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La Casa Internazionale delle Donne di Roma è a rischio sfratto per un affitto troppo caro, considerando la ricchezza che la Casa dona ogni anno a tutta la città. Quali soluzioni possibili? Ne parliamo con la Presidente, Francesca Koch

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Nata nel 1976, la Casa internazionale delle donne di Roma fino al 1983 ha avuto sede in via del Governo Vecchio. Dopo lo sfratto avvenuto 1987, il movimento femminista romano occupò una parte del complesso del "Buon Pastore" dove ancora oggi la Casa si trova – in Via della Lungara 19, zona Trastevere, in pieno centro – rivendicando "la prevista destinazione e dando inizio a una lunga trattativa con il Comune per il restauro e la consegna dell’edificio all’associazionismo femminile". Nel 1992 il Progetto Casa Internazionale delle donne fu approvato dal Comune e diventò "quell’organismo autonomo preposto a valorizzare la politica delle donne, offrire servizi e consulenze". Del resto, basta scorrere l’elenco delle associazioni che vi aderiscono e che la rendono una struttura viva, e polifonica, per rendersene conto: dalle avvocate in tutela dei diritti delle donne ai gruppi per la salute e contro la violenza sulle donne fino al Family-Lab ludico e creativo rivolto ai bambini e ai loro genitori, la casa è ad oggi un centro attorno al quale gravitano ogni anno ben 30mila persone. 

E adesso rischia lo sfratto per una morosità accumulata pari a 833.512,30 euro. Un debito cresciuto negli anni per l’impossibilità da parte dell’associazione che gestisce la struttura di pagare mensilmente l’intero canone di affitto: 8mila euro al mese.

Il Dipartimento Patrimonio di Roma Capitale ha inviato l’8 novembre scorso una comunicazione contenente la rinnovata richiesta del pagamento della cifra dovuta dove è scritto che "decorso senza esito il termine sopra indicato (i 30 giorni dalla data di invio, ndr), si procederà all’attivazione, senza ulteriore comunicazione, sia della procedura coattiva, in sede civile per il recupero del credito, sia della procedura di riacquisizione del bene in regime di autotutela". 

Un patrimonio insostituibile di promozione di una cultura di genere, della legalità e di contrasto al sessismo e al razzismo rischia quindi di essere messo sotto scacco per l’impossibilità di estinguere un debito pregresso. Quali le soluzioni possibili? Ne abbiamo parlato con la Presidente dell'associazione, Francesca Romana Koch.

A inizio dicembre è previsto che siederete a un tavolo tecnico con la nuova giunta per cercare di far valere il vostro diritto ad abitare un luogo che per tanti anni vi ha visto protagoniste. Cosa si aspetta da questo incontro?

Spero che la convocazione di un tavolo di confronto, non solo tecnico  ma squisitamente politico, sia il segnale che la giunta capitolina ha compreso come la questione che ci riguarda non possa ridursi solo all'aspetto contabile, ma debba inserirsi in un contesto di conoscenza della storia della Casa delle donne, delle attività delle sue associazioni, del valore simbolico ma anche economico dei servizi e delle offerte culturali, dell'importante lavoro di manutenzione del palazzo e della cura che ne abbiamo. 

Lei ha dichiarato che pagate 3mila euro invece di 7mila per l’affitto mensile. Nel 2015 era stata calcolata, proprio dal Comune di Roma, una stima di 700mila euro del valore prodotto in un anno dai servizi funzionanti all’interno della Casa. Come è stata fatta questa stima? 

La stima  è stata fatta da funzionari dell'assessorato al Patrimonio, con riferimento agli onorari previsti dagli ordini professionali. Credo che si possano proporre anche altri parametri di valutazione, ma la cosa importante, per noi, è che ci sia il riconoscimento che la Casa in questi anni ha prodotto anche ricchezza economica e non è quindi accettabile che venga rappresentata come insolvente. La Casa offre cultura, servizi, è un punto di riferimento per il territorio e dà in termini sociali, economici e finanziari più di quanto le viene chiesto in affitto.   

La casa delle donne è un punto di riferimento per donne, associazioni, giovani, migranti e persone in situazioni di fragilità. Quali servizi a suo avviso eroga il Comune assimilabili a quelli erogati da voi?

In realtà negli anni il Comune di Roma, con i continui tagli al welfare, ha progressivamente ridotto l'attenzione al sociale, e si è dichiarato  non in grado di offrire i servizi che sarebbero necessari per rispondere ai diversi bisogni delle persone. La Casa delle donne, anche grazie alle molteplici competenze su cui può contare (esperte legali, psicologiche, educatrici, ginecologhe e ostetriche, esperte di orientamento al lavoro) è in grado di accogliere in modo  integrato molte richieste. Nelle diverse attività di contrasto alla violenza maschile, per esempio,(accoglienza, sportelli, case rifugio, lotta alla tratta)  possiamo dire che abbiamo creato un modello di servizi "delle donne per le donne", basato sul rispetto e sull'accoglienza, sulla scoperta delle potenzialità di ognuna, sulla autoaffermazione e non sulla vittimizzazione.  Riteniamo che i nostri servizi abbiano una importante valenza politica, nella misura in cui contribuiscono a creare pratiche di convivenza e di relazione e restituiscono alle persone la coscienza della loro dignità. Nel microcosmo della Casa, nelle azioni di contrasto al razzismo e al sessimo, nella ricerca documentaria sulla nostra storia, nella forte relazione con le associazioni delle donne migranti e con la loro progettualità, si mette in atto una pratica di convivenza che è la premessa per il cambiamento delle relazioni nella città. Si devono ricordare anche alcuni aspetti di formazione gratuita come il corso di educazione finanziaria, solo per donne adulte. 

L’assessora al Patrimonio e alle Politiche abitative di Roma Capitale, Rosalba Castiglione si è detta "basita di fronte alle dichiarazioni di alcuni esponenti politici che, evidentemente non conoscendo i fatti, si dichiarano contrari al legittimo sollecito di Roma Capitale". Si aspettava una posizione così netta da parte della giunta pentastellata?

Non importa quello che io mi aspettavo, di fatto la giunta sta prendendo atto che "il legittimo sollecito" dovrebbe  essere condotto in modo più articolato, a partire dal riconoscimento che  l'attività e la presenza della Casa delle donne rappresenta per la città una risorsa importante che è interesse dell'amministrazione sostenere in ogni modo. 

Come è cambiato il movimento femminista dal 1987 ad oggi? E la Casa Internazionale delle Donne?

Dal 1987 è cambiato tutto il mondo, con l'avvento del reaganismo, il liberismo sfrenato e l'aumento delle disuguaglianze economiche e sociali, fino alle guerre attuali. Il movimento femminista, in questo contesto, ha affinato le sue analisi e ha fronteggiato le nuove forme del patriarcato. Il cambiamento è stato soprattutto nella pluralità di soggetti e movimenti del femminismo, ridefiniti in base alle differenze politiche, culturali e geografiche. Oggi in Italia c'è una nuova generazione di femministe, colta e ben preparata, radicale nelle sue forme e nella rivendicazione degli obiettivi politici, che la Casa delle donne ha la soddisfazione di poter ospitare e sostenere. La Casa, infatti, è un soggetto inedito, tra movimento e istituzione, che non vuole ridurre la sua complessità a una voce unica, ma è in grado di ospitare voci e scelte politiche diverse e di valorizzarne la ricchezza. 

Cosa spera per il futuro della Casa internazionale delle donne?

Ho l'impressione che questa vicenda, per la quale  eravamo preoccupate, alla fine si potrà risolvere in una maggiore forza per la Casa stessa. Abbiamo avuto infatti, il sostegno di una mobilitazione grandissima e generosa da parte di tutte le donne del femminismo, e non solo; abbiamo visto crescere il desiderio di partecipazione e la fiducia nella nostra presenza, e faremo di tutto perché questo passaggio si possa risolvere in una chiarificazione con l'amministrazione ma anche in un nuovo impegno culturale e politico da parte nostra.