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Chi si prenderà cura del
Giappone che invecchia

Foto: Unsplash/ Jason Ortego

Con una popolazione costantemente in calo, il Giappone sta vivendo un livello inedito di 'defamiliarizzazione' del lavoro di assistenza alle persone anziane, anticipando una questione cruciale anche in l'Italia: chi si prenderà cura di un paese sempre più vecchio?

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A livello mondiale il Giappone è tra le nazioni che invecchiano più rapidamente. Il segmento della popolazione di età pari o superiore a 65 anni continua a crescere numericamente (+2,64% nel 2015), mentre la popolazione in età lavorativa (dai 14 ai 64 anni) e la popolazione in età infantile (da 0 a 13 anni) sono da lungo tempo in calo (rispettivamente, -1,27% e -1,49% nel 2015). Nel 2013 il 25% della popolazione era in età senile, tale fetta della popolazione raggiungerà il 33% entro il 2035.[1]

Questo sviluppo demografico rappresenta una sfida per il sistema socio-assistenziale giapponese. Sin dall’introduzione dello schema assicurativo per la lungoassistenza (kaigo hoken), la popolazione beneficiaria è cresciuta costantemente. I responsabili politici giapponesi si trovano ora a dover rispondere al seguente quesito: chi fornirà assistenza sanitaria a una popolazione anziana sempre più numerosa?

La 'defamiliarizzazione' dell’assistenza alla popolazione anziana in Giappone 

Il quesito è quanto mai impellente dal momento che la crescita numerica della popolazione anziana è accompagnata da un cambiamento di mentalità in termini di accettazione dei servizi sanitari erogati al di fuori dell’ambito familiare. Questo cambiamento riguarda ora tanto la generazione di chi offre assistenza quanto quella delle persone che la ricevono, come mostrano i sondaggi effettuati su larga scala dall’Ufficio di gabinetto giapponese nel corso degli anni.[2]

Un’altra indagine realizzata da Unicharm, uno dei maggiori produttori di articoli sanitari a livello mondiale, rivela l’esistenza di un divario di genere all’interno di questa tendenza generale. Alla domanda “chi preferiresti si prendesse cura della tua igiene intima qualora non fossi più in grado di farlo?”, il 46,9% delle intervistate – contro il 25,8% degli intervistati – in Giappone afferma che intende avvalersi di personale di assistenza qualificato. Non si deve dimenticare che il 66,7% degli intervistati preferisce che sia la propria coniuge ad occuparsi di loro.[3]

Nonostante questa forte disparità fra uomini e donne, l’assistenza sanitaria professionale è oggi accettata perfino nelle aree rurali più conservatrici del paese, come affermato dalla studiosa di medicina sociale Nanako Tamiya.[4] Le femministe giapponesi hanno ottenuto che lo schema assicurativo per la lungoassistenza fosse concepito per favorire questo sviluppo. A tal fine, hanno svolto una forte attività di lobbying contro l’introduzione di un sistema cash-for-care.[5] Keiko Higuchi, portavoce delle attiviste, ha evidenziato la necessità di porre in essere uno schema assicurativo basato esclusivamente sulle prestazioni. Questo, nell’ottica di porre fine una volta per tutte allo sfruttamento delle nuore e delle figlie all’interno di quello che è stato definito l'“inferno dell’assistenza”.[6]

Aprire la porta al personale di assistenza proveniente dall’estero

Di conseguenza, il mercato del lavoro dei servizi sanitari, già affetto da carenza di manodopera, si trova ora a dover fronteggiare una domanda crescente. Secondo le stime dell’Istituto nazionale per le politiche del lavoro e la formazione, da qui al 2025 si rende necessario un incremento netto annuo pari a 70.000 operatori e operatrici in ambito sanitario.[7] Le modalità con cui soddisfare tale domanda di manodopera sono oggetto di un acceso dibattito politico, ed è solo con grande riluttanza che i responsabili politici giapponesi hanno iniziato a reclutare personale di assistenza proveniente da altri Paesi.

Nel quadro dei trattati commerciali bilaterali, i cosiddetti Accordi di partenariato economico (APE), il Sol Levante ha aperto il mercato del lavoro nazionale al personale di assistenza proveniente dall’Indonesia (a partire dal 2008), dalle Filippine (a partire dal 2009) e dal Vietnam (a partire dal 2014). I flussi migratori prevedono un numero massimo annuo di 1.000 assistenti migranti per ciascun paese. Alla luce delle esigenze del mercato del lavoro, la quota risulta essere eccessivamente ridotta; tuttavia, non è stata ancora mai raggiunta: a partire dal 2014, come evidenziato dalla Japan International Corporation of Welfare Services, solo 1.562 assistenti (personale infermieristico e di assistenza) avevano oltrepassato le frontiere giapponesi nel quadro di questa politica migratoria.

Le ragioni della bassa attrattività della politica migratoria basata sugli APE

Esistono molteplici ragioni per spiegare la bassa attrattività della politica migratoria basata sugli APE. Le due cause più citate nelle interviste da me realizzate con il personale di assistenza in Giappone sono l’alto livello di competenze linguistiche richieste e la mancanza di equivalenza in termini di qualifiche e diplomi professionali. Queste due motivazioni sono di fatto collegate. Agli operatori e alle operatrici provenienti dall’estero viene richiesto il superamento, in Giappone, della prova d’esame di abilitazione alla professione (infermieristica o di assistente) entro i primi cinque anni dall’inizio del loro impiego nel paese. Si tratta di test scritti da svolgersi in lingua giapponese, il che rappresenta un ostacolo estremamente arduo da superare: il tasso medio di successo per gli esami di abilitazione alla professione infermieristica e alla professione di assistente si attesta, rispettivamente, al 15,26% e al 17,58%.[8] Il mancato superamento della prova implica la perdita del permesso di lavoro.

Anche i datori di lavoro non sono entusiasti della politica migratoria in analisi; essi, infatti, devono sostenere costi aggiuntivi quando assumono personale di assistenza proveniente da altri paesi: innanzitutto, per i corsi di lingua ma anche, tra le altre cose, per l’assistenza in materia di alloggio. È necessario poi aggiungere la forte incertezza riguardante il livello delle competenze delle persone migranti e la loro esperienza di vita, nonché – come evidenziato, durante un’intervista, dal direttore di una casa di cura nella Prefettura di Miyagi – il timore per come pazienti e famiglie potrebbero reagire di fronte al personale straniero. L’intervistato ha sottolineato che assumere assistenti di genere maschile provenienti dall’estero era quasi impossibile dal momento che ciò avrebbe introdotto – accanto all’appartenenza etnica – un’ulteriore scriminante nella composizione del personale: l’appartenenza di genere. Infatti, all’interno del primo gruppo di assistenti di nazionalità indonesiana che avevano presentato domanda per lavorare in Giappone nel 2008, 86 profili erano stati scartati e 66 di questi appartenevano a persone di genere maschile.[9]

Il futuro dell’assistenza alla popolazione anziana in Giappone

Sebbene la politica migratoria descritta sia poco attraente tanto per i datori di lavoro quanto per chi è in cerca di occupazione, è probabile che essa venga mantenuta. Tale politica riveste, infatti, un’importanza cruciale per i partner del Giappone nel quadro degli APE: molti di questi paesi non possono offrire nessun’altra 'merce d’esportazione' al di fuori delle risorse umane.

Oltre alla politica migratoria descritta, un numero crescente di soggiornanti di lungo periodo provenienti dall’estero ha iniziato a svolgere la professione di assistente, soprattutto nel settore dell’assistenza a domicilio. La sociologa Maria Ballescas, tuttavia, assume una posizione critica nei confronti di questa scelta lavorativa: molte di queste donne sono giunte nel Sol Levante negli anni Ottanta per lavorare nei quartieri a luci rosse, e spesso sono rimaste nel paese dopo aver contratto matrimonio con cittadini giapponesi. Prestando ora servizio come assistenti sanitarie, non fanno altro che tornare all’essenza dell’occupazione precedente svolta in termini di soddisfacimento dei bisogni fisiologici dei loro clienti giapponesi.[10]

Se questo aspetto può essere evidenziato con estrema chiarezza, occorre valutare criticamente il ruolo del personale di assistenza sanitaria in Giappone. Da un lato, tale personale potrebbe contribuire alla liberazione delle giapponesi dal giogo del lavoro riproduttivo; dall’altro, una forza lavoro potenzialmente sempre più ampia solleva gli uomini dalla responsabilità di farsi avanti e condividere – su base paritaria con le proprie consorti – gli oneri del lavoro riproduttivo. In un’epoca in cui il Primo Ministro Shinzō Abe continua a pubblicizzare la “womenomics”[11] quale strategia volta ad aumentare la partecipazione femminile alla forza lavoro, incluse le posizioni di comando, è arrivato il momento di fare un appello agli uomini affinché siano all’altezza dei loro doveri. Tuttavia, ciò rende necessaria una riforma sostanziale del mercato del lavoro giapponese, affetto da una segregazione occupazionale basata sul genere, nonché dei modelli normativi di genere, che appaiono essere fortemente radicati.

Note

[1] Istituto nazionale per la ricerca in materia di popolazione e sicurezza sociale (2012): Population Statistics of Japan 2012

[2] Ufficio di gabinetto del Giappone (2004): Kōreisha kaigo ni kansuru yoron chōsa. Tokyo: CAO.

[3] Vogt, Gabriele (2018): Population Aging and and International Health-Caregiver Migration to Japan. Cham: Springer.

[4] Tamiya, Nanako et al. (2011): Population Aging and Wellbeing: Lessons from Japan’s Long-term Care Insurance Policy. In: The Lancet 378: 1183–1192.

[5] Sistema nel quale le persone ricevono un sussidio in denaro per pagare direttamente il personale di assistenza.

[6] Peng, Ito (2001): Women in the Middle: Welfare State Expansion and Devolution in Japan. In: Social Politics 2: 191–196.

[7] Istituto nazionale per le politiche del lavoro e la formazione (2015): Labour Situation in Japan and its Analysis: Detailed Exposition 2014/2015. Tokyo: JILPT.

[8] Japan International Corporation of Welfare Services (2014): EPA ni motozuku gaikokujin kangoshi, kaigofukushishi ukeire panfuretto

[9] Vogt, Gabriele and Holdgrün, Phoebe (2012): Gender and Ethnicity in Japan’s Health-Care Labor Market. In: ASIEN. The German Journal on Contemporary Asia 124: 69–94. 

[10] Ballescas, Maria (2009): Filipino Caregivers in Japan: The State, Agents, and Emerging Issues. In: Kyūshū Daigaku Ajia Sōgō Seisaku Sentā Kiyō 3:127–138.

[11] Teoria economica secondo la quale il lavoro femminile rappresenta oggi il più importante motore dello sviluppo mondiale.

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