Articolofinanza pubblica

Tutti vogliono la crescita.
Ma quale e come?

Da Trichet e Draghi in giù, tutti invocano la crescita mentre impongono tagli. Ma le politiche dell'offerta in voga difficilmente ci tireranno fuori dai guai. Meglio puntare su politiche della domanda, nelle infrastrutture sociali: capaci di avviare subito un "pink new deal", favorevole all'occupazione femminile

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La parola “crescita” è forse la più inflazionata degli ultimi tempi.1 Tanto meno se ne vede nella realtà, tanto più viene invocata negli auspici e nelle promesse dei massimi responsabili della politica economica. Ma a tanta unanimità non corrisponde un altrettanto largo consenso sugli strumenti per conseguire la crescita – e forse, in ultima analisi, neanche sul tipo di crescita che si vorrebbe perseguire: è forte il sospetto che, di fronte ai drammi sociali della recessione, si torni a invocare una crescita purchessia, buttando a mare le riflessioni che prima della crisi si stavano diffondendo sulla qualità del lavoro e della vita e sulla misurazione stessa del benessere (rimandiamo qui ai risultati della Commissione Stiglitz-Fitoussi sulle nuove misure del progresso economico e sociale: un lusso che dopo la crisi non possiamo più permetterci?). In ogni caso, la parte più ampia e più ascoltata di chi si preoccupa della crescita ha nel suo cassetto degli strumenti un solo scomparto: gli strumenti dal lato dell'offerta, ossia quelli che, liberando l'azione delle forze economiche da vincoli e costi, permetterebbero alle imprese di ricominciare a investire, ai giovani di avviare nuove attività, agli operatori economici di riprendere fiducia. Il catalogo di questi strumenti è noto: aumento della flessibilità del mercato del lavoro, tagli ai residui diritti sul posto di lavoro, allungamento dell'età della pensione per donne e uomini, liberalizzazione dei mercati dei servizi e delle professioni, deburocratizzazione... E’ questa la visione del mondo cui si ispira la lettera dei “due governatori” - il presidente uscente della Bce Jean Claude Trichet e quello entrante Mario Draghi – spedita al governo italiano il 5 agosto e resa pubblica, per il popolo italiano ed europeo, solo il 29 settembre e per (meritoria) iniziativa giornalistica del Corriere della Sera. Le misure proposte, e solo in piccola parte recepite dal governo italiano, riguardano la liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali, la riforma della contrattazione collettiva, nuove regole sui licenziamenti. Da accompagnare alle drastiche misure di finanza pubblica, alcune delle quali già note perché tradotte in legge con il decreto di agosto (anche se non alla lettera: i due governatori si spingono ad auspicare, “se necessario”, una riduzione degli stipendi nel pubblico impiego). Di analogo tenore sono i 5 punti del manifesto presentato da Confindustria e dalle altre organizzazioni imprenditoriali lo scorso 30 settembre.

In altri articoli su questo sito, in particolare in tutti quelli relativi all'impatto della crisi sulle donne in Europa, si è sottolineato che l'effetto recessivo di tali politiche non è più solo un rischio ma una pesante realtà. Senza crescita, politiche di risanamento della finanza pubblica, pur se inevitabili, sono destinate a fallire, avvitandosi in una spirale perversa (meno spese – meno reddito – minori entrate nella casse dello Stato – necessità di ulteriori tagli – ulteriore riduzione del reddito etc.), come il caso della Grecia ci sta dimostrando (il Pil è sceso del 5 per cento quest’anno). Sulla necessità di alcune misure abbiamo già parlato anche su queste pagine, sottolineando gli aspetti che possono favorire l’occupazione femminile. Basta qui ricordarne brevemente alcune. Per esempio abolire o riformare gli ordini professionali darebbe impulso all'occupazione femminile, soprattutto al sud, dove l’intreccio fra legami familiari e corporativismo è davvero letale per la crescita. Le donne sono più istruite, più legate al territorio e ne potrebbero approfittare. Una politica del credito per le donne, dato l’ottimo record delle donne nel restituire i prestiti, si pagherebbe da sè; inoltre, se condotta congiuntamente alla riforma degli ordini, potrebbe favorire associazioni/studi/imprese nuovi in questi settori 'ingessati' per tanti anni Una riforma della tassazione che preveda per esempio crediti fiscali ai bassi salari o alla componente femminile sarebbe ugualmente auspicabile. Tutte queste politiche, nella misura in cui favoriscono l’occupazione e l’emersione, implicano un aumento di spesa pubblica che in parte si autofinanzia.

Ma si pone con forza la questione: possiamo affidare alle sole politiche dell’offerta il compito di risollevare l'economia? La risposta è negativa, anche perché gli effetti sulla crescita e l’occupazione di alcune di queste misure sono lenti, indiretti e in molti casi incerti.

Che siano necessarie anche politiche della domanda di impatto immediato è ormai riconosciuto da più fronti, così come si sta formando un certo consenso intorno alla proposta di una patrimoniale sulla ricchezza mobiliare e immobiliare degli italiani, da cui ricavare il finanziamento. Con molta approssimazione, una tassa dell’1 per mille sul patrimonio, esentando prime case e edifici produttivi , darebbe un gettito di circa 6 miliardi di euro l’anno. L’1 per mille non è molto: sono mille euro per ogni milione posseduto, quando la commissione bancaria su una qualunque transazione finanziaria è tra l’1 e il 7 per mille. Nel nostro paese regno dell’evasione fiscale, una imposta patrimoniale andrebbe a colpire una ricchezza spesso creata con reddito che è sfuggito alla tassazione. In altre parole, in molti casi non si tasserebbero per la seconda volta redditi risparmiati, ma redditi che non sono stati mai tassati o beni che sono stati ereditati e che sono ora esenti da ogni imposta di successione. L’imposta è inoltre sufficientemente bassa da non rendere conveniente la fuga di capitali all’estero, che costa cara.

Ma trovata una fonte di finanziamento per una politica della domanda, il passo immediatamente successivo è: quali politiche della domanda?

Molte delle proposte avanzate riguardano la costruzione delle infrastrutture, con particolare riguardo all’ambiente. Si propone un “green New Deal”. Ma le risorse necessarie per avere risultati significativi in questo campo sono ben maggiori di quelle che possiamo mobilitare nell’immediato e dovrebbero essere reperite da programmi europei di spesa a medio e lungo termine. Azzardiamo qui invece l'ipotesi di un “pink new deal ”, cioè un piano di azioni che preveda investimenti pubblici in infrastrutture sociali, concentrandosi sulla creazione di posti di lavoro riservati a persone con meno di 35 anni. Facciamo degli esempi (la lista non è ovviamente esaustiva):

a) assunzione di insegnanti per il tempo pieno nelle scuole, per migliorare il livello dell’istruzione di tutti  e sostenere i programmi di integrazione (ricordiamo che i figli da almeno un genitore non nato in Italia   sono ormai circa il 10 per cento dei bambini  nati nel nostro paese). Si può pensare anche a convenzioni con centri sportivi privati, per incoraggiare l’attività fisica dei bambini italiani, che nella fascia 6-9 anni registrano la maggiore percentuale di obesi tra gli 11  paesi europei studiati dalla ricerca Idefics (Identification and prevention of Dietary and lifestyle induced health effects in children and infants)

b) creazione di una rete di assistenza domiciliare qualificata per gli anziani sul modello di quella che esiste nei paesi nordici (per esempio in Danimarca) che permetta agli anziani di continuare ad abitare nella propria casa il più a lungo possibile, in condizioni di autosufficienza, ma salvaguardandone nel contempo l’inclusione in una rete sociale. E’ stato dimostrato che un monitoraggio sanitario con trattamenti tempestivi di piccoli problemi, migliora notevolmente la qualità della vita degli anziani, e, alla lunga diminuisce i costi sanitari riducendo l’ospedalizzazione;

c) creazione di posti per bambini in età pre-scolare, non solo per permettere ai genitori di lavorare , ma per garantire stimoli a tutti i bambini e colmare i divari di provenienza sociale che a 6 anni hanno già lasciato tracce troppo profonde.

I vantaggi di questo piano sono i seguenti:

1) è un piano con un alto contenuto di occupazione e di rapida attuazione. Spesso si possono utilizzare infrastrutture fisiche già esistenti. Si potrebbero creare e mantenere circa 150.000 buoni posti di lavoro per giovani qualificati che hanno un’alta propensione al consumo, con effetti moltiplicativi sulla domanda e dunque sul reddito e l’occupazione indotta e positivi sul rapporto debito/PIL;

2) si immettono forze nuove e qualificate in settori che hanno bisogno di svecchiamento e nuove idee organizzative (istruzione, formazione, assistenza);

3) si produce “capitale sociale”, cioè si migliorano istruzione e integrazione; si allenta il peso del lavoro di cura che ora grava sulle famiglie ed è fonte di stress, migliorando i rapporti intergenerazionali;

4) ultimo, ma prioritario, si crea occupazione femminile e si favoriscono processi di conciliazione lavoro-famiglia. La crisi ha aumentato le donne occupate in lavori con bassa qualifica e nel part time involontario, interrompendo il lentissimo percorso di avvicinamento dell'occupazione femminile italiana a quella europea. E’ a rischio non solo la libertà femminile, ma un capitale di conoscenze e competenze in questi anni faticosamente conquistato

 

1 “Vediamo l'esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita” (J.C. Trichet e M. Draghi, lettera al governo italiano, 5 agosto 2011). “Il problema del paese è la crescita, il tempo è scaduto” (E. Marcegaglia, 15 settembre 2011). “I paesi avanzati hanno davanti a sé tassi di crescita anemici (...). L'economia globale è in una nuova e pericolosa fase. L'attività globale si è indebolita ed sono aumentato gli squilibri, la fiducia è caduta verticalmente e crescono i rischi recessivi".  (Fondo monetario internazionale, World economic outlook: "Slowing Growth, rising risks", sett. 2011). “Invertire la rotta, costruire crescita” (Susanna Camusso, segretaria nazionale della Cgil, 28 settembre 2011).