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Genere e città.
Vienna accorcia le distanze

foto Flickr/Bharat Rawail

Accorciare le distanze tra persone e ambiente, progettare gli spazi urbani a misura di corpi diversi con diverse esigenze sociali e culturali. Vienna ci prova così

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Nel 1961 la giornalista e madre Jane Jacobs pubblicava Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane e contribuiva a cambiare il modo d’interpretare il funzionamento della città contemporanea. Si trattava di una critica innovativa che utilizzava l’esperienza quotidiana - fatta di vita di quartiere e di spostamenti con mezzi pubblici o a piedi  - per  dimostrare i limiti dell’urbanistica del ’900. La città-macchina, che separa i flussi da cui è attraversata in modo gerarchico dall’auto al pedone, è rappresentativa di un’idea di società al cui vertice c’è il maschio adulto (e bianco) lavoratore e automunito.  La visione di Jane Jacobs era esattamente opposta a quella del deus ex machina dei lavori pubblici di New York, essa si era a lungo battuta contro quel Robert Moses i cui grandi progetti di trasformazione urbana erano stati portati avanti a colpi di autostrade usate come mannaie nella densità del tessuto cittadino. 

Vita e morte delle grandi città è un libro sulla diversità urbana che individua quattro fondamentali fattori in grado di generarla, almeno alla scala del quartiere, l’unità minima dell’organismo urbano. La presenza del maggior numero di funzioni di base (abitazioni, attività commerciali, imprese, servizi, ecc.), la piccola dimensione degli isolati, che ha come conseguenza il maggior numero di strade da percorrere e di “angoli da svoltare”, edifici di diversa età e condizione e una buona densità di popolazione per favorire l’incontro delle persone, sono i requisiti di un quartiere sano. Si tratta di aspetti che la città razionalista del ‘900 ha variamente contrastato, preferendo separare le funzioni, dimensionare al massimo edifici e isolati, prevedere zone omogenee per tipologie edilizie e densità e fare in modo che quest’ultima fosse sufficientemente bassa da prevenire i problemi di carattere igienico e sociale del sovraffollamento.

Nel mezzo secolo trascorso dalla pubblicazione di quel libro, le critiche all’idea meccanicistica dell’ambiente urbano che vi sono contenute hanno avuto una vasta eco e tuttavia in pochi hanno colto la precisa relazione che esiste tra la donna che l’ha scritto e le argomentazioni che vi sono sviluppate. Il fatto che Jacobs fosse una donna è quasi passato inosservato, come se la più radicale critica della città novecentesca non avesse nulla a che fare con il suo essere stata pensata da chi non apparteneva al genere dominante.  Eppure il concetto di genere, se  utilizzato come un indicatore della condizione socio-culturale - piuttosto che biologica - delle persone, può efficacemente fungere da criterio di valutazione e d'indirizzo delle politiche urbane non solo sotto il profilo dell’uguaglianza e delle pari opportunità tra uomini e donne ma anche delle sue ricadute sulla società nel complesso.

A questo riguardo l’esperienza avviata a Vienna a partire dagli anni ’90, con più di sessanta progetti pilota nel campo della pianificazione urbana ispirati al gender mainstreaming, può essere considerata una delle applicazioni più significative dell’idea di diversità urbana - da incentivare e preservare - anticipata da Jane Jacobs. Il fatto che persone di diverso genere, età, condizione economica, sociale e culturale abbiano modi diversi di usare lo spazio urbano orienta il modo in cui la città si trasforma. Si tratta, molto concretamente, di accorciare le distanze tra le strutture fisiche che costituiscono la città e i suoi utilizzatori in relazione alle loro diversità. Ciò vuol dire più spazio pubblico in termini di quantità ed accessibilità, un’idea di mobilità che consenta a tutti di spostarsi agevolmente e in sicurezza, una forte integrazione tra residenze, servizi e funzioni urbane, una particolare attenzione per i bisogni di chi, oltre al lavoro retribuito, impiega buona parte del proprio tempo per quello gratuito di cura. In altri termini, una città che utilizza le necessità delle donne come indicatore per le sue trasformazioni finisce per essere più attenta ai bisogni della società e delle sue diverse componenti.

Tutto iniziò nel 1991, con la mostra fotografica Di chi è lo spazio pubblico. La vita quotidiana delle donne nella città, che ha messo in evidenza come i differenti tracciati delle donne nello spazio urbano abbiano in comune la richiesta di sicurezza e facilità di movimento. La mostra ebbe un gran numero di visitatori e  un notevole risalto mediatico, così l’amministrazione locale decise di far proprio l’approccio di genere nelle politiche urbane. Il primo intervento realizzato fu un complesso residenziale women-work-city, progettato da e per le donne nel ventunesimo distretto della città.  Al suo interno si trovano aree verdi per il gioco dei bambini, un asilo, una farmacia e uno studio medico, strutture che rispondono all’obiettivo di rendere più facile la vita delle donne divisa tra lavoro e funzioni di cura.

L’idea di realizzare insediamenti residenziali dotati di servizi è vecchia di quasi due secoli e discende dal socialismo utopico di Fourier e dalle successive forme di applicazione del suo falansterio. A Vienna questo aveva trovato una diffusa applicazione in una serie di interventi di agenzie pubbliche che, tra il 1919 e il 1933, hanno testimoniato l’efficacia del ruolo della municipalità nella politica della casa. Anche in quel caso la trasmigrazione dal contesto edilizio a quello urbano di un approccio che considera l’abitare non confinato alle mura domestiche costituiva l’aspetto innovativo. Lo sviluppo successivo di questa idea che integra la casa alla città ha riguardato, nel caso della pianificazione urbana basata sul gender mainstreaming, la progettazione delle aree verdi. Nel 1999 due parchi del quinto distretto urbano sono stati riconfigurati con l’intento di allargarne il numero e il tipo di frequentatori. Avendo precedentemente registrato che le ragazze erano meno propense ad utilizzare gli spazi verdi, poiché spesso scoraggiate dall’invadenza maschile, la nuova progettazione ha introdotto  sentieri per migliorare l’accessibilità, aree per le diverse attività sportive e accorgimenti per la suddivisione degli ampi spazi aperti. Ora non è difficile constatare quanto numerosi siano i gruppi di persone, differenti per sesso ed età, che frequentano i parchi di Vienna.

Anche sul versante del trasporto pubblico e del miglioramento dei percorsi pedonali l’approccio gender mainstreaming ha dimostrato di produrre risultati notevoli. Marciapiedi più spaziosi e meglio illuminati e infrastrutture che facilitano l’accesso alle intersezioni del trasporto pubblico, dove anche chi spinge un passeggino o una sedia a rotelle possa raggiungere e utilizzare facilmente i mezzi in transito, sono interventi che discendono dalle rilevazioni fatte a seguito di un’inchiesta rivolta a tutta la popolazione del nono distretto e relativa alle modalità e alle ragioni di spostamento. Da essa emerse che, mentre la maggioranza degli uomini utilizzava l’automobile o il trasporto pubblico due volte al giorno per il tragitto casa-lavoro, le donne avevano bisogno di una pluralità di spostamenti legati soprattutto al ruolo di cura di bambini e anziani.

Dal 2013 Gender Mainstreaming in Urban Planning and Urban Development è un manuale per gestire le trasformazioni urbane a venire secondo un approccio che accorci le distanze tra le persone - nelle differenti fasi della vita e di ruolo sociale - e l’ambiente costruito. Il principio della città prossima alla vita degli individui si basa sull’idea che la pianificazione urbana debba facilitare i compiti di chi, di volta in volta, svolge un lavoro pagato e/o esercita una funzione di cura. Una città che accorci le distanze significa più servizi, attività commerciali, spazi e trasporti pubblici, vicino ai luoghi dove le persone vivono e lavorano. Vuol dire una visione dello spazio urbano in cui prevalga l’interesse pubblico, perché solo così si può sostenere quello privato. 

Leggi tutto il dossier "Che genere di città" a cura di inGenere.it