L'ABC delle D. Proposte per cambiare
07/02/2012
Ora che i corpi hanno riempito le piazze è ora che nuove idee riempiano i cervelli. In questo articolo le proposte concrete di inGenere, e non solo, per cambiare la vita delle donne in Italia, e non solo. Una piattaforma aperta, dalla A alla Z
Dopo la grande manifestazione del 13 febbraio 2011, inGenere.it ha provato a sintetizzare le proposte sul tappeto: come e cosa vogliamo cambiare nel lavoro, nel welfare, nell'impresa, nell'economia? Quali le scelte politiche da fare? E per renderle più leggere e leggibili, le abbiamo messe giù in forma di alfabeto.
A. Assegno di maternità universale. Un importo da corrispondersi per cinque mesi a tutte le madri, indipendentemente dal fatto che siano dipendenti o autonome, stabili o precarie, che lavorino o non lavorino ancora.
B. Bilancio di genere. Che ogni amministrazione, dal governo centrale ai comuni, valuti le proprie decisioni di bilancio in un'ottica di genere, per capire se vanno ad aumentare o diminuire le disuguaglianze attuali; e che ogni amministrazione dichiari in che misura gli obbiettivi che si propone con le proprie scelte di bilancio contribuiscano alla diminuzione delle disuguaglianze di genere.
C. Congedi di paternità obbligatori, per un periodo di tempo non simbolico – da 6 a 12 settimane - nell'arco dei 4 mesi dopo il parto. Non si tratta più di aiutare le donne a conciliare casa e lavoro, ma di redistribuire il lavoro di cura tra donne e uomini.
D. Distretti family-friendly. Mettere in rete le piccole imprese per rendere più facili e meno costose le pratiche di conciliazione famiglia-lavoro, per il riequilibrio dei ruoli, per la gestione del part-time.
E. Età della pensione. Che tornino alle donne - in termini di spesa per servizi di cura e conciliazione - tutti i risparmi derivanti dall'aumento dell'età pensionabile delle donne.
F. Fisco. No al quoziente familiare, sistema che penalizza le donne che lavorano. Sì a un fisco “women friendly”, con concessione di Working Family Tax Credit alle tipologie di donne a rischio di bassi salari e di esclusione del mercato del lavoro, e fiscalità di vantaggio per le imprese che offrono servizi di cura.
G. Giovani. C'è un'intera generazione a rischio, sul mercato del lavoro. Sistema contrattuale, regole, regime fiscale e contributivo, vanno ripensati per ridurre la flessibilità “subìta” e lasciare in piedi una flessibilità positiva, utile per la conciliazione dei tempi di vita e lavoro di donne e uomini.
I. Imprenditrici. Monitorare la discriminazione di genere nell'accesso al credito; sostenere le imprenditrici in maternità; “bollino rosa” negli appalti pubblici, per allargare la presenza dell'imprenditoria femminile..
L. Legge 40. Abolire la legge più restrittiva in Europa sulla procreazione assistita; rivederla in senso antiprobizionista, facendo cadere il divieto di fecondazione eterologa e i limiti e paletti che impediscono di tutelare la salute e il desiderio femminile.
M. Maternità. Eliminare i costi della maternità che restano a carico del datore di lavoro, e trasferirli a carico dell'Inps o della fiscalità generale.
N. Nidi e altri servizi. Riaprire e rifinanziare il piano straordinario 2007-2010. Allo stesso tempo vanno presi in pari considerazione tutti gli altri servizi per la cura, per toglierli dal peso della famiglia e farli entrare in una strategia nazionale dei servizi.
O. Occupazione. Una strategia di genere per uscire dalla crisi prevede: misure orientate al sostegno del lavoro femminile; un rilancio della domanda pubblica che privilegi le infrastrutture sociali; un piano dei servizi per la cura degli anziani.
P. Pendolari. Aumento delle risorse per il trasporto collettivo, per arrivare a una riduzione dei tempi di spostamento nelle città. (Quasi tutto il tempo “recuperato” dalle donne che lavorano in termini di riduzione del lavoro domestico è stato assorbito dagli spostamenti).
Q. Quote. Democrazia paritaria, economia paritaria: 50 e 50, ovunque si decide. La nuova legge elettorale non può prescindere da questo principio. La legge sulle quote di genere nei cda delle società quotate, da poco approvata, va immediatamente attuata, con miglioramenti, nelle società pubbliche e municipalizzate.
R. Ru 486. Renderla disponibile in tutte le Regioni, in tutte le Asl e in tutti le aziende ospedaliere, e affinché la terapia farmacologica venga somministrata secondo un protocollo unico nazionale che rispecchi il più possibile le evidenze e le indicazioni scientifico-mediche della comunità internazionale.
S. Stage. Abolizione degli stage gratuiti, previsione di una soglia di rimborso minima, come misura per limitare gli abusi e incentivare un maggior investimento da parte delle imprese sulla formazione di stagisti e tirocinanti.
T. Tempo pieno. Ripristinare il tempo pieno nelle scuole, ridotto dalla riforma Gelmini, ed estenderlo a tutto il territorio nazionale. E' una proposta pedagogica di qualità per bambini e ragazzi, ed è un sostegno indiretto all’attività lavorativa dei genitori.
U. Uomini. Tutto ciò farebbe bene anche a loro.
V. Violenza. Rifinanziare i fondi antiviolenza, renderli concretamente utilizzabili per il piano nazionale elaborato dall’associazione nazionale dei centri antiviolenza. Favorire la presenza di un centro antiviolenza ogni 100 000 abitanti.
Z. Zero. Sono i fondi stanziati in bilancio dal governo italiano, dal 2010 al 2014, per il Fondo servizi infanzia. Proponiamo che questi fondi, come tutti i fondi sociali (che si sono ridotti quasi dell'80% dal 2008 al 2011), siano rifinanziati.




Commenti
ABC PROPOSTE
Sono tutte bellissime proposte che condivido. Queste sarebbero riforme che non farebbero bene alle donne ma a tutta la società, facendo crescere il PIL, garantendo più natalità, più benessere per tutti.
Cominciamo a pretendere le quote rosa in politica, nei CDA nei posti di potere. Solo partendo dalle leggi e imponendo la presenza femminile nei posti che contano si potranno cambiare le cose. Come dice la saggia Emma Bonino non possiamo aspettarci che gli uomini ci lascino il posto.. dobbiano scalzarli!!!
ABC
Condivido e diffondo
Non quote rosa: si chiama "clausola di non sopraffazione tra i sessi" e chiamare le cose col loro nome è il primo gesto rivoluzionario, come diceva Rosa Luxemburg
La lingua che parliamo non è mai neutra e non possiamo rivendicare un diritto come se fosse una tutela
abc - s come stage
in generale un insieme di proposte davvero condivisibile e convincente. devo dire che mi stupisce invece quella sulla questione stage. un breve e sintetico riscontro
si scrive: Potrebbe essere un modo per limitare gli abusi
FORSE POTREBBE ESSERE UN MODO PER LEGALIZZARE GLI ABUSI (UNA NUOVA FORMA LEGALIZZATA DI CONTRATTO SOTTOPAGATO)
si scrive;ncentivare un maggior investimento da parte delle imprese sulla formazione delle e degli stagisti e tirocinanti
VERREBBE DA CHIEDERE SE AVETE MAI GUARDATO AI DATI DI PARTECIPAZIONE ALLA FORMAZIONE OBBLIGATORIA NEL CONTRATTO DI APPRENDISTATO - PER CAPIRE IL RAPPORTO CON LA FORMAZIONE DELLE IMPRESE. OPPURE RIFLETTERE SULA FATTO CHE IL TIROCINO COSI COME DEFINITO DALLE LEGGE TREU SI CHIAMA TIROCINO FORMATIVO MA INTRODUCIAMO UN COMPENSO INVECE DI UN RIMBORSO IMEDIATAMENTE SI TRASFORMERà IN UN RAPPORTO DI LAVORO CON ANCORA MENO VINCOLI SULLA PARTE APPUNTO FORMATIVA. CREDO CHE UN OCCHIATA ALLA LEGGE AIUTEREBBE
si scrive;Lo stage retribuito potrebbe creare una soglia minima di reddito di entrata
MA ANCORA? LE SPERIMENTAZIONI IN ITALIA MA SOPRATTUTTO I DEVASTANTI EFFETTI IN EUROPA DEL REDDITO MINIMO SUL CONCETTO DI ATTIVAZIONE NON SONO BASTATI A RIMUOVERE QUESTI ORIZZONTI DI IDEOLOGI SOVIETICA?
bravi lostesso
Quota di donne nell'accademia
alla voce U università l'analisi potrebbe essere fuorviante. Attenzione: le quote di ricercatrici, associate e ordinarie va fatta per classe di età altrimenti si dà una visione distorta. Le donne sono entrate in massa all'università in tempi "relativamente" recenti e hanno iniziato ad entrare nella professione accademica in tempi "relativamente" recenti. Pertanto, vista l'età media molto elevata in questa professione, sarebbe utile pesare la presenza femminile in base alle classi di età.
Questione femminile, rivoluzione culturale e progetto educativo
In un’ottica di benchmarking, manca, tra le proposte, L’ASSISTENZA A DOMICILIO ALLE MAMME IN GRAVIDANZA E NEI PRIMI 3 ANNI DI VITA DEI FIGLI, per aggredire e rimuovere i freni culturali e innovare i paradigmi educativi:
v. "Questione femminile, questione meridionale, rivoluzione culturale e progetto educativo"
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2580796.html
Pubblico un mio commento sul ruolo delle donne ‘postato’ in Repubblica/blog-Amato-Percentualmente
http://amato.blogautore.repubblica.it/2011/03/08/le-donne-secondo-listat/
IL RUOLO DELLE DONNE TRA FAMIGLIA E POLITICA
Bisognerebbe interrogarsi su chi o che cosa fa sì che quella italiana sia una società bloccata (vedi il ‘post’ precedente) o disequilibrata (v. questo ‘post’).
Quando un fenomeno è antico, profondo e diffuso, c‘è sempre una dimensione prevalentemente storico-culturale.
Il nostro è un popolo antico, cinico e mammone.
I soggetti principali, checché se ne dica, che hanno agito e continuano ad agire in profondità e ne costituiscono il sostrato culturale più autentico - e conservatore - sono, da una parte, mamma-Chiesa - oscurantismo, nepotismo, controriforma, anti-giansenismo (non è l’uomo che si deve elevare per meritare la grazia, ma il contrario) e, dall’altra, la donna-mamma, soggetto dominante nella sfera privata. In Italia, soprattutto al Sud, vige il matriarcato. Senza studi particolari: a me consta personalmente, inferendolo dalla cerchia familiare allargata e da quella amicale.
Il disequilibrio tra i generi, nella dimensione pubblica, e quindi anche nei rapporti economici, è conseguenza del matriarcato.
Una giovane amica sostiene che “E’ una discriminazione che partendo dal disequilibrio fra i ruoli all’interno della famiglia” richiede di “cominciare a condurre un’adeguata campagna d’informazione sulla realtà del mondo femminile italiano, a partire dalla scuola”.
Io ho obiettato: “Scusami, come a partire dalla scuola? Nasce in famiglia e vuoi partire dalla scuola? E’ un po’ come chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. Vuoi curare la “malattia” (non si guarisce quasi mai dalle malattie) anziché prevenirla, che è più facile e meno costoso? La logica – scrive Musil ne “L’uomo senza qualità” – è quella cosa scomoda che fa discendere il significato di una frase da quella precedente. Perché trovi “scomodo” collocare il problema là dove esso ha origine? Comunque mi sono accorto che parecchi, soprattutto donne, trovano “scomodo” partire da lì.
Ella sostiene ancora (in linea con ciò che è scritto in questo ‘post’): “Secondo le statistiche le donne si impegnano di più negli studi e ottengono risultati migliori rispetto ai maschi”.
Io ho obiettato: “Questa è un po’ una leggenda metropolitana, almeno per i ragazzi di Scuola Media: secondo il Rapporto 2009 dell’INVALSI (par. 4.2, tavv. 6 e 6a), al Centro-Nord le ragazze sono più brave in italiano, i ragazzi in matematica; al Sud non ci sono differenze. Dopo, non so, forse, un 5-7% di donne raggiunge anche l’eccellenza, ma il restante 93-95%?”. (I laureati, in fondo, sono soltanto 160 mila all’anno).
Ella sostiene ancora: “Molte ragazze hanno semplicemente perso la volontà di battersi davvero per qualcosa”.
“Ecco, le ho detto, questo è il punto cruciale: solo lottando si ottengono le cose, se le donne rinunciano a farlo, siamo tutti fritti. In Italia, soprattutto al Sud (da secoli), pare sussistere una sorta di “divisione nazionale del potere”: le donne comandano in casa (e forse nella scuola), gli uomini fuori dalla casa; urge un riequilibrio e una redistribuzione del potere politico, ma le donne latitano: perché? Se un fenomeno è così esteso, antico e profondo, vuol dire che ha una valenza e una dimensione “culturale” e quindi esige una soluzione “culturale”, cioè educativa, a partire dalla famiglia e dal suo perno educativo: la madre. Scrive la psicanalista Simona Argentieri - una delle protagoniste del dibattito su l’Unita sul silenzio delle donne - (in “Specchio delle mie brame”, Psycomedia) che il rapporto con la madre è fondamentale nella costruzione della personalità di ciascuno e parla di “primitivo imprinting relazionale”.
Occorre una rivoluzione culturale; occorre che la donna rinunci ad una parte del suo potere tra le mura domestiche - dove si formano i paradigmi culturali, che deve contribuire a cambiare -, a favore di un suo più marcato ruolo pubblico, di una presenza più incisiva nei posti dove si fanno le leggi, che sono in rapporto biunivoco con il retaggio culturale: ne sono influenzate e lo influenzano.
Occorre essere consapevoli che la questione femminile, a ben vedere, è il nodo cruciale italiano, dalla cui soluzione dipendono tante altre questioni: dallo sviluppo economico alla parità uomo-donna, alle disuguaglianze di reddito e di ricchezza, alla scuola, all’educazione, alla tv, alle aziende, al Mezzogiorno.
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2607700.html
U COME UNIVERSITà
davvero condivisibile ogni punto e realmente all'ordine del giorno...
volevo aggiungere un pensiero tratto direttamente dalla mia esperienza.
U come Università non tanto per l'accesso a questo mondo da parte delle donne quanto per la completa mancanza di aiuti, sgravi finanziari, agevolazioni che mette a disposizione per donne madri o lavoratrici.
Permettere anche a queste categorie di portare avanti gli studi è prioritario.