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Al grido di "Ni una menos" l'Argentina condanna il femminicidio

foto Twitter/@Casadelencuentr

"Ni una menos", neanche una in meno, è lo slogan rilanciato da un gruppo di giornaliste da un testo di Susana Chavez ("Ni una mujer menos, ni una muerta más"), poeta e attivista messicana uccisa nel 2011 per aver denunciato i crimini e le violenze di genere contro le donne messicane. Un hashtag che ha fatto il giro del web diventando trending topic su twitter tra gli account argentini, messicani, cileni e uruguaiani, fino a rendere virale una mobilitazione che è sfociata in piazza a Buenos Aires, ieri, con centinaia di migliaia di persone presenti.

Al centro, la condanna della società civile nei confronti dei casi di femminicidio sempre più frequenti riportati dalla cronaca. Ultima la vicenda di una ragazza di quattordici anni uccisa a pugni dal fidanzato e seppellita in giardino con l'aiuto dei genitori di lui. Nel paese sono 277 le donne uccise per mano di un uomo - una ogni 30 ore - nella maggior parte dei casi mariti, ex, amanti e familiari. A tenere il conto è La casa del encuentro tra i promotori della giornata di mobilitazione, un centro nato nel 2003 a Buonos Aires con l'ambizione di elaborare un progetto femminista per i diritti umani di tutte le donne, i bambini e gli adolescenti.

"Non possiamo continuare ad assistere a questo carosello di morti di donne senza esprimere il rigetto che si è manifestato ieri, in pace, senza populismi, senza regressione culturale. La manifestazione 'Neanche una in meno', è stata espressione di una società dalle fondamenta solide e democratiche. Ci sono stati tanto gli uomini quanto le donne. Ci sono state madri e bambini e bambine. Coppie, organizzazioni, persone singole, magliette stampate e manifesti fatti con pennarelli e matite" racconta Sandra Russo su Pàgina12 "è un 'non ucciderai' culturale che dobbiamo sviluppare insieme comprendendo che le frustrazioni maschili possono prendere tante strade ma mai il corpo di una donna. E comprendendo anche che la violenza che culmina con il femminicidio non nasce dal nulla, né germoglia per generazione spontanea o come un accesso di crudeltà senza spiegazione. Il femminicidio ha una spiegazione. E inizia a germoglliare laddove il corpo delle donne è considerato oggetto di consumo, è commercialmente separato dal suo essere, ed è esposto visto e percepito come un contenitore da usare per il proprio piacere o come secchio dei rifiuti della personalità di un altro. Il femminicidio germoglia laddove un uomo o una donna sono convinti che gli uomini hanno la priotità o la supremazia sulle donne. Che il loro punto di vista conti di più, che la loro volontà pesi di più, che le loro qualità siano migliori. Il femminicidio prende piede a partire dal fraintendimento culturale che abbiamo deciso come paese di condannare collettivamente. Questa giornata può essere un aneddoto se si diluisce. O la rifondazione della nostra idiosincrasia. Per quest'ultima bisogna continuare a insistere".