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Italia-Albania, cosa cambia
con le ondate di ritorno

Una classe in una scuola albanese

A vent'anni dalle grandi ondate migratorie nell'Adriatico, sono cambiati i flussi e i problemi. Si parte di meno, si torna di più. E si prevede un'ondata di anziani "orfani". Per questo serve un nuovo approccio, che tenga conto di bisogni mutati delle famiglie transnazionali. Le soluzioni proposte da un gruppo di esperti

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Siamo di fronte a un nuovo tipo di migrazione, che comporta nuovi bisogni ed esige nuovi servizi alla persona: a vent'anni dalle prime grandi ondate migratorie dall'Albania verso l'Italia, molte cose sono cambiate, e le nuove caratteristiche dei flussi – di andata e di ritorno – impongono un nuovo tipo di intervento, basato su un approccio transnazionale dei servizi alla persona, dalla formazione all'inserimento scolastico, alla tematica degli anziani “orfani”, quelli che restano soli in Albania e quelli che vi ritornano dopo una vita di lavoro all'estero.

Queste le principali conclusioni del rapporto ‘Migrazione e servizi alle persone: opzioni strategiche per una politica di co-sviluppo sociale in Albania’, realizzato dal Ce-SPI  nell’ambito del Progetto Albania Domani (finanziato dalla Fondazione Cariplo), e frutto di una consultazione a più riprese che ha coinvolto esperti albanesi, italiani e di altre nazionalità. Dalla ricerca emergono le nuove tendenze della migrazione albanese, che diventa meno intensa rispetto al passato, più programmata, composta in misura maggiore da studenti e lavoratori qualificati, mentre il flusso delle rimesse risulta ridotto e cresce la stabilizzazione all’estero, sostenuta dai processi di ricongiungimento; ma è sempre più elevato anche il numero di ritorni, costituito non tanto da coloro che hanno un decreto di espulsione, e neanche da chi torna a conclusione del proprio progetto migratorio per investire nel paese di origine, ma da coloro, spesso migranti dotati di alte qualifiche o interi nuclei familiari, che non hanno trovato una posizione adatta nel mercato del lavoro estero e fanno un tentativo in Albania, lasciandosi comunque aperta la possibilità di tornare nel paese di immigrazione.

Da queste tendenze migratorie derivano nuovi bisogni di servizi alla persona. Gli esperti coinvolti nella ricerca hanno individuato cinque sfere in cui nel prossimo futuro crescerà il bisogno di servizi alla persona e l’esigenza di un migliore coordinamento a livello internazionale.

1) Formazione professionale, mediazione transnazionale al lavoro e sistemi di informazione e orientamento ai servizi e al mercato del lavoro. Poiché la migrazione è adesso più controllata e programmata, questi servizi dovrebbero essere promossi prima della partenza e del ritorno attraverso collaborazioni transnazionali tra strutture competenti.

2) Preparazione e mediazione all’inserimento scolastico dei minori (anche prima della partenza). L’inserimento scolastico dei bambini che si ricongiungono ai genitori o emigrano con essi, spesso in uno stato di stress emotivo, scarsa conoscenza linguistica e non sempre all’inizio dell’anno scolastico, è un problema noto nei contesti di accoglienza, ma finora molto meno conosciuto in Albania. Cresce in particolare il bisogno di servizi per agevolare la registrazione nel sistema scolastico locale; l’orientamento alla scelta e alle modalità di accesso all’istituto scolastico nel paese di approdo; la preparazione linguistica (i minori albanesi cresciuti all’estero spesso non parlano la lingua madre); il riconoscimento dei titoli (diplomi o certificati) già ottenuti e degli anni scolastici già svolti;  l’accoglienza da parte di uno staff preparato.

3) Sostegno psico-sociale e counselling (anche a cavallo tra paese di origine e paese di arrivo). In particolare servono forme di supporto alla famiglia transnazionale (sostegno alla gestione delle relazioni a distanza, nelle fasi del ricongiungimento o del reinserimento familiare successivo al ritorno) e di affiancamento individuale nell’elaborazione del progetto migratorio e dello shock culturale connesso alla partenza o al ritorno.

4) Esigibilità e portabilità dei diritti e cumulo dei contributi. Ad oggi non esiste nessuna convenzione tra Italia e Albania che permetta di cumulare i contributi versati dai lavoratori nei due paesi. All’avvicinarsi dell’età della pensione, molto spesso i lavoratori immigrati non hanno supporto per orientarsi nella complessità delle norme. Ragione per cui gli esperti suggeriscono di offrire forme di orientamento al sistema previdenziale del paese di immigrazione e la possibilità di verificare gli estratti contributivi ai due poli del processo migratorio.

5) Assistenza delle persone anziane: sia quelle “lasciate indietro” da chi parte (i cosidetti orphan pensioners, De Soto et. al., 2002), sia quelle che tornano dopo aver concluso il loro progetto migratorio. Gli esperti ritengono che il numero di anziani left behind aumenterà a causa del crescente processo di ricongiungimento (soprattutto femminile) e stabilizzazione all’estero. Tale problema risulta acuito dalla riduzione dell’offerta di cura informale all’interno delle famiglie di origine e dalla trasformazione demografica in corso (invecchiamento della popolazione e diminuzione del tasso di fertilità), apparentemente più accelerata per le famiglie coinvolte dal processo migratorio. Dal punto di vista demografico i due paesi, 20 anni fa molto diversi, mostrano una progressiva convergenza e appaiono oggi molto simili, come di vede nella tabella. Oggi le donne albanesi hanno modello riproduttivo simile a quello delle italiane, e la popolazione ha la stessa longevità di quella italiana 20 anni fa. Il problema dell’invecchiamento della popolazione ha un duplice risvolto: mente in Albania è aggravato da uno stato sociale meno strutturato rispetto a quello Italiano, da noi è ormai diventata evidente l’insostenibilità nel lungo periodo del modello “badanti” importate. 

tendenze demografiche Italia Albania

I nuovi servizi alle persone di cui sempre più c’è bisogno pongono la necessità di lavorare in una prospettiva internazionale, che sappia collegare il paese di partenza e quello di arrivo dei migranti e superare la dicotomia tra politiche di ritorno nel paese di origine e politiche di inclusione nel contesto di arrivo, cominciando a considerare questi aspetti come due facce della stessa medaglia, da gestire mediante reti tra servizi. Ma per funzionare, la cooperazione tra istituzioni e servizi dei due paesi dovrebbe orientarsi a raggiungere un reciproco vantaggio, superando la logica della beneficienza o quella della collaborazione strumentale (più sviluppo in cambio di meno migrazione; più sviluppo in cambio di maggiore malleabilità da parte dei paesi terzi).
Un’altra questione rilevata è il ritorno di lavoratori migranti anziani. L’Albania ha una popolazione residente all’estero pari al 50% della popolazione attualmente residente in Albania. Molti cittadini partiti nel periodo dell’emigrazione di massa, negli anni ’90, potrebbero essere in procinto di ritornare. Questa fascia di popolazione può ritrovarsi con reti familiari affievolite nel paese di origine e pochi contributi accumulati. Uno scenario, questo, che prospetta un bisogno crescente di servizi per gli anziani (cura a domicilio, specie nelle aree rurali; centri diurni e di ricovero, soprattutto nelle aree urbane; visite programmate e a domicilio di specialisti); personale specializzato (geriatri negli ospedali; nuove figure di operatori sociali e assistenti familiari); pensioni/assicurazioni integrative per i migranti di ritorno, con pochi contributi accumulati e problemi di cronicità crescenti. In questa prospettiva, le competenze nel settore della cura accumulate dalle donne migranti potrebbero essere valorizzate. Anche le rimesse (seppur decrescenti) potrebbero sostenere il miglioramento degli standard di cura a livello locale, se canalizzate verso servizi in grado di istituire forme di comunicazione transnazionale e di operare in modo trasparente, secondo standard qualitativi elevati ed economie di scala.