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Asilo caro, partire dal
Lazio per cambiare

Foto: Flickr/National Assembly for Wales

Asili nido pubblici in gestione ai privati? Conviene, nel rispetto della qualità. Una simulazione sul territorio di Roma e del Lazio

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Investire in asili nido conviene: numerosi studi hanno dimostrato la sostenibilità finanziaria degli investimenti nella realizzazione di nuovi asili nido. I ritorni derivanti dagli effetti occupazionali diretti, relativi al personale impiegato per l’erogazione del servizio e a quello temporaneamente coinvolto per la costruzione delle nuove strutture, insieme a quelli indiretti derivanti dall’occupazione, prevalentemente femminile, che si può generare liberando le madri dall’onere di cura diretta dei bambini in età 3-36 mesi, superano già nel medio temine i costi di investimento e di gestione necessari per aumentare il numero di posti disponibili e far convergere il paese verso gli obiettivi fissati a livello europeo.

Recentemente, in uno studio relativo alla realtà italiana condotto da Francesca Bettio ed Elena Gentili, è stata elaborata una simulazione che ha mostrato come, già dopo il sesto anno, il saldo tra costi e ricavi diventi positivo e tale rimanga negli anni successivi.

E ciò senza prendere in considerazione dal punto di vista del piano economico-finanziario i benefici a lungo termine derivanti dall’ampliamento dell’offerta di servizi di educazione e cura della prima infanzia, relativi allo sviluppo comportamentale e cognitivo dei soggetti, all’accrescimento del capitale umano di una comunità, alla riduzione della disoccupazione femminile e dei divari di genere e all’effetto di contrasto delle diseguaglianze sociali e di sostegno alle politiche di integrazione delle minoranze.

In un nuovo lavoro[1] elaborato a partire dalle conclusioni dello studio sopra citato che ha preso in esame in particolare il territorio di Roma e del Lazio, le considerazioni sulla sostenibilità dell’investimento in asili nido sono state ampiamente confermate: in meno di dieci anni l’investimento si ripaga interamente e, già tra il quinto e sesto anno, il saldo tra proventi e costi diventa positivo. Da questo punto di vista, quindi, le conclusioni dell’analisi sono coerenti con quelle relative al livello nazionale.

Gli indicatori di disponibilità dei servizi nel Lazio sono lievemente migliori di quelli medi nazionali, anche se esistono disomogeneità territoriali molto forti da provincia a provincia e tra aree metropolitane e provincia.

Ma lo studio del caso del Lazio - e in particolare della situazione di Roma Capitale che da sola totalizza circa la metà dei posti dell’intera disponibilità regionale - offre alcuni spunti di riflessione molto interessanti in merito in particolare al modello da prediligere per la gestione dei servizi e all’opportunità di erogare gli stessi tramite una gestione pubblica diretta oppure affidandola “in outsourcing” a soggetti privati appositamente selezionati.

L’offerta di servizi di asili nido pubblici, infatti, comprende varie soluzioni dal punto di vista organizzativo e di gestione, tra le quali servizi comunali a gestione diretta e indiretta, servizi privati convenzionati o accreditati. Nella gestione diretta il Comune mette a disposizione le strutture e utilizza personale proprio per erogare il servizio; nella gestione indiretta, invece, le strutture comunali vengono affidate a soggetti privati tramite opportune procedure ad evidenza pubblica, vincolando l’affidamento al rispetto degli standard qualitativi della gestione diretta.

Il Lazio è la regione che presenta il valore di gran lunga più elevato a livello nazionale del costo per utente di asilo nido comunale (dati Istat 2014). A fronte di una media nazionale di 7.654 Euro per utente, il valore regionale è quasi doppio e pari a 13.248 Euro. Sebbene la media nazionale sconti la forte disomogeneità ed eterogeneità dell’offerta pubblica in termini di disponibilità di posti, di orari di erogazione e di qualità del servizio tra macro regioni - con una situazione critica soprattutto nel meridione -, il dato del Lazio è comunque di molto superiore anche ai valori delle regioni in cui i servizi socio-educativi per la prima infanzia sono riconosciuti come eccellenze nazionali per capillarità, disponibilità e qualità del servizio.

A parziale giustificazione di tale differenza è possibile considerare che, in virtù dell’autonomia regionale nella determinazione delle caratteristiche e dell’organizzazione del servizi, nel Lazio e in particolare a Roma gli standard obbligatori di servizio sono in media tra i più elevati rispetto alla media delle città metropolitane - ad esempio l’orario medio di apertura esteso a circa 9 ore giornaliere, o il rapporto educatori per bambini, … - e che Roma, nonostante l’aumento delle tariffe nel corso degli ultimi anni, rimane una tra le città in cui la spesa della famiglia per i servizi di asili nido è più bassa.

Oltre a ciò, in molti comuni del Lazio - e in primis in quasi tutti i municipi che compongono Roma Capitale - si evidenzia un fenomeno che fa lievitare significativamente il costo medio per utente: liste d’attesa spesso lunghe e non evase coesistono con strutture con posti rimasti vacanti. La dotazione organica di personale di queste strutture genera costi fissi suddivisi su un minor numero di utenti, aumentando quindi i costi per utente.

Tale fenomeno appare correlabile alla localizzazione degli asili nido, alla “reputazione” della singola struttura e alla qualità percepita dagli utenti. Un intervento di ridistribuzione sul territorio delle strutture insieme ad una standardizzazione dei livelli di qualità erogata potrebbe consentire un significativo miglioramento dei livelli di servizio erogati con impatti significativi anche dal punto di vista economico-finanziario. La distribuzione delle sedi di asilo nido di Roma Capitale (raffigurata nell'immagine sotto) mostra come la capillarità sul territorio dei servizi socio-educativi comunali non sia del tutto omogenea.

 

Fonte: Primo rapporto statistico sull’area metropolitana romana sui dati del Censimento Istituzioni Pubbliche 2015 (Ottobre, 2016)

Sembra quindi che questi costi possano essere oggetto di un significativo intervento di revisione della spesa.

Se poi si analizza separatamente la quota di costo per utente pagata dai comuni per i servizi a gestione diretta e quella relativa ai servizi con gestione indiretta, la questione appare ancor più evidente: mentre il valore per la gestione indiretta è addirittura sotto la media nazionale (4.070 euro per utente, contro i 4.381 della media nazionale), quello dei servizi erogati tramite la gestione diretta vale 14.760 euro, pari a circa il 63% in più della media nazionale (che vale 9.065 Euro) e superiore di oltre il 40% rispetto alla regione che spende di più dopo il Lazio. Considerato che la spesa complessiva dei comuni della regione è stimata in circa 230 milioni di euro, si comprende come un’azione sulle modalità di organizzazione e gestione dei servizi possa liberare risorse utili a finanziare senza nuovi pesanti investimenti un piano di sviluppo territoriale di asili nido.

E infatti se si costruisce la simulazione ipotizzando di affidare la gestione del servizio di tutti i nuovi posti di asilo nido pubblici a soggetti privati opportunamente selezionati si verifica che il punto di pareggio del progetto di investimento viene anticipato di quasi due anni rispetto al caso in cui invece la gestione delle strutture sia interamente effettuata tramite personale interno. Nella figura sottostante sono rappresentati gli andamenti dei proventi del piano (linea arancione) insieme a quelli dei costi nel caso della gestione interamente diretta (linea continua azzurra) o interamente indiretta (linea azzurra tratteggiata) e i relativi saldi (in verde). Il coinvolgimento dei privati nella gestione delle nuove strutture realizzate può consentire di migliorare la fattibilità del progetto, rendendolo remunerativo in tempi più rapidi.

 

Esiste un orientamento d’opinione - e anche una vasta letteratura scientifica - secondo cui l’erogazione di servizi di asilo nido da parte di istituzioni pubbliche consentirebbe migliori risultati e livelli di qualità media più alti, a confronto dei servizi erogati da privati: la gestione dei servizi con criteri di mercato e l’orientamento alla riduzione dei costi condurrebbe a livelli di qualità del servizio più bassi, per l’utilizzo di personale meno formato, peggio retribuito e spesso con rapporti di lavoro precari.

Ma è altrettanto vero che spesso le rigidità di orari delle strutture pubbliche, insieme alle discontinuità dell’erogazione per assenze degli educatori o per agitazioni programmate, costringono i genitori ad acrobazie nell’organizzazione della conciliazione casa-lavoro o a propendere per costose soluzioni private.

Mantenere il servizio sostanzialmente pubblico, ma erogato tramite soggetti privati - che magari potrebbero estendere l’offerta oraria con servizi aggiuntivi a pagamento - può costituire il mix vincente per ampliare l’offerta comunale e conseguire migliori risultati.

Dalla simulazione effettuata sulla realtà del Lazio e dall’analisi dei suoi risultati, appare quindi auspicabile che le istituzioni locali si concentrino su una pianificazione territoriale puntuale delle strutture per garantire capillarità e diffusione, e sul monitoraggio della qualità dei servizi erogati, attraverso la certificazione e il controllo continuo dei soggetti che per suo conto gestiscono il servizio, regolandone i livelli essenziali delle prestazioni e controllando la rispondenza di quanto erogato con i requisiti fissati.

Se i tempi per un recupero di efficienza del modello di erogazione diretta possono essere lunghi, avvalersi di soggetti privati dal livello di professionalità e competenza certificata e opportunamente selezionati può costituire una leva importante per estendere in tempi stretti un “servizio pubblico” ad una platea più ampia di utenti, raggiungendo e integrando periferie non servite e fornendo a madri di tutte le classi sociali un’opportunità di ripresentarsi sul mercato del lavoro.

Guarda le tabelle della simulazione del piano d'investimento per gli asili nella regione Lazio

Note

[1] L'analisi contenuta nel presente articolo è tratta dalla tesi di laurea di Antonio Di Bella in Storia e teorie dello sviluppo intitolata Sostenibilità e ritorno dell’investimento in educazione e cura della prima infanzia: simulazione di un piano di sviluppo per il caso di Roma e del Lazio e discussa nell'anno accademico 2015/2016 presso la facoltà di Economia dell'Università degli studi Tor Vergata, relatrice Prof. Annalisa Rosselli.