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Nuovi padri,
la legge e il congedo

Il congedo di paternità obbligatorio, di cui discutono i parlamenti europeo e italiano, è un passo avanti nel riconoscimento del diritto dei padri ad avere tempo di accogliere un nuovo nato. Ma non può essere uno strumento per raggiungere una maggiore uguaglianza tra padri e madri

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La proposta del parlamento europeo, così come quella italiana, di introdurre un congedo di paternità obbligatorio di almeno due settimane, da prendere contestualmente alla nascita di un figlio è stata salutata come un passo importante verso la realizzazione di due distinti obiettivi di uguaglianza tra padri e madri: rispetto all’evento nascita e rispetto alle responsabilità (e ai piaceri) della cura (cfr. articolo di Mosca e Ruspini su questo sito).

Per quanto riguarda il primo obiettivo, la questione mi sembra malposta. Se c’è una differenza radicale tra uomini e donne riguarda proprio il modo in cui si arriva a diventare genitori. Salvo che nel caso dell’adozione, o nei casi – rari dovunque e impossibili in Italia – di generazione tramite maternità surrogata, le donne alimentano e fanno crescere in sé il nascituro, lo/la partoriscono e spesso allattano. Non c’è uguaglianza di fronte alla procreazione. Gravidanza e parto non sono assimilabili ad una malattia, ma non sono neppure neutri nelle loro conseguenze sulle condizioni fisiche (e psichiche) di madre e bambino. Non vi è nulla di simile nel modo in cui si diventa padri. Argomentare il congedo di paternità in analogia a quello di maternità è, da questo punto di vista, privo di senso. Anche se l’assenza o l’ impossibilità della madre ad accudire il neonato subito dopo la nascita può, in nome dell’interesse del bambino, far trasferire al padre il diritto al congedo post parto. L’interesse del bambino, ma anche il riconoscimento che l’arrivo di un bambino è un evento importante, che richiede tempo, attenzione, riorganizzazione della vita quotidiana, mi sembrano motivazioni più adeguate dell’uguaglianza tra padri e madri per la rivendicazione del diritto al congedo di paternità. Tra l’altro, ci si potrebbe chiedere come mai la maggior parte dei contratti prevedono il congedo matrimoniale, in occasione delle nozze, e non, appunto, quello paterno. Si può poi discutere se debba o meno essere obbligatorio e se l’obbligatorietà (a concederlo) debba riguardare solo il datori di lavoro o anche (a prenderlo) i padri lavoratori. Proprio perché è diverso dal congedo di maternità, inteso innanzitutto a proteggere la salute della madre e del bambino, un congedo di paternità obbligatorio anche per i padri impone un unico modello di paternità e di relazione di coppia che, per quanto apprezzabile, può non corrispondere a quello condiviso da molte coppie, madri, padri pur amorevoli e responsabili, configurando una sorta di modello unico normativo, da stato etico, pur con pregevoli intenzioni.

 

Congedo di paternità e quote riservate ai padri nei congedi genitoriali: strumenti e obiettivi diversi

Il congedo di paternità nei giorni/settimane immediatamente successivi alla nascita di un figlio, se può configurarsi come un diritto ad un tempo per accogliere il nuovo nato ed anche per aiutare la madre nei primissimi giorni, difficilmente può essere presentato come uno strumento per riequilibrare le responsabilità di cura tra i genitori. Questo riequilibrio richiede non solo tempi più lunghi, ma anche l’assunzione di responsabilità in proprio, quando la madre non è presente. Ovvero richiede che i padri prendano, possano prendere, parte del congedo genitoriale – successivo a quello di maternità - invece delle madri. Al punto che nella riflessione e ricerca internazionale ci si interroga sulla opportunità di mantenere l’opzione che il padre possa invece prendere il congedo simultaneamente alla madre, dato che ciò spesso significa che lo utilizza per allungare le vacanze, o per scrivere la propria tesi di dottorato, comunque in condizioni che nel migliore dei casi lo pongono come “aiutante”, ma non come responsabile principale della cura.

Sintetizzando i dati disponibili sul funzionamento dei congedi genitoriali e in particolare sul loro utilizzo da parte dei padri, un rapporto Unicef del 2008 ha rilevato che perché i padri prendano una quota significativa (ancorché sempre largamente minoritaria) di congedo occorrono due condizioni: che ci sia una quota loro riservata e che l’indennità sia consistente (almeno attorno al 60% dello stipendio). I casi simmetrici di Italia (dove c’è una quota riservata, ma l’indennità è bassa) e Danimarca (dove non c’è quota riservata, ma l’indennità è alta) mostrano come l’assenza di una di queste due condizioni abbia come effetto una ridottissima partecipazione paterna al congedo, a differenza di quanto avviene in Svezia o Norvegia, ove viceversa quasi tutti i padri prendono la quota loro riservata. Qualche ricerca ha anche segnalato come quanto più lungo è l’arco di tempo entro cui il congedo può essere fruito e quanto più ampia la flessibilità nel suo utilizzo (part time verticale e orizzontale), tanto più duraturo è l’effetto, sul coinvolgimento dei padri nelle responsabilità di accudimento, della esperienza di congedo a parità di tempo fruito complessivo. Infine, le ricerche segnalano da un lato l’effetto positivo sul benessere dei piccoli della centralità delle cure genitoriali nel primo anno di vita; dall’altro che un lungo congedo genitoriale, quando è utilizzato da un solo genitore, di fatto la madre, ha conseguenze negative di medio e lungo periodo sulle chances professionali e il reddito di questa. Alla luce di questi due fenomeni, ci sono buone ragioni per concentrare prioritariamente l’attenzione sugli strumenti per incoraggiare la ripartizione del congedo genitoriale tra padre e madre e per favorirne un uso flessibile, che consenta di combinare in modi diversi cura da parte dei genitori e cura non famigliare, ed anche congedo e lavoro remunerato.

Certo, si può discutere sul trade-off tra obiettivo di riequilibrio delle responsabilità materne e paterne e obiettivo di garantire un ampio tempo di cura genitoriale ai neonati. In contesti in cui c’è una quota riservata, infatti, se il padre non la prende il bambino ha meno tempo genitoriale a disposizione. Ma questo avviene anche quando la madre non prende tutto il congedo o non lo prende affatto, perché non ne ha diritto o perché non può permetterselo. Quindi il problema vero è creare le condizioni – economiche, di rapporto di lavoro – per cui padri e madri abbiano diritto ad un tempo di cura e possano fruirne senza temerne conseguenze negative sul proprio reddito e sulle proprie chances lavorative.

 

Riferimenti

Sullivan, Oriel, Scott Coltrane, Linda McAnnally, e Evrim Altintas Father-Friendly Policies and Time-use Data in a Cross-National Context: Potential and Prospects for Future Research, in: The Annals of the American Academy of Political and Social Science, 624, 2009, pp. 234-54

Unicef, The childcare transition, Unicef, Firenze, 2008 http://www.unicef.ca/portal/Secure/Community/502/WCM/HELP/take_action/Advocacy/rc8.pdf