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Bastava chiedere,
una storia a fumetti

Foto: Unsplash/Kelly Sikkema

Con la prefazione di Michela Murgia esce per Laterza Bastava chiedere, 10 storie di femminismo quotidiano della blogger, ingegnera informatica e femminista francese Emma Clit, un fumetto di denuncia dedicato alla divisione dei ruoli in casa

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Da un blog di successo a un libro di fumetti in difesa delle donne tuttofare, sommerse da impegni e responsabilità familiari per poterne uscire indenni e contente. È arrivato nelle librerie italiane edito da Laterza e con la prefazione di Michela Murgia, Bastava chiedere – 10 storie di femminismo quotidiano della blogger, ingegnera informatica e femminista francese Emma Clit, per tutti Emma, diventata fenomeno virale nel 2017 grazie alle sue strisce graffianti e ironiche sulla condizione delle donne dei nostri tempi (di sempre?).

Un fumetto di denuncia il cui titolo è una sfida al frequente opportunismo – o, per essere clementi, mancanza di consapevolezza – dell'uomo davanti alle fatiche quotidiane della donna. “Bastava chiedere”, fa spallucce incredulo. E perché, ribatte Emma, dovrebbe “bastare chiedere” la loro collaborazione e non invece pretendere che i compagni, da soli, si assumano le loro responsabilità?

Chi l’ha detto, insomma, che la donna debba essere di default la manager della casa? E non vanno forse rivisti una volta per tutti i ruoli così rigidi fra uomini e donne nel menage familiare? 

Una gestione fifty-fifty

Emma naturalmente non ha dubbi: il carico mentale va condiviso equamente, onde evitare stress eccessivi. “Non posso parlare per ogni donna, certo”, ci dice la fumettista. “Penso semplicemente che questa sia una lotta per raggiungere l'uguaglianza di genere. Tra l'altro, gli studi dimostrano che le donne che svolgono la maggior parte delle faccende domestiche hanno maggiori probabilità di ansia e depressione. Purtroppo questo è un problema profondamente radicato nella nostra società, quindi non lo risolveremo con suggerimenti, ma con lotte politiche”. I numeri, del resto, la dicono lunga: secondo lo studio I lavori delle donne fra produzione e riproduzione sociale pubblicato dall’Usb (Unione Sindacale di Base) arriverebbe a toccare quota 50,7 miliardi di ore il tempo che le donne dedicano a svolgere attività lavorative non retribuite come allattamento, cura, faccende domestiche, supporto emotivo etc., che si tradurrebbe in 395 miliardi praticamente donati alla collettività. Non proprio briciole.

Saper gestire la rabbia 

Se il primo capitolo del libro è dedicato al “carico mentale” che è tutto sulla donna, il secondo si intitola Rilassati. Monito rivolto spesso dall’uomo alla donna quando questa “osa” esternare il suo disappunto per quanto detto o fatto dal primo. Emma invita a riflettere su come  venga stigmatizzato a livello sociale il comportamento rabbioso della donna. “Abbiamo persino inventato dei termini specifici per le donne che si arrabbiano si legge nel libro Come per esempio ‘isterica’ che viene da ‘utero’ e che è stato creato appositamente per noi”. E ancora: “Di una donna adulta che si arrabbia si dirà che è emotiva e irrazionale, perché la collera non viene percepita come un’emozione normale”. Saggia considerazione della blogger: “Saper canalizzare la propria rabbia non vuol dire soffocarla”. Esempio: “Se una persona mi mette a disagio, anche io mi sento autorizzata a fare lo stesso. Senza alzare la voce, senza innervosirmi, ma senza cedere. Può trattasi anche semplicemente di non ridere a una battuta o di far capire gentilmente che trovo spiacevole un certo comportamento”. 

Sognando il congedo

Nel capitolo L’attesa, Emma descrive l’approccio differente dell’uomo e della donna rispetto a un bebè appena nato. Se le neo-mamme più facilmente rinunciano alle serate libere, lo stesso non vale per gli uomini, che peraltro continuano a privilegiare gli impegni professionali rispetto a quelli familiari. Considerato anche il fatto – fa notare – che in Francia si dà più importanza al tempo trascorso al lavoro che non a quello effettivamente svolto. Per questo, Emma sostiene attivamente il congedo parentale per i neo-papà. Ma l'obiettivo è ancora davvero molto lontano. Anche perché la maggior parte degli uomini non lotta affatto per raggiungere questo traguardo. “Penso che inconsapevolmente dice gli uomini considerino l'accudimento dei figli un'attività non proprio divertente che, peraltro, ha anche un impatto sulla carriera”. I numeri non aiutano: in tema di congedo, in Francia sono previsti 6 mesi per genitore 'indennizzati' ad appena 390,52 euro al mese. In Svezia si arriva a 480 giorni di congedo parentale pagati all’80%. E in Italia? Una nota a piè di pagina ce lo ricorda: oltre al congedo obbligatorio, è previsto un congedo parentale tra i due genitori per un periodo fino a 11 mesi, pagato al 30% per un massimo di 6 mesi.

Baby blues, ansie da parto e maternità 

La riflessione di Emma si concentra anche sulla gravidanza stessa, che vede spesso la donna attraversare una delicata fase di isolamento. Quanto è importante usare l’autoironia per bypassare un momento (anche) di crisi come la dolce attesa? “Non penso che le donne possano fare nulla ammette Emma siamo un po' 'forzate e intrappolate’ in questa situazione. Ma prima di questo momento, possiamo combattere. Possiamo lottare per una società in cui i nostri partner siano insieme a noi; e in cui l'ospedale sia un servizio pubblico efficiente dove le persone sono lì per aiutarti, dove non sei espulso dopo due giorni perché qualcun altro ha bisogno del letto”. Come nel capitolo Le vacanze, in cui ripercorre – in maniera sintetica ma eloquente  la sua difficile esperienza relativa al parto (6 ore di contrazione e venti minuti di spinte). Tre notti in bianco al reparto maternità e poi via, subito a casa, perché la stanza serviva.

Il ruolo di supporter emotivo

Quanto costa a una donna, in termini di tempo ed energia, prendersi sempre cura degli altri? Nel capitolo Il potere dell’amore, si ragiona su questo. Prima di tutto, le donne dovrebbero abbandonare l'istinto da crocerossina, cioè smettere di farsi carico, sempre e comunque anche del benessere emotivo dei partner. Un po’ di sano egoismo, insomma, può aiutare. “Non voglio vivere in una società in cui nessuno si preoccupa del benessere degli altri”, mette in chiaro Emma. “Il problema è quando siamo in presenza di una cura unidirezionale. Ed è giusto smettere di farci carico del benessere emotivo di chi ci circonda quando questo implica rinunciare al nostro”. Nel libro, porta un esempio forse estremo ma significativo di cura unidirezionale: ”secondo uno studio condotto negli Stati Uniti tra il 2015 e il 2017 su pazienti affetti da cancro, le donne malate vengono lasciate sole nel 20,8% dei casi, contro il 2,9% degli uomini”.

Tra yoga e depressione

Lo stereotipo che vuole le donne francesi felici e sempre sorridente è – ammettiamolo – un po’ frusto. Per fortuna ci pensa Emma a spazzare via i luoghi comuni e a restituire alle lettrici e ai lettori un’idea un po’ più a fuoco di come stanno davvero le cose.  Le donne francesi sono depresse, ci confessa la blogger e fumettista se leggi delle testimonianze sui forum, tocchi con mano la tanta sofferenza circolante. Facciamo molto consumo di antidepressivi. Tentiamo lo yoga, la meditazione, il ricorso agli psicologi. Ma non funziona perché il problema non parte da noi”. La sua ricetta anti-depressione? “L'unica cosa che mi fa sentire forte e ottimista dice è che posso combattere, impegnandomi nelle battaglie sociali”.

Sessismo 'benevolo'

La domanda delle domande è: la Francia è un paese sessista? Emma risponde senza peli sulla lingua: “Sì”. E segue il suo affondo, in punta di fioretto: “Sessista come ogni paese, ma abbiamo questa caratteristica in più, e cioè il sessismo benevolo, la galanteria. Balzac ha detto che le donne non dovrebbero avere il diritto di voto perché questo influenzerebbe il nostro fascino. Molti uomini francesi e alcune donne pensano che il sesso e la seduzione debbano essere in qualche modo violenti, senza consenso, perché vi sia un buon sesso. Quindi abbiamo molte difficoltà a combattere la violenza sessuale perché è vista come qualcosa di normale”.  Conclusione: “C’è ancora molto lavoro da fare”. Anche, naturalmente, a colpi di matita.