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Pagheremo tutto
con gli interessi

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L'Italia spende 62 miliardi l'anno per pagare gli interessi sul debito pubblico: più della cifra che spende in istruzione. Non è un dibattito per tecnici, ci riguarda, a pagare siamo tutti

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Nel corso della conferenza stampa in cui il commissario europeo per gli affari economici e monetari Pierre Moscovici e il vice-presidente della commissione europea Valdis Dombrovskys hanno annunciato, con toni poco tecnici e molto accorati, la bocciatura della nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def) e della manovra italiana, Moscovici ha ricordato una triste verità: l’Italia spende quasi la stessa cifra per l’istruzione e per gli interessi. Parliamo di 62 miliardi l’anno spesi in istruzione, dalle elementari per tutti all’università per pochi, l’investimento più importante per il nostro futuro, e di una somma uguale spesa per pagare gli interessi su un debito pubblico che ci trasciniamo da decenni – da quando negli anni Ottanta la Banca d’Italia, di fronte a un’inflazione a due cifre, ha divorziato dal Tesoro e ha smesso di “stampare moneta” per  rispondere a una spesa pubblica che correva  molto più velocemente di quello che lo Stato riusciva a incassare.[1]  

Possiamo vederla anche da un altro punto di vista: più di un terzo dell’Irpef sborsata dai cittadini, soprattutto attraverso le detrazioni dalla busta paga di pensionati e salariati, serve per pagare gli interessi ai detentori dei titoli pubblici. È per questo che lo spread non è un argomento che riguarda solo i risparmiatori e i ricchi. Se un suo aumento significa maggiore spesa per la rendita invece che per migliori ospedali, servizi e scuole, ci riguarda tutti. 

L'aumento del deficit, e quindi degli interessi, viene e verrà pagato con tagli alla spesa pubblica, ossia a tutti i servizi che garantiscono una piena cittadinanza: welfare, previdenza, educazione.

La domanda che dobbiamo porci non è dunque se abbia ragione Moscovici o Salvini, ma perché spendiamo in rimborso del debito più che in istruzione, e nonostante di “economia della conoscenza” si faccia di questi tempi un gran parlare. La risposta è che, insieme alla spesa sociale, abbiamo costantemente e colpevolmente ridotto soprattutto la spesa per investimento, che, sebbene indispensabile per la crescita del reddito, non produce consenso nel breve periodo.

In altre parole, ad aver subito i tagli più sostanziosi sono state proprio le spese “capaci di rilanciare la produttività” del sistema complessivo, come ammette persino lo “stupido” patto di stabilità.[2] 

Il nostro atteggiamento di fronte allo scontro all’arma bianca che si prepara tra Italia e Ue, allora, non può essere né l’indifferente “tanto prima o poi tutto si aggiusta” né il nazionalista “ce l’hanno proprio con noi”. Perché se è vero che sono stati spesso usati due pesi e due misure nell’interpretazione delle regole europee – tanto negli scostamenti dei deficit pubblici che in quelli, meno discussi, degli squilibri commerciali, per non parlare dei salvataggi bancari – e che non c’è nessuna ragione economica che giustifichi di vincolare il disavanzo a un numero specifico in rapporto al Pil (sia questo lo 0,7 o il 2,4%), è vero anche che ci sono molte ragioni per discutere cosa vogliamo fare con questo maggiore deficit. Ci serve per favorire una crescita equa e sostenibile, o per alimentare una fiammata che si spegnerà presto lasciandoci più poveri di prima? Questo, per i motivi accennati all’inizio, e che riguardano chiunque abbia a cuore il futuro del paese, della sua tenuta sociale ed economica, e in particolare il pilastro della stessa tenuta sociale ed economica, le donne.

Dobbiamo dunque intervenire nel merito dell’uso della spesa. Partendo dai risultati della scarsa crescita e della lentissima riduzione del debito, dobbiamo discernere fra la denuncia giusta ma generica dei vincoli fiscali che frenano la crescita, e il mai interrotto calo degli investimenti pubblici. Dobbiamo unirci alle voci che, di fronte alla polemica meramente quantitativa tra Italia e Commissione europea sul 2,4%, affermano che il problema non è la quantità del deficit ma piuttosto la sua incapacità di generare crescita.[3]

Il governo non deve dare l’impressione di improvvisare, portando a livelli intollerabili l’incertezza, che è la peggior nemica della crescita, poiché alimenta la paura, scoraggia gli investimenti, favorisce fughe di capitali e fa aumentare la spesa pubblica per gli interessi che si pagano sul servizio del debito (già quest’anno è salita, per il solo effetto spread, di quasi 3 miliardi, e il conto diventerà più pesante nei prossimi mesi). 

Sulla qualità della spesa, come e per cosa spendere, noi di inGenere da molto tempo abbiamo una visione chiara. Insieme ai ponti che crollano bisogna rimettere in piedi il tessuto delle infrastrutture sociali che hanno conosciuto un uguale livello di deterioramento negli ultimi anni. Sappiamo che gli investimenti sociali potrebbero contare su una partecipazione pubblico-privato, e abbiamo già riportato i risultati di diversi studi che dimostrano che l’impatto sull’occupazione generato dai lavori pubblici (ad alta intensità di capitale) è inferiore a quello generato dagli investimenti in salute, scuola, formazione (ad alta intensità di lavoro). Se c’è più occupazione c’è anche maggiore domanda di beni di consumo che genera altra occupazione. Ma, soprattutto, si tratta di occupazione femminile – che nel nostro paese è ai livelli più bassi di Europa.

E dato che occupazione femminile e natalità vanno di pari passo, è inutile stracciarsi le vesti sul numero dei nuovi nati che ogni anno è sempre più basso. Non sarà qualche incentivo fiscale a far riprendere la natalità, ma buoni lavori per le donne e buoni servizi per le famiglie. 

È facile? No, anche politiche di questo tipo hanno bisogno di credibilità e di convincere i mercati – che non sono solo speculazione ma anche risparmi di uomini e donne. Quel patrimonio di credibilità e affidabilità perduta da una classe dirigente, nuova e giovane, che governa in nome del cambiamento e rivendica la propria incompetenza additando i danni dei passati “competenti”. In effetti, sia detto come ultima cosa ma non minore, un cambiamento è avvenuto: la classe governante è tornata a essere completamente maschile, con la quasi totale sparizione delle donne dalla scena pubblica istituzionale. Ed è un rito tutto maschile quello che ogni giorno va in scena tra gli alleati e tra loro e i nemici di volta in volta individuati: un gioco che nella storia ha già comportato troppi disastri, quel massacro da testosterone che così bene abbiamo assimilato, e di cui però sono proprio le donne a pagare le conseguenze. Se servisse uno slogan sarebbe il caso di dire: un’altra competenza è possibile.

Note

[1] Iquesto articolo di Enrico Marro sul Sole 24 ore c’è un utile riepilogo.

[2] Per una ricostruzione dell’evoluzione del Patto e della sua nuova formulazione, rimandiamo al libro Crisis in the European Monetary Union di Giuseppe Celi, Andrea Ginzburg, Dario Guarascio, Annamaria Simonazzi (Routledge, 2017).

[3] Al punto che la manovra del governo italiano è stata definita da Oliver Blanchard e Jeronim Zettelmeyer un caso inedito di “espansione fiscale restrittiva”. Il che chiama in causa l’affidabilità del governo e la qualità della spesa.