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Niente a che
fare con l'amore

Foto: Unsplash/ Daniel Lee

Un'indagine su 36 donne latinoamericane che vivono in Veneto e hanno sposato uomini italiani svela la relazione tra ideali amorosi e violenza nelle relazioni di intimità

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La violenza di genere contro le donne viene agita, nella maggior parte dei casi e nelle sue forme più gravi, all’interno di relazioni di coppia in corso o concluse da poco. Anche se la violenza non ha niente a che fare con l’amore, spesso una cornice amorosa viene usata per narrare storie di prevaricazione e controllo.

I nessi tra amore, in particolare romantico, e violenza rappresentano un tema classico nel dibattito sulla subordinazione delle donne nelle relazioni d’intimità. Molti studi mettono in guardia contro le trappole dell’amore: i sogni di un rapporto esclusivo, eterno, gratuito renderebbero più vulnerabili le donne, spingendole alla sottomissione. Questi ideali amorosi offrirebbero un orizzonte simbolico che permette di "amare troppo a lungo il tipo di uomo sbagliato"[1], celando al contempo uno squilibrio di potere nelle relazioni amorose. Al contrario, altri studi hanno identificato nell’esperienza di intimità, passione e libertà che caratterizza l’amore romantico una condizione centrale per la costruzione di percorsi di autodeterminazione e rispetto, nonché per mettere in atto pratiche trasformative capaci di modificare eventuali dinamiche di subordinazione. Il dibattito è aperto e non risolveremo qui il dilemma che contrappone chi considera l’amore "la forma suprema della violenza simbolica" e chi lo ritiene l’unica possibilità di "mettere tra parentesi" il dominio maschile [2]. Molte ed eterogenee sono le rappresentazioni dell’amore, accompagnate sia da visioni idealizzate sia da attitudini scettiche. Spesso ognuna/o di noi ne attinge, in modi diversi, realizzando una sorta di bricolage, anche contraddittorio, che sostiene e fa durare le sue relazioni affettive. L’analisi dei "pregiudizi sull’amore"[3] di 36 donne latinoamericane che vivono in Veneto e sono, o sono state, sposate con uomini italiani, ha l’obiettivo di identificare le condizioni in cui gli ideali amorosi sono associati alla possibilità di trovarsi esposte alla violenza o, al contrario, quella di riconoscere, nominare e contrastare eventuali pratiche violente agite dal partner. 

Le narrazioni d’amore considerate sono state raccolte da chi scrive nell’ambito di una ricerca sulla violenza di genere in contesti migratori condotta tra il 2010 e il 2012. Le "loro" storie rappresentano un punto di osservazione privilegiato per approfondire la riflessione sui modelli di maschilità, femminilità e relazioni di genere diffusi nella società in cui, insieme, viviamo. Abbiamo scommesso sulla possibilità che la mobilità internazionale potesse agire come una 'frattura culturale' capace di mettere in discussione il 'dato per scontato' e svelare la naturalizzazione di pratiche situate nei modelli di 'fare coppia' diffusi in Italia. Consideriamo, infatti, che la violenza di genere sia sostenuta da un orizzonte simbolico, sociale e culturale in cui le diseguaglianze non appaiono, o vengono considerate ovvie, inevitabili e, quindi, insuperabili. Le consuetudini non sono più riconosciute come costruite socialmente, ma date per scontate, riproducendo un’asimmetria tra donne e uomini nell’accesso a risorse materiali e simboliche. Pensiamo alle differenze relative alla sessualità, alla divisione tra lavoro domestico e lavoro retribuito, alla mobilità personale durante il giorno e la notte, alla disponibilità del tempo per sé nelle coppie che hanno figli, anziani, disabili da accudire.

Parlando d’amore le intervistate confrontano le relazioni sentimentali che hanno avuto nel corso della vita, individuando episodi specifici per spiegare, forse anche a se stesse, le loro decisioni. Spesso descrivono amori "assoluti ed eterni", almeno temporaneamente irresistibili, per i quali è possibile, anzi inevitabile, rinunciare a tutto, inclusi amici, famiglia, lavoro, casa, arrivando finanche alla decisione di migrare. Dai loro racconti emergono modelli di maschilità e femminilità eterogenei, associati alle pratiche che agiscono e a quelle dei loro partner: principesse e cenerentole, dame di casa e lavoratrici, donne "che sanno quel che vogliono" e "bambole" costruiscono relazioni con machisti o "mammoni", uomini "zerbini" e cavalier serventi, uomini rispettosi o "che non devono chiedere mai". Questi modelli sono associati a varie modalità di fare coppia, riferiti a ideali amorosi anche molto differenti, che non sembrano però esporre di per sé alla violenza o permettere la propria, personale, liberazione. Si tratta, piuttosto, di rappresentazioni utili nel processo quotidiano di riadattamento e riaffermazione, all’interno delle coppie, degli equilibri tra reciprocità, autonomia, dipendenza, vulnerabilità e libertà.

In alcuni casi, l’amore sembra essere una risorsa simbolica utile per dare senso a una relazione che si rivela non più soddisfacente, attivando gli ideali connessi all’indissolubilità del legame con il partner "giusto", ai sacrifici dei "due cuori" per tenere in piedi "la capanna". Si pensi alla qualità di gratuità che viene attribuita all’amore romantico e che pare implicare il disinteresse per le necessità materiali della vita quotidiana. Nel caso delle donne che migrano, e che spesso subiscono il peso di stereotipi sessisti e razzisti che le dipingono come "spose per interesse", la necessità di affermare la purezza del loro amore appare urgente. Dunque, Lucia, architetta salvadoregna, rinuncia a essere iscritta nell’atto di proprietà della casa che pure ha contribuito a costruire. Carla, colf ecuadoriana, accetta che il partner che si sta separando dalla moglie non sia registrato nell’atto di nascita della loro figlia. Laura, impiegata peruviana, si fida del visto d’ingresso che il fidanzato le consiglia di chiedere e, dopo qualche mese in Italia, si scopre irregolare. Per non sembrare profittatrici, queste donne offrono al partner, alla sua famiglia, alla società italiana, il loro onore e la loro integrità di soggetti che non vogliono altro che l’amore. Così facendo, però, rischiano di trovarsi prive delle risorse materiali e sociali utili nell’eventualità di dover interrompere una relazione che si riveli violenta.

Al contrario, altre narrazioni svelano come proprio alcune dimensioni dell’amore romantico aiutino a rinegoziare il legame, anche nella decisione di interromperlo. In particolare l’idea di libertà attribuita al sentimento permetterebbe di affermare la reciprocità e la pari dignità di entrambi nella relazione. Rosirene, un’agronoma brasiliana, si trova a dover contrastare pratiche di umiliazione e controllo agite dal marito, un ingegnere italiano. Per "farlo cambiare", attiva la rappresentazione relativa alla libertà che le ha permesso di lasciare tutto per vivere con lui, per "minacciarlo" di interrompere quella relazione che definisce violenta. Elisangela, colf brasiliana fidanzata con un impiegato, chiarisce subito di poter provvedere autonomamente alle proprie necessità. Oltre a dimostrare la purezza del suo sentimento, quest’autonomia rappresenta per lei una garanzia: può in qualsiasi momento decidere di interrompere il legame, visto che gode di risorse economiche e sociali che le permetterebbero di cambiare casa e lavoro.

In queste storie sono dunque visibili spazi di autodeterminazione e tentativi di rinegoziare relazioni violente che rivelano alcune delle condizioni necessarie a uscire dalla violenza: da un lato, il mantenimento di un processo riflessivo su di sé, sui propri obiettivi, sui propri progetti; dall’altro la presa di coscienza dello spazio di autonomia limitata, interdipendente, in cui spesso costruiamo le nostre relazioni e le nostre vite. Questi processi si accompagnano alla possibilità di avere accesso a risorse economiche, simboliche e sociali necessarie a definire e ridefinire relazioni e progetti di vita. L’analisi svela quindi un’eterogeneità di saperi utile a ognuno/a, che al contempo dovrebbe mettere in guardia dal ridurre chi subisce violenza al solo ruolo di vittima.

Note

[1] Sassatelli R., Presentazione, in Illouz, E., 2013, op. cit. p.10

[2] Bourdieu P., Il dominio maschile, Feltrinelli, 1998

[3] Hochschild A.R., Per amore o per denaro, Il Mulino, 2006

Riferimenti

Bawin-Legros B., Intimacy and the new sentimental order, in Current Sociology, 52.2, 2004, pp.241-250 

Evans M., A critical lens on romantic love: a response to Bernadette Bawin-Legros, in Current Sociology, 52.2, 2004, pp. 259-264

Giddens A., La trasformazione dell’intimità, Il Mulino, Bologna, 1995 

Herrera Gómez C., La construcción sociocultural del amor romántico, Fundamentos, Madrid, 2011

Illouz E., "The lost innocence of love. Romance as a postmodern condition", in M. Featherstone (a cura di) Love & eroticism, Sage, London, 1998, pp.161-186

Kipnis L., Contro l’amore, Einaudi, Torino, 2005

Melandri L., Amore e violenza, Bollati Boringhieri, Torino, 2011

Schäfer G., Romantic love in heterosexual relationships: women’s experience, in Journal of Social Science, 16.3, 2008, pp.187-197

Swidler A., Talk of love, The University of Chicago Press, 2001

Towns A. e Adams P., If I really loved him enough, he would be okay: women’s accounts of male partner violence, in Violence Against Women, 6, 6, 2000, pp.558-585

Walker G., Goldner V., "The wounded prince and the women who love him", in Burk C. e Speed B. (a cura di), Gender, power and relationships, Routledge, London, 1995, pp.24-45 

Yuste M., Angeles Serrano M., Girbés S., Arandia M., Romantic Love and Gender Violence: Clarifying Misunderstandings Through Communicative Organization of the Research, in Qualitative Inquiry, 20, 2014, pp.850-855

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