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Lavoro autonomo
le novità per la maternità

foto Flickr/Ed Ivanushkin

Anna Soru, presidente dell'associazione consulenti del terziario avanzato (Acta), ripercorre per noi le tappe a tutela della maternità per le professioniste iscritte alla gestione separata dell'Inps. E ci spiega cosa cambia e cosa ancora manca nel disegno di legge sul lavoro autonomo

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La tutela della maternità è una conquista recente per le professioniste autonome iscritte alla gestione separata dell'Inps, ovvero per tutti quei professionisti senza ordine e senza cassa professionale, come informatici, pubblicitari, formatori, traduttori, consulenti alle imprese, web-e-qualche-cosa.

Una conquista che sarà rafforzata significativamente se il disegno di legge sul lavoro autonomo sarà approvato. Esso accoglie molte nostre richieste e ne siamo soddisfatti. Manca ancora qualcosa: una ridefinizione dei meccanismi di calcolo dell’indennità. E poi, non rinunciamo a una nostra vecchia proposta: la maternità come diritto universale[1].

Un po’ di storia

Il diritto all’indennità di maternità è stato introdotto nel 1998.

Nel 2007 con l’accordo del welfare furono inserite tre novità:

  • si decise di rendere obbligatoria l’astensione dal lavoro per poter accedere all’indennità di maternità;
  • a seguito di un innalzamento dell’aliquota per tutti gli iscritti alla gestione separata, furono accordati 3 mesi di congedi parentali, da utilizzare entro l’anno del bambino;
  • si introdusse la copertura pensionistica del periodo di maternità.

Cambiamenti che solo con il terzo punto migliorarono la situazione delle professioniste autonome.

L’obbligo di astensione dal lavoro per avere diritto alla indennità era solo un vincolo in più. Era una misura nata da un’impostazione che ci considerava “finte partite iva” e che quindi voleva proteggerci da vessazioni da parte dei nostri committenti. Dimenticando di considerare che raramente una professionista può permettersi di sospendere completamente l’attività lavorativa per 5 mesi, se vuole mantenere i suoi clienti. Il nuovo vincolo in genere è stato aggirato rinviando la fatturazione, ma non sempre questa via è stata possibile, ad esempio se le prestazioni risultavano documentate (es. per formatrici docenti in corsi pagati con fondi pubblici).

Da subito come Acta abbiamo contestato questa misura, abbiamo chiesto che fosse la donna a decidere quando e quanto lavorare. La riduzione del lavoro c’è, ma ognuna deve poterla graduare nel tempo secondo le proprie esigenze.

La seconda novità, i congedi parentali, furono introdotti per le madri collaboratrici, non anche per le professioniste. Le professioniste vi poterono accedere solo con il 2012, in seguito al decreto salva Italia.

La normativa sui congedi era comunque del tutto insoddisfacente, sia perché troppo brevi, sia perché escludeva i papà, in contrasto allo spirito di un provvedimento che era stato concepito per favorire una migliore conciliazione tra lavoro e famiglia anche attraverso la condivisione del lavoro di cura tra i genitori.

Cosa cambia con il ddl sul lavoro autonomo

Anche il ddl sul lavoro autonomo contiene 3 misure che intervengono sulla maternità:

  • non sarà più obbligatoria l’astensione dal lavoro per poter usufruire dell’indennità di maternità, e in questo le professioniste senza ordine saranno equiparate alle professioniste ordiniste;
  • i congedi parentali saranno estesi a 6 mesi,  potranno essere usati anche dai papà, sino ai 3 anni di vita del bambino;
  • la gravidanza (come anche la malattia) non estinguerà un rapporto di lavoro se si presta l’attività in via continuativa per il committente. In questo caso la prestazione rimarrà sospesa. Viene però stabilito un massimo: 150 giorni.

Le prime due misure accolgono in pieno le nostre richieste e ne siamo molto soddisfatti, vorremmo solo che fosse meglio specificato che il diritto ai 6 mesi di congedo si riferisce a ciascun genitore, anche nel caso in cui entrambi fossero iscritti alla gestione separata.

Il terzo punto ci lascia perplessi, è una norma che ancora risente di una “impostazione da lavoro dipendente”, e non è chiaro come potrà essere applicata.

Che cosa manca

Andrebbe modificato il meccanismo di calcolo dell’indennità. Attualmente esso è calcolato con riferimento all’anno in cui avviene la gravidanza, risente quindi della riduzione dell’attività lavorativa conseguente alla gravidanza e alla nascita del bambino. La nostra richiesta è che il calcolo venga effettuato, analogamente a quanto accade per le professioniste che hanno un ordine professionale, sul reddito del secondo anno precedente a quello del parto (naturalmente se in tale anno si lavorava, altrimenti sarà utilizzato l’ultimo anno), presumibilmente più remunerativo di quello in cui si è verificata la gravidanza.

Infine, il sogno nel cassetto. Una proposta di indennità di maternità universale. Rilancio qui quella elaborata nel 2009 dal gruppo maternità&paternità e ripresa nel Manifesto di Acta:

L’adozione di un provvedimento di “maternità universale”, ossia un importo da corrispondersi per cinque mesi a tutte le madri, indipendentemente dal fatto che siano dipendenti o autonome, che siano stabili o precarie, che lavorino o che non lavorino ancora; l’assegno di maternità dovrebbe comprendere  il riconoscimento di cinque mesi di contributi figurativi da calcolare con riferimento al periodo di maggior reddito dell’intera vita lavorativa e da distribuire su entrambi i genitori.

Una misura che coprirebbe i “buchi” di un welfare lavorativo organizzato a compartimenti stagni, che potrebbe rendere più facile, o aiutare a non rimandare troppo nel tempo, il proprio progetto di maternità a quelle donne che attualmente sentono troppo rischiosa la loro situazione di disoccupate o percettrici di redditi bassi e discontinui.

Sarebbe un primo passo verso un welfare universale, più adeguato a un mondo del lavoro fluido in cui sono sempre più frequenti i periodi di non lavoro e i passaggi da un tipo di lavoro a un altro. La maternità, che non può essere simulata e non si presta perciò a comportamenti opportunistici, rappresenterebbe un terreno ideale di sperimentazione di un nuovo welfare.

NOTE

[1] Nota della redazione: su inGenere.it ne abbiamo parlato in passato. Consigliamo la lettura dell'articolo di Francesca Bettio e Annalisa Rosselli e dell'articolo di Maria Ilde Benvenuti e Marina Piazza.