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Educare alle differenze
Come cambia la scuola

Foto: Unsplash/ pan xiaozhen

A fine 2017 il governo ha lanciato un piano nazionale e stanziato 8,9 milioni di euro per l'educazione al rispetto nelle scuole. Ne abbiamo parlato con Giulia Selmi, vicepresidente della rete nazionale Educare alle differenze 

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Il 27 ottobre 2017 la Ministra dell'Istruzione Valeria Fedeli ha lanciato il Piano nazionale per l’educazione al rispetto nelle scuole di ogni ordine e grado, emanando al contempo le Linee guida per promuovere nelle scuole "l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le altre discriminazioni" e stanziando 8,9 milioni di euro per progetti e iniziative dedicate all'educazione al rispetto e per la formazione delle insegnanti e degli insegnanti. Secondo quanto previsto dal Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca (Miur), in particolare, 900.000 euro dovrebbero servire per l'ampliamento dell'offerta formativa, 5 milioni per la creazione di una rete permanente di riferimento su questi temi tra duecento scuole e altri 3 milioni per la formazione delle e dei docenti. C'è da capire adesso se queste misure saranno sufficienti a sostenere effettivamente la trasformazione in corso nella scuola. Ne abbiamo parlato con Giulia Selmi, vicepresidente della rete nazionale Educare alle differenze.

A settembre si terrà la quinta edizione del meeting nazionale 'Educare alle differenze'. Cosa rappresenta questa iniziativa?

Le edizioni precedenti di Educare alle differenze sono andate molto bene sia dal punto di vista numerico, sia da quello della qualità. Abbiamo intercettato più di 250 associazioni sul territorio, arrivando a volte a dover chiudere le iscrizioni ai laboratori a quasi un migliaio di persone. Questo ci ha suggerito l'idea che la due giorni di Educare alle differenze sia l'appuntamento di una comunità che, data la scarsità di politiche strutturali sui temi delle differenze, è altrimenti dispersa nel quotidiano, negli istituti, nelle piccole associazioni, nei servizi sui territori, nei piccoli comuni. Una comunità che in Educare alle differenze trova un momento di riconoscimento, di consolidamento di un lessico condiviso, di uno scambio di pratiche, di autoformazione. Per molte persone partecipare a Educare alle differenze è anche dare un segnale politico: aprire e chiudere con una sessione plenaria restituisce il senso di una comunità che si dà degli strumenti.

Come si inserisce in tutto questo la polemica 'antigender'?

In Italia le iniziative di educazione alle differenze portate avanti da moltissimi e moltissime docenti sono spasso oggetto di violenti attacchi. La polemica antigender è ormai diventata parte dell'armamentario teorico di alcune forze politiche, uno dei temi su cui costruire il consenso, come si è visto in campagna elettorale, anche nelle politiche locali (pensiamo a quei sindaci che, appena eletti, hanno come prima iniziativa tolto i libri attenti alla pluralità delle differenze dalle biblioteche del loro Comune). Da un lato, questo revanchismo di fronte a trasformazioni sociali su cui non si può tornare indietro appare come un colpo di coda di una certa visione conservatrice della società; dall'altro, esso ha però fornito delle parole distorte, di paura, rispetto alle quali non c'è stata altrettanta chiarezza e coerenza nelle posizioni opposte. Se la prossima edizione sarà a Palermo, sarà propprio per uscire da una prospettiva nord-centrica, per favorire la partecipazione delle persone del Sud, ma anche per dare un segnale di presenza in territori dove si sono avuti numerosi attacchi da parte del movimento 'antigender'.

Lei ha fatto riferimento a una mancanza di politiche strutturali. Tuttavia il Ministero ha lanciato un piano nazionale di "educazione al rispetto", stanziando fondi ed emanando linee guida. Quali sono secondo lei le potenzialità e le criticità di queste politiche?

Siamo senz'altro felici che ci sia stato uno stanziamento di fondi, che finalmente abbia tradotto in azione molte parole e buoni propositi del recente passato. Ci auguriamo che questo finanziamento diventi strutturale. Tuttavia, le coordinate culturali di questa operazione sono ambivalenti. Già il nome, "Educazione al rispetto", porta con sé delle ambiguità. Rispetto per chi, rispetto di cosa? Rispetto è un termine che va sostanziato. Anche le linee guida, pur frutto di un lungo lavoro di esperti, di fatto, non guidano: non hanno nulla di operativo, non si parla di metodi, temi, formazione, soggetti attuatori. Il documento è dettagliato solo sul tema del linguaggio, sostanzialmente sulla scorta del lavoro svolto da Alma Sabatini negli anni Ottanta. Ma parla di una sola differenza, quella tra maschi e femmine, raccontata ancora in modo complementare e piuttosto essenzialista. Le differenze, che includono sia una pluralità di modi di essere maschi e femmine che va oltre il binarismo, sia la varietà di orientamenti sessuali, di abilità, di classe, di origine, di fatto non ci sono. Nel testo non si parla, ad esempio, di bullismo omofobico. Per il cyberbullismo hanno fornito delle linee guida separate, ma ben poco anche quelle parlano di omofobia. Questo risultato è chiaramente il frutto di una mediazione, ma appare alla fine un'occasione mancata a fronte di uno slancio iniziale forte.

Il testo del governo fa rifermento anche al "patto di corresponsabilità" con le famiglie, su cui si attendono indicazioni. In quale direzione potrebbe andare?

Chiaramente le famiglie sono un soggetto importante con cui costruire dei lessici condivisi; ma va evitato il rischio dell'indicazione della famiglia come soggetto censore a iniziative di educazione alle differenze. Come se il contrasto alla violenza contro le donne o all'omofobia fosse una questione su cui si può fare obiezione di coscienza: in una società complessa è imprescindibile educare alle differenze come valore e contrastare la discriminazione, perché il genere e la sessualità sono questioni intime, ma non private. Sono pubbliche in quanto politiche. Si tratta dunque  di fornire a ragazze e ragazzi gli strumenti critici necessari per costruirsi liberi da modelli sociali e stereotipi ed evitare che le differenze producano conflitto, violenza o sofferenza.

In ogni caso, dei fondi sono stati stanziati e delle iniziative a questo punto ci saranno. Cosa deve fare un/a dirigente o un/a insegnante per orientarsi nell'offerta formativa su questi temi? Esistono indicatori di qualità?

Esistono degli elementi, più che indicatori in senso stretto, che possono darci delle informazioni. Senz'altro il background del soggetto proponente o a cui si chiede la formazione: è opportuno verificare che le associazioni abbiano nel loro statuto o nella loro storia una chiara attenzione a questi temi. Il rischio è la corsa di soggetti terzi che si improvvisano e che non hanno mai fatto niente su questi argomenti, proponendo progetti senza conoscenza dello stato dell'arte. L'altro aspetto da considerare è la postura teorica, che dovrebbe mostrare come le differenze, sia rispetto al genere, sia rispetto ad altre dimensioni, siano inserite in processi sociali che coinvolgono individui e repertori culturali, che per questo possono essere decostruiti e sfidati: le differenze non sono una "materia" da insegnare, ma un'attitudine, una sensibilità da applicare alle vare materie. La terza attenzione da porre è di tipo metodologico. Benché una delle parole chiave dell'accusa del movimento 'antigender' sia stato il catechismo, ovvero l'idea che questi progetti inculcassero delle informazioni distorte nelle teste dei ragazzi persuadendoli, un buon progetto dovrebbe indurre un atteggiamento a partire da sé, in cui sono i ragazzi e le ragazze, con le loro storie e i loro vissuti a essere protagonisti e a dare sostanza all'iniziativa formativa.

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