cui la quadrilogia è un classico della letteratura e un successo internazionale è che racconta la violenza sulle donne senza mai scadere in una facile parabola di vittimismo. Lenù e Lila, le protagoniste dei quattro romanzi di Ferrante, ingegnano strategie per resistere al dominio maschile. La loro stessa amicizia, nella complessità e ambiguità che la contraddistingue, è una ribellione a un costrutto patriarcale che vorrebbe le donne nemiche fra di loro. È la ribellione che trasforma Lenù e Lila da vittime a sopravvissute.
Anche per Farinelli, l’amicizia e la sorellanza sono la punta del compasso, l’elemento fermo tra gli alti e i bassi della vita. È durante una serata a cena con le amiche che l'autrice racconta per la prima volta dello stupro subito tanti anni prima, cominciando così un processo di affermazione di sé che culminerà poi nella scrittura del memoir stesso.
Proprio la scrittura, quindi, è l’atto creativo che trasforma la protagonista di Storia di una brava ragazza da vittima del sistema patriarcale a sopravvissuta. La rielaborazione del proprio vissuto in questa nuova chiave crea una traccia evidente fra il singolo e il collettivo, fra la madre e la figlia, facendoci sentire parte di un’unica storia.
Farinelli riesce a tenerci aggrappate dall’inizio alla fine del racconto, perché Storia di una brava ragazza potrebbe essere la storia di tutte: una storia vera e coraggiosa che come tante altre abbiamo ancora bisogno di leggere per emanciparci dalla vergogna.
Per approfondire
Arianna Farinelli, Storia di una brava ragazza, Einaudi, 2025
Note
[1] Dati del Miur del 2018, in Minello, 2022, p. 103.
Riferimenti
Alessandra Minello, Non è un paese per madri, Laterza, 2022.
Tiziana De Rogatis, Elena Ferrante. Parole Chiave (Roma: Edizioni e/o, 2018), pp. 17-18.
Elena Ferrante, L'amica geniale. Edizione completa, edizioni e/o, 2017.