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Verso una democrazia
della cura

Foto: Unsplash/ Cristian Newman

Il decreto Cura Italia non include le lavoratrici e i lavoratori del settore domestico e di assistenza. Invece è da questo settore che dovremmo ripartire per pensare a una nuova forma di democrazia. L'appello di un gruppo di ricercatrici

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Il decreto “Cura Italia”, a dispetto del nome, non include chi svolge lavoro di cura: per le lavoratrici domestiche non è prevista la cassa integrazione né il divieto di licenziamento. Colf, assistenti familiari (badanti) e babysitter con figli/e non possono godere del bonus baby-sitter, né sono previste per loro indennità specifiche.

La posizione delle lavoratrici della cura è molto complessa anche per quanto riguarda i rischi legati al Coronavirus, pur essendo una delle categorie più esposte al contagio. In tempi normali, in base alla normativa vigente, se una lavoratrice si ammala sono i datori di lavoro, e non l’Inps, che pagano lo stipendio, e solo per un tempo limitato.

In questi tempi di emergenza, in caso di contagio da Coronavirus durante lo svolgimento delle proprie mansioni, la lavoratrice gode di qualche tutela, in quanto l’evento è considerato un infortunio sul lavoro e coperto dall’Inail. Inoltre, se la lavoratrice deve osservare la quarantena, è in isolamento fiduciario o è a rischio tale per cui deve astenersi dal lavoro, lo Stato rimborserà i datori, tenuti a pagarle lo stipendio (si attendono informazioni su come potranno essere fatte le richieste di rimborso).

A fronte di questi sia pur limitati provvedimenti, resta drammaticamente aperta la questione di cosa avvenga negli altri casi di contagio. Né si è chiarito come debbano comportarsi con i datori di lavoro le lavoratrici conviventi positive al Covid19 che non vengono ricoverate in ospedale: non ci sono previsioni per accogliere in strutture protette le lavoratrici che non hanno un'abitazione propria o familiari nelle vicinanze. In pratica, quindi, tali lavoratrici dovrebbero rimanere nella casa della persona che assistono, con evidenti rischi per la persona assistita e i suoi familiari.

Peraltro, se le lavoratrici domestiche e della cura devono astenersi dal lavoro a causa di malattie diverse dal Coronavirus, il pagamento della retribuzione resta in carico alla famiglia datoriale.

Non è meno grave la situazione in caso di perdita di lavoro, che può intervenire per morte della persona assistita (resa purtroppo più probabile dalla pandemia) o per licenziamento, non essendo previsto il blocco dei licenziamenti per tale settore. In tal caso, le lavoratrici domestiche e della cura ad oggi possono accedere solo alla Nuova Assicurazione Sociale per l'Impiego (Naspi) oppure al reddito di ultima istanza.

In un momento in cui l’importanza della cura è sotto gli occhi di tutti, l’esclusione di colf e assistenti familiari da gran parte dei provvedimenti previsti dal decreto 'Cura Italia' sembra un paradosso. Si tratta, purtroppo, di una scelta politica che riproduce una lunga tradizione: nel corso della storia, le lavoratrici domestiche e della cura sono state escluse, oppure incluse in maniera subordinata, da molte delle leggi via via intervenute a garantire i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. È necessario, invece, un deciso cambio di prospettiva, sia nel breve, sia nel medio e lungo periodo, tanto più in considerazione del fatto che l’Italia ha ratificato la convenzione Ilo 189 (2011) relativa alle lavoratrici e ai lavoratori domestici; tale convenzione, infatti, impegna gli stati firmatari ad eliminare le discriminazioni nei confronti di tali lavoratrici e lavoratori.

Molte lavoratrici e molte famiglie sono disorientate: diventa urgente elaborare alcune linee guida, ad esempio su come comportarsi nel caso in cui la persona anziana assistita da una “badante” si ammali di Coronavirus senza essere ospedalizzata, o viceversa, sia la lavoratrice convivente a risultare positiva al Covid19. Più in generale sono necessari chiarimenti su come gestire il rapporto di lavoro rispetto agli adempimenti che esso comporta in termini di cura, garantendo la massima sicurezza all’assistente familiare e alla persona assistita. Come sta avvenendo in altri ambiti professionali del settore socio-sanitario, al fine di permettere una corretta prosecuzione delle attività essenziali, sono necessari una precisa informazione, un adeguato sostegno in termini di fornitura di presidi (quali mascherine, guanti, ecc.) e, dove occorra, anche un aiuto psicologico.

Come già accennato, se colf, assistenti familiari e babysitter si ammalano e non lavorano, il costo non è a carico dell’Inps, bensì a carico dei datori di lavoro. È oggi più che mai necessario modificare tale normativa e cogliere l’occasione di questa emergenza per garantire loro la copertura in modo permanente, e questo anche in considerazione del fatto che molte famiglie datoriali, a causa della crisi indotta dall’emergenza sanitaria, hanno oggi e avranno nel prossimo futuro particolari difficoltà a sostenere una spesa comunque onerosa.

Già ora la crisi sta spingendo varie famiglie a licenziare le lavoratrici domestiche e della cura. In molti casi esse vengono sostituite dai familiari, spesso donne, rimaste a loro volta a casa con uno stipendio ridotto o disoccupate. Tale fenomeno espone le lavoratrici a tutti i rischi della disoccupazione (drammatici per chi non ha casa né può tornare nel proprio paese). Al contempo, esposte le persone non-autosufficienti ai rischi dovuti a contatti con familiari che possono essere vettori di contagio se si spostano da una casa all’altra. Un bonus badanti (così come si è previsto un bonus babysitter) potrebbe essere una soluzione, seppur parziale.

Sappiamo che la maggior parte delle colf e assistenti familiari in Italia è di origine straniera: perdere il lavoro, o vedersi ridurre l’orario lavorativo, mette a rischio la possibilità del rinnovo del permesso di soggiorno: la crisi può tradursi in un ampliamento dell’irregolarità, già molto diffusa nel settore lavoro domestico e di cura, è più in generale nell’economia italiana.

Per scongiurare tale scenario, si tratta in primis di non escludere le lavoratrici domestiche dai provvedimenti di natura emergenziale che si stanno ora attuando: perché quelle che hanno figli non dovrebbero poter godere di bonus babysitter? Garantire alle lavoratrici domestiche solo l’accesso al reddito di ultima istanza ed eventualmente alla Naspi in caso di licenziamento è discriminatorio e limitante, si tratta al contrario di prevedere forme di sostegno al reddito per la categoria. Non basta aver posticipato il pagamento dei contributi della prima rata dell’anno in corso per il settore domestico al 10 giugno 2020, andrebbe previsto, in particolare, un supporto per quelle lavoratrici non conviventi il cui lavoro è ora solo sospeso a causa delle restrizioni agli spostamenti. 

Provvedimenti in tal senso sono tanto più necessari quanto più si rifletta sui servizi essenziali che prestano le lavoratrici domestiche. In queste settimane è stata richiamata la necessità di un passaggio da un modello di cura basato sull’ospedalizzazione, che avrebbe facilitato il contagio (patient-centered), a un modello basato sulla presa in carico comunitaria delle persone vulnerabili (community-centered). Le assistenti familiari sono un soggetto fondamentale per la creazione di tale modello. Un ruolo tanto importante, tuttavia, non può essere svolto nell'ombra: riconoscere oggi i diritti delle badanti (il diritto alla salute, in primis) significa gettare le basi per un domani, nel quale famiglie, comunità e strutture sanitarie possano supportarsi le une con le altre. Come primo passo in tal senso, si tratta allora di estendere alle lavoratrici e ai lavoratori domestici in regola quelle misure di tutela sociale di cui godono le lavoratrici e i lavoratori dipendenti, a partire dalla copertura pubblica dei costi delle assenze dal lavoro dovute a malattia.

Al contempo, si tratta di favorire l’emersione del lavoro nero e grigio. In questi giorni, alcune famiglie stanno regolarizzando le proprie lavoratrici domestiche per paura dei controlli sugli spostamenti. È importante stimolare l’emersione del sommerso con maggiori controlli anche in tempi “normali” e, soprattutto, con incentivi alle famiglie, specialmente nelle fasce di reddito più basse, mettendo in discussione alcune “cattive abitudini” diffuse nel settore e sostituendole con pratiche volte al riconoscimento economico e al rispetto del lavoro domestico e di cura.

Peraltro, in un’ottica di medio periodo non possiamo nemmeno nasconderci che molte famiglie usciranno impoverite da questa emergenza e avranno bisogno di un sostegno per continuare a portare avanti in modo regolare i rapporti di lavoro in essere: se da un lato si può pensare a forme di defiscalizzazione, dall’altro andrebbe definitivamente superata la delega della cura al welfare domestico “fai da te”, tipica degli ultimi decenni. Si tratta quindi di ripensare un welfare pubblico, impegnato a garantire il benessere su un piano di accessibilità per tutte e tutti, superando anche la frammentazione delle politiche regionali e locali che oggi rende tanto diversi i diritti e le possibilità per chi vive in parti diverse d’Italia.

Se la comunità nazionale è importante, appare cruciale anche far fare un deciso passo avanti all’integrazione europea, verso la creazione di un’Europa attenta al benessere e alla salute delle persone e al rispetto dell’ambiente, che peraltro ne è la premessa.

Certo, oggi la situazione è drammatica e non è facile contemperare tanti bisogni e interessi diversi. Tuttavia, la necessità di introdurre in tempi rapidi una serie di norme legate all’emergenza Coronavirus può essere l’occasione per attuare importanti cambiamenti che contribuiscano a una maggiore giustizia sociale e al benessere della popolazione. Se non ci si muove in tale direzione, questa emergenza rischia di rendere ancora più polarizzata la nostra società, già solcata da profonde disuguaglianze. L’emergenza ci sta facendo riscoprire (o scoprire) l’importanza di avere un solido sistema sanitario pubblico e universale, se non altro perché escludere qualcuno dalla possibilità di essere curato significa aumentare i rischi per tutte e tutti. L’emergenza ci sta facendo riscoprire (o scoprire) l’importanza di avere una regia e una visione – e non solo di breve periodo – da parte dei governi, dei parlamenti, della comunità europea e di altri decisori politici: certo non potremo uscire da questa emergenza se ci abbandoniamo agli egoismi concorrenti dei meccanismi di mercato. Questa crisi rischia di impoverire molti e di arricchire pochi: se vogliamo evitare drammatici scenari di conflitto sociale è necessario e irrimandabile introdurre meccanismi per redistribuire in modo più equo le risorse.

Si tratta allora, di muoversi verso nuove forme di democrazia, in gran parte da elaborare con un appassionante sforzo collettivo; forme di democrazia in cui la cura – cura delle persone, delle relazioni e dell’ambiente – sia un aspetto cruciale. Questo significa, tra l’altro, ripensare e rivalutare a il lavoro, finora largamente misconosciuto, delle persone che si prendono cura quotidianamente, gratis, dei propri familiari, amici, vicini, sia il lavoro di chi svolge tali attività professionalmente, in qualità di colf, assistenti familiari (badanti), babysitter. Questo significa elaborare nuove sinergie, capaci di superare le contrapposizioni tra pubblico e privato, famiglie e istituzioni in vista di un maggior benessere individuale e collettivo: insomma una vera democrazia della cura (caring democracy).

Claudia Alemani, Lucia Amorosi, Beatrice Busi, Raffaella Maioni, Sabrina Marchetti, Raffaella Sarti, Olga Turrini, Francesca Alice Vianello e Gianfranco Zucca 

Per aderire a questo appello scrivi a: appellocuralavorodicura@gmail.com

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