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Coperta stretta o tappabuchi,
dilemmi in consultorio

Continua il nostro viaggio nei consultori italiani. Con alcune domande e denunce: qual è il posto migliore per i corsi pre-parto? Perché gli operatori dei consultori devono occuparsi un po' di tutto? E perché dare fondi a pioggia per sportelli che doppiano servizi già esistenti? Intervista con la presidente della Consulta dei consultori di Roma Pina Adorno

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Da una parte i servizi tipici del consultorio, come i corsi pre-parto, vengono doppiati e offerti anche negli ospedali; dall’altro gli operatori del consultorio sono chiamati a intervenire anche in ambiti lontani dal mandato originario, come nel caso delle adozioni. Ma ci sono anche casi eclatanti di  sciatteria organizzativa, per esempio quando il ministero della salute non promuove le iniziative stesse che finanzia, gli sportelli e servizi aperti senza troppo criterio, e organi di consulenza che nessuno sta a sentire. Giuseppina Adorno, presidente della Consulta dei consultori di Roma, disegna un quadro di disorganizzazione generale della sanità pubblica che rischia di soffocare i consultori senza creare alcun risparmio ma anzi disperdendo le risorse in mille rivoli e spendendo di più per curare poi, invece che intervenire prima e limitare il danno e la spesa. Continuiamo con lei la nostra inchiesta sulla situazione e le prospettive dei consultori.

È possibile stimare quanti sono i consultori chiusi negli ultimi tempi?

Innanzi tutto ci sono quelli “mancanti”: la legge prevede un consultorio ogni 20.000 abitanti, ma ce ne sono molti di meno. A Roma ne mancano 94 rispetto alla popolazione esistente. Oltre alle chiusure c’è il problema del blocco del turn over: chi va in pensione, o chi si trasferisce, non viene sostituito, per cui le equipe in alcuni consultori sono molto carenti. Dunque diminuiscono gli operatori, le sedi sono fatiscenti o in alcuni casi hanno problemi infrastrutturali gravi, e le asl tendono ad accorparli o a chiuderli del tutto.

Quali sono i motivi alla base di questa tendenza?

Quello del consultorio è un servizio considerato improduttivo: non ha ticket quindi non dà introiti. Il suo valore sta però nel consentire di risparmiare dopo, sui livelli successivi di cura. Perché il consultorio è un servizio “a bassa soglia”, cioè di prevenzione primaria, quella che permette di mantenere la salute ed evitare situazioni indesiderate, serve a orientare le persone su come prendersi cura di se, prima ancora di combattere una malattia.

Quali sono secondo lei i problemi principali da segnalare a proposito dei consultori?

C’è un grosso problema di fondo che riguarda l’organizzazione sanitaria più in generale, di cui i consultori fanno parte, ed è la confusione tra i servizi e l’ambiguità tra i vari livelli di cura. Faccio un esempio: quasi tutti gli ospedali con un reparto di maternità fanno i corsi di preparazione alla nascita, doppiando il servizio offerto dal consultorio. Ma l’ospedale ha personale che lavora sul terzo livello di assistenza, svolge servizi di cura e tenere impegnato personale specializzato costo più alto. Perché doppiare l’offerta di corsi pre-parto, facendoli fare a personale preparato e pagato per fare altro? Inoltre, proprio per tipo di organizzazione, l’ospedale non ha la possibilità di seguire le persone da vicino, rispetto a un servizio territoriale come quello del consultorio, concepito per avere una presenza capillare. Oppure c’è il caso dell’educazione sessuale nelle scuole, che dovrebbe essere fatta dai consultori ma in alcuni casi viene fatta dalla medicina preventiva, impropriamente, perché dovrebbe occuparsi di altro. Certo, è anche vero che noi siamo pochi, sempre meno, e in effetti non riusciamo a coprire tutto…

Dunque a suo avviso il problema principale è questa “sottrazione” di compiti ai consultori da parte di strutture che dovrebbero fare altro…

Non solo, c’è anche il caso inverso. Qualcuno per esempio sostiene che nel consultorio dovrebbe esserci l’ecografo, o si dovrebbero fare le analisi, attività che però non sono strettamente preventive. La promozione della salute si basa sulla relazione e sul trasferimento di competenze alle singole persone, riguardo la maternità, la pianificazione familiare, la contraccezione, alla prevenzione eccetera. A ben vedere si tratta di un modo di lavorare che costa poco, perché si tratta di servizi non specialistici, in cui si impiega personale di base. Spostare ai livelli di assistenza superiori i compiti del consultorio costa molto di più. Mentre in alcuni casi si attribuiscono ai consultori funzioni anche lontane dalla loro idea fondante, come nel caso delle adozioni. Alcuni consultori seguono le adozioni insieme ai municipi, ma le adozioni sono procedimenti lunghi e complessi, spesso anche delicati, che richiedono competenze e accortezze specifiche, e che perciò meriterebbero un servizio ad hoc, invece di quote orarie stiracchiate dagli operatori dei consultori. Stesso discorso per le “porte uniche di accesso”, i cosiddetti “pua”, che sono sportelli simili a quelli di orientamento nei municipi – in questo periodo gli sportelli sono di gran moda – che le asl stanno aprendo con lo scopo di dare informazioni e orientale l’utenza, e anche in questo caso gli operatori sono presi dai consultori, che sia l’infermiere o l’assistente sociale di turno. Così, quello che dovrebbe essere un servizio dedicato alla donna, alla coppia, alla salute del bambino e agli adolescenti, viene alla fine smembrato e tirato da tutte le parti per coprire altre esigenze che nulla o poco hanno a che vedere con il mandato istituzionale. Non c’è una divisione chiara delle competenze tra i vari livelli di assistenza, c’è confusione e per di più non si fa rete, non c’è collegamento tra le varie iniziative. Questa mancanza di organizzazione non consente di ottimizzare le risorse disponibili.

Che cos’è il nuovo sportello Da donna a donna?

Appunto, è l’ennesimo sportello. È stato finanziato dal ministero del lavoro e delle politiche sociali. Il servizio fa capo al Movimento per la vita, si rivolge alle donne che hanno abortito e poi stanno male: la cosa era detta un po’ così su un volantino in cui mi sono imbattuta, in cui si parlava di affrontare ansie, fobie, depressione, problemi sessuali. A Roma è stato aperto in due sedi, all’interno di un centro Caritas e in una sede del Movimento per la vita. Ma ci sono servizi pubblici che fanno esattamente questo: accompagnare le donne nel percorso di interruzione della gravidanza, ma anche farsi carico della fase successiva. Non è uno spreco finanziare a pioggia e senza rendiconto, senza sapere quante persone in effetti ci vanno, servizi che duplicano quelli esistenti? Poi ci sono le forme di sciatteria: prendiamo il caso dell’allattamento. Ogni anno, in ottobre, i consultori organizzano la settimana apposita di informazione, il tutto a spese pubbliche, ma senza e il ministero non pubblica neanche l’elenco dei consultori, come se ogni realtà fosse chiusa e a se stante. Noi come Consulta sosteniamo che si può migliorare l’esistente, invece di buttarlo via. Che poi ci consultino sempre meno è un altro discorso.

Che cos’è la vostra consulta?

E' un organo di consulenza del comune di Roma per tutte le tematiche riguardanti le donne e la loro salute in particolare, istituito dal consiglio comunale di Roma nel ’94, sulla base di un coordinamento spontaneo tra gli operatori dei consultori, assemblee delle donne, associazioni che già di riunivano per discutere sui temi dei servizi consultoriali. Le assemblee della consulta si tengono una volta al mese e le sue iniziative possono essere diverse: una ricerca, un convegno, una proposta.

Iniziative che, a quanto si capisce dalle sue parole, sono trascurate dalle amministrazioni locali.

Beh sì. In particolare dalla Regione: noi facciamo proposte ma nemmeno si degnano di rispondere. Accadeva sia con la giunta Marrazzo e con quella Polverini: non siamo un interlocutore tenuto in considerazione. Con il comune di Roma va meglio, abbiamo avuto per esempio considerazione dal professor Fernando Aiuti, lui come tecnico è sensibile al discorso della prevenzione, condivide questa impostazione.

Secondo lei quale sarebbe la prima cosa da fare per migliorare il servizio in futuro?

Sicuramente dare maggiore dignità al servizio, anche all’interno delle asl, dove i consultori sono finiti per essere un po’ emarginati. Non dico iniziative formali, ma puntare a ridare peso e dignità ai servizi esistenti, invece di crearne qualcuno qua e là, random. Poi eliminare i conflitti di competenze con conseguente sperpero di risorse. E potenziare la rete, l’integrazione tra i servizi.

Un esempio di come integrare senza sovrapporre competenze?

Si potrebbe dare la valutazione ai direttori generali in base alle attività preventive che svolgono i consultori, invece che solo per i poliambulatori. Il consultorio si differenzia dagli altri servizi perché non è che sta fermo ad aspettare l’utenza, ma ha proprio tra i suoi compiti quello di fare offerta attiva, cioè raggiungere e invitare a venire tutta la popolazione di riferimento, ad esempio le donne in età fertile, per la contraccezione, per la gravidanza, per la prevenzione dei tumori al collo dell’utero, fare gli screening, i consultori delle zone periferiche vanno nei campi rom a fare prevenzione e profilassi sanitaria, le vaccinazioni ai bambini eccetera. È un lavoro grosso che se fatto con i numeri giusti da i suoi frutti perché permette di risparmiare dopo.

Lei valuta positivamente i risultati ottenuti finora?

Un numero grandissimo di donne in gravidanza frequenta i consultori, le interruzioni di gravidanza sono stabilmente in diminuzione, soprattutto dove i consultori ci sono, come riferiscono le relazioni annuali del ministero della salute. Per quello che osservo direttamente, posso dire che lo sforzo che facciamo ci paga, ci da soddisfazioni. I consultori sono stati anche difesi, basta ricordare la mobilitazione diffusa contro la legge Tarzia. Ma bisogna essere vigili, il pericolo non è scampato, la consigliera Olimpia Tarzia, rieletta nel nuovo consiglio regionale, ha già ripresentato la sua proposta di legge.