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Chi semina e chi raccoglie
donne al voto in Tunisia

La Tunisia è andata alle urne con una nuova legge elettorale fortemente voluta dalle femministe laiche che ha permesso l'elezione di tante donne del partito islamico. Le differenze tra le une e le altre non sono scontate, andiamo a conoscere le neo-elette.

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Quante donne hanno partecipato alle prime elezioni democratiche svoltesi in Tunisia da decenni (secondo alcuni le prime in assoluto)? Mancano, per ora, cifre ufficiali sul numero di donne che ha votato: la macchina elettorale, al suo debutto, non ha previsto alcun sistema di registrazione automatica dei votanti per sesso e occorrerà aspettare la produzione di elaborazioni ad hoc. Tuttavia l’impressione unanime è che nelle lunghe file ai seggi – talvolta miste, talvolta divise per sesso – donne e uomini fossero presenti in eguale misura.

Alle donne nell’Assemblea costituente sono andati 49 seggi su 217 – ovvero un 23% circa, niente male tutto sommato per una prima volta, meglio dell’Italia (21,3%) o della Francia (18,5%).

Ciononostante, il risultato è lungi dall’entusiasmare le donne che nell’ambito dei partiti e della società civile hanno fatto della laicità e della parità – declinate in stretta connessione – la loro bandiera. Perché delle 49 donne elette ben 42 sono del partito Ennahdha (“la Rinascita”), il grande vincitore delle elezioni (42% di seggi) nonché il partito che rivendica le proprie radici arabo-islamiche e l’ispirazione coranica della propria visione del mondo – due cose che le femministe vedono come una minaccia gravissima per la libertà delle donne.

Il paradosso è che a volere fortemente una legge elettorale che imponesse liste paritarie sono state proprio le donne appartenenti alla “elite borghese francofona”  nonché colta, laica e urbana, come la giurista Sana Ben Achour (1). In altri  ambienti – anche tra giovani progressisti - circolavano perplessità: come sarebbero state reclutate le donne nelle regioni più povere e arretrate? Non c’era il rischio che si candidassero solo per obbedire a mariti e fratelli? Inoltre, dato l’altissimo numero di partiti (110) e di liste (1600), con un sistema proporzionale puro a base circoscrizionale e a liste bloccate, era apparso subito chiaro che in molti casi sarebbe stato eletto solo il/la capolista. Da qui un invito pressante ai partiti affinché estendessero ai capilista la regola paritaria: metà donne e metà uomini. L’unico a farlo invece è stato il Polo Democratico e Modernista e non è stato premiato per questo: ha mandato in Parlamento solo 5 rappresentanti di cui due donne. Tutti gli altri, in modo non dissimile da casa nostra, hanno dato il posto sicuro a uomini. Ma poiché Ennahdha, a differenza delle altre liste, ha ottenuto quasi ovunque più di un seggio, alla fine dei suoi 90 seggi quasi la metà sono andati a donne – cosa che non rassicura affatto le altre, le femministe, le laiche.

Quanto sono giustificati i loro timori? Per capirlo bisognerebbe conoscere meglio Ennahdha - la sua organizzazione e le sue militanti, simpatizzanti, elettrici. Tutta roba di cui in realtà si sa ben poco: perché per vent’anni il partito è stato fuori legge, i suoi militanti perseguitati, i suoi leaders in esilio all’estero. E soprattutto perché tra nadhaouies da un lato, femministe e laiche dall’altro, c’è pochissimo, non diciamo dialogo ma financo contatto. Le seconde nutrono una profonda diffidenza verso le prime. Ma chi sono le prime e cosa pensano? Il giorno dopo la proclamazione ufficiale dei risultati cerco di scoprirlo recandomi direttamente al quartier generale del Partito. Dice proprio così Hazar Ferchichi, la giovane militante nadhaouie, 19 anni, volto grazioso e sorridente incorniciato da un foulard a colori, ottimo francese e grande disponibilità, che mi viene presentata: “il partito” – e a quelle della mia generazione viene istintivo metterci una P maiuscola.

Hazar fa il primo anno di ingegneria – una facoltà che tradizionalmente è un bastione del Nahda – dopo aver frequentato il liceo scientifico nel popolare quartiere di Ben Arous. “Mi interesso di politica da cinque o sei anni” racconta. “Ho incominciato occupandomi del Medio Oriente e della causa palestinese. E’ da luglio che sono attiva con Ennahdha. Prima ero impegnata in un convegno in Giordania, e con gli esami. Sono stata reclutata tra i giovani che hanno seguito le operazioni elettorali. Ricevevamo i risultati man mano che affluivano dai seggi, facevamo le elaborazioni…”

Che cosa l’ha attirata di Ennahdha? “Il suo fare riferimento all’islam. Non penso che si debba separare la politica dalla religione, perché l’Islam è diverso. Il corano è un ideale che si estende a tutti i campi della vita sociale. Lo sa che in Europa oggi si studia la finanza islamica?”

Cosa ne pensa dei timori di un arretramento dei diritti delle donne? “Non capisco questo timore. Il riferimento all’islam, al contrario, ha dato dignità alla donna. Se il partito applicherà i diritti previsti dal corano, sarà un paradiso! Sono contraria all’obbligo del velo, perché produce ipocrisia. Nessuno mi ha obbligato a mettere il velo, lo porto da quando avevo tredici anni, ho incominciato a metterlo all’insaputa di mia madre. Ci sono donne che portano il velo, financo il niqab (2), e sono delle grandi studiose…”

Certamente l’islam – questo islam dovremmo aggiungere, perché ce ne sono tanti  – non sembra affatto incompatibile con l’istruzione delle donne. Alla conferenza stampa di Ennahdha che si tiene quella stessa mattina, alla mia destra siede Hazar che mi fa da interprete, alla mia sinistra altre due giovani donne velate che vengono da fuori Tunisi e mi parlano in francese: una è ingegnere, l’altra geologa. Sul palco c’è la nota figura della vice-presidente di Ennahdha, Souad Abderrahim, folta chioma rossa scoperta e jeans. In sala invece le figlie del leader Rached Ghannouchi: quattro sorelle cresciute in esilio a Londra, giovani e colte, velate e in carriera. Intissar Kherigi, 26 anni, ha studiato legge a Cambridge, si è specializzata in diritti umani alla London School of Economics, ha lavorato presso la Camera dei Lords a Londra, le Nazioni Unite a New York, il Parlamento Europeo a Bruxelles.

 

“Il problema” – mi dice – “sta nel fatto che un dialogo si è aperto solo molto recentemente. Fino ad oggi era impossibile usare apertamente il nome di Ennahdha. A Londra, dove sono cresciuta, la gente aveva paura di parlarmi. Per vent’anni tutti hanno sentito un solo tipo di racconto su Ennahdha, quello dei media. E ci vuole del tempo per sfatare questa narrativa che i media continuano ad alimentare. Per questo credo nell’importanza del contatto diretto. Adesso la gente incomincia a venire al nostro quartiere generale. Spero che lentamente un dialogo si instauri.”

Hanno più di una cosa in comune, le giovani leve politiche del Nahdha, con le loro omologhe dei partiti laico-modernisti. Come loro sono cosmopolite e poliglotte, anche se per seconda lingua preferiscono l’inglese al francese. Come loro sono state spesso socializzate alla politica in famiglia e senza alcuna discriminazione tra maschi e femmine. “Nella mia famiglia sono io che faccio politica, non mio fratello” dice Hazar. Come loro sembrano instaurare rapporti di coppia relativamente (l’aggettivo è d’obbligo per le une e le altre)  paritari  – “Quell’uomo, per esempio, sua moglie è appena stata eletta” mi indica ancora Hazar.

A volte sembra che ciò che separa le une dalle altre sia proprio quel foulard che le une adottano sempre di più, le altre detestano sempre di più, quasi il velo fosse di nuovo “la posta in gioco di una battaglia grandiosa” come scriveva Fanon cinquant’anni fa (3). Quel foulard che accomuna questa nuova elite femminile arabo-islamica, anch’essa intellettuale e magari anche borghese come le femministe laiche, con la massa di donne povere e illetterate delle campagne, dell’interno e delle cités popolari che laicità e femminismo non riescono a conquistare.

 

Note

 

(1)Si veda l’articolo di Giuliana Sgrena su InGenere.

(2)Velo nero che copre il corpo e il volto, lasciando solo una fessura per gli occhi, tipico dei paesi del Golfo Persico.

(3)F. Fanon, “L’Algeria si toglie il velo” in Sociologia della rivoluzione algerina, Torino, Einaudi, 1963.