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Storia della fecondità in Italia, cosa è cambiato negli ultimi trent'anni? I dati Istat confermano uno scenario sempre più nitido

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In Italia la stima del valore del lavoro di cura svolto dalle famiglie ogni anno supera i 50 miliardi di euro. La maggior parte di questo lavoro viene svolto ancora dalle donne, che lavorano in media più ore degli uomini, ma guadagnano meno

L’aumento della longevità a livello mondiale è stato accompagnato da un generale declino della fecondità. Nel prossimo futuro milioni di persone potrebbero trovarsi a vivere oltre i cento anni, la maggior parte saranno donne, molte non avranno figli né nipoti

In Germania da anni le ministre della famiglia portano avanti proposte per facilitare il lavoro delle donne e aumentare l'offerta di assistenza all'infanzia, ma solo di recente queste proposte hanno trovato una forma politica concreta

In Europa l'età media in cui le donne diventano nonne è di 51 anni, e sono soprattutto le nonne a prendersi cura dei nipoti sostenendo così l'occupazione delle figlie ma mettendo a repentaglio la propria

Gli ultimi dati Istat su natalità e fecondità della popolazione residente non riservano forse particolari novità, sono però la conferma di uno scenario che col passare del tempo si fa sempre più nitido, e permettono di avanzare con maggiore sicurezza qualche previsione sul futuro.

Innanzitutto l’inevitabile 'avvitarsi' della bassa fecondità, ormai determinata prevalentemente da un fattore strutturale: la mancanza di donne in età di diventare madri, come già mettevamo in evidenza su inGenere anni fa. Anche se ci fosse una miracolosa inversione della propensione decrescente a fare bambini (oggi 1,32 figli per donna, nel 2008 erano 1,45), il loro scarso numero impedirebbe il rimpiazzo, anche parziale, delle generazioni precedenti: le potenziali madri nel frattempo sono diminuite del 7 per 100 (meno 900 mila).

Cos’è cambiato nel profondo in trent’anni di storia della fecondità in Italia, è leggibile nella tabella che segue. La generazione di donne nate nel 1950, oggi quasi settantenni (quella del baby boom), avevano un tasso di fecondità di 1,9 figli per donna, che quasi raggiungeva il livello di sostituzione, cominciando a 24 anni. Le donne del 1977, oggi quarantenni al termine della vita riproduttiva, di figli ne hanno messi al mondo 1,44 in media per una, cominciando a 29 anni. 

Confrontando queste due generazioni, il cambiamento più rilevante è però il raddoppio delle donne senza figli: le childless sono passate dall’11 al 22 per cento, e prevedibilmente saranno ancora di più nelle generazioni successive, che hanno iniziato più tardi la vita riproduttiva. È  venuta meno quindi una caratteristica che differenziava le donne italiane nel passato anche recente: il basso numero di quelle che rimanevano, volontariamente o meno, senza figli.

Peraltro un’alta percentuale di donne senza figli non sempre si combina con un basso livello di fecondità. Il paese europeo più rappresentativo di questo modello è la Germania, ma paesi come la Gran Bretagna e l’Irlanda uniscono una fecondità relativamente alta con una elevata quota di donne senza figli, mentre i paesi dell’Europa orientale abbinano un basso livello di fecondità – pari o inferiore a quello italiano – con una bassa frequenza di donne senza figli (si veda l’interessante articolo dell’Economist, The rise of childlessness). Il cambiamento più repentino sembra essere quello del Giappone, dove le donne senza figli sono passate dall’essere l’11% della generazione del 1953 al 27% di quella del 1970.

Dei 458 mila bambini nati in Italia nel 2017, solo 359 mila hanno entrambi i genitori italiani, cioè il 78,3% del totale. Gli altri 100 mila (facendo un piccolissimo arrotondamento) hanno almeno un genitore straniero. Di questi neonati, 68 mila hanno padre e madre stranieri, gli altri hanno un genitore italiano e l’altro straniero. È vero, come documenta l’Istat, che è diminuito il contributo delle donne straniere alla fecondità italiana, perché esse hanno gradualmente assimilato il modello prevalente nella popolazione autoctona, e la loro fecondità non si differenzia più in misura così rilevante da quella delle donne italiane. Le straniere avevano 2,65 figli per donna nel 2008, e dieci anni dopo ne hanno solo 1,98. Per di più, nella popolazione femminile immigrata prevalgono ormai le età mature, meno favorevoli alla maternità.

Tuttavia, in valore assoluto, le nascite che dobbiamo agli stranieri hanno tenuto, intorno ad un valore di circa 100 mila ogni anno, pur essendo discese dai massimi degli anni 2010/2014. Questo, a fronte di un vero crollo delle nascite da genitori solo italiani, che oggi rappresentano appena i tre quarti rispetto a dieci anni fa: dai 480 mila del 2008 ai 360 mila del 2017. Di conseguenza, le nascite da almeno un genitore straniero, pur rimanendo ferme in valore assoluto, sono salite progressivamente come quota del totale, dal 16,7% nel 2008 al 21,7% del 2017. 

Una parte non marginale di questi stranieri cesseranno gradualmente di essere tali, con l’acquisizione della cittadinanza italiana, anche nella forma limitata già prevista dall’attuale normativa. Sono stati 136 mila nel 2017 e 185 mila l’anno precedente. Siamo tuttavia ben lontani dal progettare una politica di integrazione all’altezza delle sfide, demografiche e civili, che ci troviamo davanti.

Davanti a questi dati di fatto, si ha l’impressione che prevalga a volte una visione 'onirica' della popolazione italiana. Tanto per cominciare, un po’ tutti ripetono che nel 'nostro' Paese abitano 60 milioni di italiani. Falso: 60 milioni sono i residenti, ma solo 55 milioni sono i cittadini italiani. Gli 'altri', 5 milioni di residenti stranieri, neanche li vediamo. Cominciamo col nominarli, intanto: un sano esercizio di realismo, qualsiasi politica si voglia fare.