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Congedi in Europa, la bozza ritirata

foto Flickr/Dan Taylr

Il percorso delle direttive europee sui congedi di maternità e paternità è stato accidentato e ha visto alternarsi posizioni e reazioni diverse, anche dal punto di vista del recepimento a livello nazionale. Il FEPS (Foundation for European Progressive Studies) ricostruisce l'iter e ci restituisce la complessità del quadro politico che ha accompagnato la bozza della direttiva del 2008, ritirata proprio quest'estate dalla Commissione europeaDi seguito pubblichiamo il commento di Judit Tánczos, FEPS Policy Advisor.

Il ritiro della bozza di direttiva sul congedo di maternità è l'ennesimo esempio di come la capacità di visione e indirizzo politico vengano sconfitte dal senso di realtà, di come rimanere nella confort zone prenda il sopravvento sul desiderio di un mondo migliore. La bozza sulla maternità è l'emblema della mancanza di potere trasformativo della UE. Un tempo in prima linea nella legislazione progressista sulla parità di genere, ha dimostrato di continuare a perdere terreno. La direttiva in vigore è del 1992 e non riflette più lo stato delle cose, ma il processo di revisione si è trascinato per anni. La Commissione Europea ha presentato la sua proposta nel 2008 promuovendo tra le altre cose l'estensione del congedo di maternità da 14 a 18 settimane, allineandolo con lo standard proposto dall'International Labour Organization. La Commissione raccomandava agli stati membri di retribuire al 100% il periodo di congedo. Al Parlamento Europeo la relazione presentata dalla parlamentare Edita Estrela viene bloccata a maggio del 2009 e finalmente adottata a ottobre del 2010. Come risultato la bozza di direttiva proposta dalla Commissione veniva integrata estendendo il congedo di maternità a 20 settimane (seguendo le indicazioni della World Health Organization), introducendo due settimane non trasferibili di congedo di paternità e aumentando la protezione contro i licenziamenti. FEPS insieme ad altri stakeholders progressisti caldeggiava l'adozione della bozza del 2010 perché rappresentava una proposta sulla parità che andava ben oltre lo stretto necessario. Quanto il femminismo si sia rallegrato per questa bozza la dice lunga sul contesto politico retrogrado. Purtroppo la direttiva viene bloccata da otto stati membri in sede di Consiglio e il processo legislativo si arresta. Vengono presentate diverse argomentazioni a giustificazione del blocco dell'iter legislativo, una di queste è che la proposta avrebbe potuto abbassare il livello di protezione nei paesi in cui la legislazione prevede migliori condizioni. Ignorando di fatto che una direttiva stabilisce lo standard minimo e promuove apertamente l'adozione di misure più vantaggiose allo stesso tempo in cui previene l'adozione di standard più bassi. Un'altra delle motivazioni che venivano ripetutamente addotte è quella di essere una proposta costosa inaccettabile in tempi di crisi finanziaria. Queste voci non prendono in considerazione il fatto che il contrasto alle disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro e una divisione più equa tra donne e uomini del lavoro retribuito e non retribuito contribuiscono alla crescita economica: avrebbero dovuto vedere nella direttiva un investimento per il futuro. Diversi studi, infatti, tra cui  “Maternity, paternity and parental leave: data related to duration and compensation rates in the European Union”, mostrano chiaramente che politiche di congedo ben strutturate possono davvero promuovere un'equa distribuzione del lavoro di cura, un fattore che contribuisce ampiamente a una maggiore partecipazione delle donne nel mercato del lavoro. 

Questo studio evidenzia anche come forme di congedo troppo lunghe tendono ad avere conseguenze negative sia sul mercato del lavoro, che sulla situazione sociale che sulla conciliazione tra casa e lavoro. La proposta del Parlamento Europeo di venti settimane di congedo di maternità e due settimane di paternità pienamente retribuita e non trasferibile forniva una strada che rispecchiava ampiamente le conclusioni della ricerca. La minaccia di ritiro da parte della Commissione avviene in questo contesto, come parte del suo "Regulatory fitness and performance programme".  Per uscire dallo stallo, il Parlamento Europeo era determinato e pronto a scendere a compromesso e ridimensionare le richieste soprattutto in termini di congedo retribuito. Tuttavia questo non è stato sufficiente per il Consiglio Europeo. Lasciando da parte le implicazioni simboliche, la Commissione ha comunicato il primo luglio 2015 che "a causa dell'assenza di avanzamento" la bozza di direttiva sarebbe stata ritirata. Possiamo argomentare che i simboli non fanno poi molto per il miglioramento della vita degli uomini e le donne in Europa, la Commissione prova ad argomentare qualcosa di simile dicendo che "ritirando la proposta la Commissione decide di fare spazio a nuove iniziative che possano trovare consenso e portare a un miglioramento reale per le vite dei genitori e delle persone che hanno responsabilità di cura". 

Tuttavia, questa chiamata a nuove iniziative non implica l'impegno di presentare nuove proposte dice soltanto che la bozza attuale "non è abbastanza buona". Le buone pratiche, le proposte e le raccomandazioni, per quanto utili, serviranno ad aggiornare la direttiva e di sicuro non possono essere considerate un approccio nuovo e fresco all'uguaglianza di genere.  Gruppi che da anni lavorano su tali questioni hanno avanzato proposte di ampio respiro creando un pacchetto legislativo che include la maternità, la paternità le responsabilità di cura ma anche rinforzando l'adozione di misure di flessibilità di orario innovative e non legislative. Tuttavia sarebbe davvero necessaria una proposta legislativa di ampie vedute e capace di ispirare cambiamenti per poter dare finalmente risposta alle aspettative di milioni di donne europee. Puntare al minimo indispensabile non sarà il segno di un impegno reale per cambiamenti concreti da parte della Commissione.