Articologenerazioni

Generazione "p"
come panino

La generazione dei baby boomers ha superato i cinquant'anni e oggi si trova a fare da welfare per tutte le altre generazioni: genitori anziani, figli precari e nipoti senza asilo. E' un problema tutto al femminile visto che sono le donne a sobbarcarsi il lavoro di cura. Uno studio analizza il benessere e la salute delle cinquantenni italiane "sandwich"

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Cosa si intende per sandwich generation

L’espressione “sandwich generation” viene utilizzata per definire l’insieme degli individui adulti che, sia rispetto alle età che nell’ottica dei rapporti tra le generazioni, si trovano “in mezzo” tra la generazione dei giovani e quella degli anziani. Se però si guarda oltre alla collocazione prettamente demografica degli individui anche ai ruoli svolti dalla generazione di mezzo rispetto a quelle contigue, il termine sandwich assume una connotazione diversa e richiama l’idea di “costrizione” degli individui che ne fanno parte tra lavoro di cura dei figli ed assistenza agli anziani. Ora, diversamente dalla prima definizione, tale connotazione non è affatto neutra rispetto al genere, dal momento che sono essenzialmente le donne a svolgere tali ruoli e a vivere quindi, più spesso  che gli uomini, l’appartenenza alla sandwich generation come una fase del ciclo di vita onerosa e problematica.
In questo lavoro abbiamo analizzato proprio le conseguenze sulla salute e sul benessere individuale in senso lato dell’appartenere alla generazione di mezzo, trovando, come atteso, significative differenze di genere a svantaggio delle donne.

Demografia della sandwich generation

Per quantificare il collettivo di individui appartenenti alle “generazioni di mezzo” consideriamo uomini e donne di età intorno ai 50 anni che sono contemporaneamente “genitori” e “figli”. L’ammontare di questo collettivo è stato negli ultimi decenni in continua crescita per effetto del combinarsi di diverse dinamiche demografiche.  Innanzitutto, per effetto dei cambiamenti strutturali della popolazione italiana che hanno visto avvicendarsi, nella classe di età considerata, le generazioni esigue nate negli anni della Seconda Guerra Mondiale con quelle affollate nate negli anni del baby boom (Graf.1), che oggi, appunto, stanno raggiungendo i 50 anni di età. 

Ma durerà ancora poco. Il tempo di darsi il cambio con le generazioni del baby bust, che dal 2020 in poi inizieranno a compiere il mezzo secolo e questa straordinaria riserva di welfare comincerà ad assottigliarsi, nonostante l’apporto alla crescita della popolazione ed al ricambio generazionale dovuto ai flussi migratori(1). Mentre i baby boomers andranno ad ingrossare gli eserciti di anziani bisognosi di cure.
Su un’elevata numerosità di base agiscono poi due fattori che condizionano profondamente la permanenza nella condizione di “sandwiched”: da un lato, il ritardo nell’acquisizione di indipendenza da parte dei giovani e nella formazione di nuove famiglie; dall’altro, l’invecchiamento della popolazione e l’allungamento continuo della durata della vita degli anziani. Questi due processi implicano una più lunga coesistenza multi-generazionale: si è “figli” più a lungo e si è “genitori”, per un numero sempre più elevato di anni; ma soprattutto, dura sempre di più la fase de ciclo di vita in cui si è entrambi. Ora, in un paese come l’Italia che affida alla famiglia la quota prevalente del lavoro di cura e di sostegno dei suoi membri più deboli e non autonomi (Bettio & Plantenga, 2004), questa congiuntura potenzialmente virtuosa dal punto di vista sociale e culturale, rischia di trasformarsi in un complesso di difficoltà organizzative e relazionali che facilmente possono sfociare in situazioni di conflitto e di malessere per gli individui che se ne sobbarcano il peso all’interno della famiglia, essenzialmente le donne (De Rose et al., 2008). Peraltro, nel nostro paese co-esistenza significa spesso co-residenza multigenerazionale, dal momento che il ritardo nei processi di indipendenza dei giovani implica che oltre il 40% dei giovani tra i 25 e i 34 anni vive nella casa paterna (nel 2008 erano il 47,7% dei ragazzi e il 32,7% delle ragazze; Salvini e De Rose, 2011) e che la cura degli anziani, poco affidata alle istituzioni, si svolge frequentemente in situazione di coabitazione: circa il 25% degli anziani di età compresa tra i 70-79 anni o più vive nella stessa casa di uno dei figli, percentuale che scende al 23% considerando i soli ultra-ottantenni (Kohli et al., 2008).

Condizioni di vita e di salute

Molti studi qualitativi, condotti soprattutto negli Stati Uniti sulla base di studi di singoli casi seguiti da psicologi o di esperienze di terapia familiare, mostrano che gli individui costretti tra la cura dei figli e quella degli anziani in famiglia sono “role overloaded” e ne pagano conseguenze materiali, emotive e di salute. Analisi quantitative condotte su basi statistiche più consistenti producono invece risultati controversi: prendersi cura sia dei giovani che degli anziani da un lato può essere stressante, ma dall’altro anche gratificante, trovando compensazione nell’aiuto ricevuto dagli anziani (Künemund, 2006). I risultati dipendono dai limiti della definizione di sandwich generation, dalla considerazione esplicita del lavoro di cura, degli aiuti e della convivenza multigenerazionale.
In questo lavoro abbiamo focalizzato l’attenzione sull’effetto della coabitazione tra le generazioni, considerando gli uomini e le donne in coppia, di età compresa tra 40 e 59 anni, con figli di qualsiasi età conviventi e con genitori/suoceri ancora in vita. Abbiamo quindi confrontato le famiglie in cui l’anziano è coabitante con quelle in cui ciò non lo è per verificare se, a parità di altre condizioni, la presenza in casa della terza generazione (oltre a quella dei figli) implichi per l’individuo della generazione di mezzo un peggioramento della condizione di salute o comunque una diversa qualità della vita.
Diverse indagini campionarie dell’ISTAT, in particolare, Aspetti della vita quotidiana (2005)  e Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari (2004-05) forniscono informazioni utili al nostro obiettivo. Per costruire un profilo di “benessere” individuale, che è, necessariamente, una caratteristica multidimensionale, sono stati considerati molti indicatori: dalle condizioni di salute oggettive e percepite sia fisiche che psicologiche, alle abitudini alimentari, di fumo e di uso/abuso di alcool e farmaci, alla cura di sé ed utilizzo del tempo libero.
Dalla tabella 1 risulta chiara l’indicazione che è possibile ricavare da questi dati: gli individui in coppia e con figli che coabitano con almeno un anziano dichiarano condizioni di salute peggiore, sono più spesso stressati e si concedono meno “distrazioni” rispetto agli individui la cui condizione familiare non contempla la coabitazione con un anziano.

 

Utilizzando un opportuno modello statistico(2)  è possibile spiegare alcune delle differenze tra livelli di benessere sulla base delle caratteristiche degli individui. Prima tra tutte, la differenza di genere: a parità di altre condizioni, la presenza di un anziano in casa, oltre che del partner e dei figli, accresce per le donne più che per gli uomini il rischio di subire un peggioramento della qualità della vita e del benessere psico-fisico. In particolare, aumenta significativamente il rischio di sentirsi “stressata”, condizione attenuata, tuttavia, da risorse economiche adeguate ed elevato livello d’istruzione. Naturalmente, le condizioni, specie quelle di salute, peggiorano per tutti all’aumentare dell’età  e, per l’uomo, anche all’uscita dal mondo del lavoro.

Conclusioni

Dai dati che abbiamo mostrato ricaviamo indizi sulla complessità delle condizioni di vita della sandwich generation in Italia. Naturalmente, la definizione che abbiamo adottato, ancorché utile a fini operativi,  è molto restrittiva (implica la coabitazione tra le tre generazioni) e non considera esplicitamente il complesso sistema di relazioni interpersonali e dei flussi di aiuti che avvengono all’interno della famiglia. In realtà, proprio il ridotto effetto sulle molteplici dimensioni del benessere suggerisce che genitori o suoceri conviventi non siano solo ricettori ma anche erogatori di aiuti, specie in presenza di figli piccoli e se le condizioni fisiche dell’anziano stesso sono di autosufficienza.
La ricerca, quindi, andrà avanti per esplorare tutte le possibili implicazioni della co-esistenza multigenerazionale, al di là della co-residenza.
Un punto fermo sembra tuttavia appurato e riguarda le differenze di genere: qualunque sia la dimensione di benessere considerata le donne che appartengono alla sandwich generation sono in una condizione più sfavorevole degli uomini. Ciò dovrà far riflettere perché la demografia del futuro offre scenari inquietanti: come visto, l’ammontare numerico delle generazioni “di mezzo” andrà riducendosi dopo il 2020 per effetto dell’arrivo delle ridotte leve di nascite dell’ultimo trentennio; contemporaneamente, gli attuali babybomeers invecchieranno e, sia pure ad età via via più elevate, richiederanno cure ed assistenza (Gaymu et al., 2007). Un sistema sociale che continui ad affidare alle donne “in mezzo” il sostegno delle generazioni contigue non potrà essere sostenibile a meno di accettare rischi affatto trascurabili di un peggioramento delle condizioni di benessere e di salute delle donne stesse.

 


Note

(1) In questo lavoro i flussi migratori non sono stati presi in esplicita considerazione dato l’arco temporale piuttosto ristretto di riferimento per le nostre analisi, nonché per la difficoltà di enucleare la componente straniera nel fenomeno della “sandwich generation”. Esso, infatti, implica la coesistenza di almeno tre generazioni, circostanza ancora piuttosto rara nella popolazione immigrata in Italia. Altro discorso, è il ruolo giocato dal lavoro di cura svolto dagli immigrati, che sarà oggetto di ulteriori approfondimenti.

(2) Modello di regressione logistica


Bibliografia


Bettio, F., Plantenga J. (2004), Comparing Care Regimes in Europe, Feminist Economics, March, v. 10, iss. 1, pp. 85-113


De Rose A., Racioppi F., Zanatta A.L. (2008), Italy: Delayed adaptation of social institutions to changes in family behaviour. Demographic Research, vol. 19(19), 665-704


Gaymu J., Ekamper P., Gijs B. (2007), Who Will Be Caring for Europe's Dependent Elders in 2030?, Population, v. 62, iss. 4, pp. 675-706


Kohli M., Künemund H., Lüdicke J. (2008), Family Structure, Proximity and Contact,  In: Health, Ageing and Retirement in Europe. First Results from the Survey of Health, Ageing and Retirement in Europe, Mannheim Research Institute for the Economics of Aging (MEA), pp.164-170


Künemund H. (2006), Changing Welfare state and the “Sandwich Generation”: Increasing Burden for the Next Generation?, International Journal of Ageing and Later Life, vol.1(2), pp. 11-29

Salvini S., De Rose A. (Eds) (2011), Rapporto sulla popolazione. L’Italia a 150 dall’Unità, il Mulino, Bologna