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Filmare il femminismo - Agnés Varda

Con Agnés Varda gli spazi urbani si trasformano in palcoscenico di un erotismo dove i ruoli maschili e femminili si presentano rovesciati, l’estetica urbana viene ridisegnata, e le donne sono flaneuses irrequiete

Nata in Belgio nel 1928, ma divenuta ben presto parigina, Agnés Varda è autrice fin dagli anni '50 di regie pionieristiche. Debutta nel 1955 dirigendo La Pointe courte, con Philippe Noiret e il montaggio di Alain Resnais, film ritenuto fondante della cosiddetta nouvelle vague. Pochi anni più tardi firma Cléo dalle 5 alle 7 (1961), protagonista Corinne Marchand. Documentarista, fotografa, scrittrice, negli stessi anni in cui le cartografie situazioniste invitavano a ridisegnare quartieri e punti di incontro cittadini, nei suoi film gli spazi urbani si trasformano in palcoscenico di un erotismo dove i ruoli maschili e femminili si presentano rovesciati, l’estetica urbana viene ridisegnata in opposizione ai modelli mass-mediatici, e le donne sono flaneuses irrequiete riprese con occhio distaccato mentre girano per le strade apparentemente senza meta. 

Varda è tra le prime registe a trasformare lo scenario cittadino dove si esibiscono gli attori della società dello spettacolo, per proporre strade e piazze abitate da soggetti che cercano, e spesso non trovano, i momenti e i luoghi più adatti a esprimere la propria inquietudine. Questa grande cineasta ritorna spesso sugli spazi visitati alcuni decenni prima: dialoga senza nostalgie con attrici e attori, membri della troupe dei film di allora e addetti ai giardini pubblici di oggi che commentano i mutamenti del paesaggio intorno, e soprattutto offrono un sorridente ritratto antidivistico dell’invecchiamento, con lo scopo dichiarato di documentare le permanenze più che le trasformazioni. 

I film, i documentari e i corti da lei girati nel corso degli anni ’60 e ’70, conservano ancora oggi un’aria fresca, sorridente e affettuosa mentre mostrano brevi momenti delle battaglie femministe dell’epoca, o le difficoltà di alcuni percorsi di vita. Per rivelare le scelte delle protagoniste, lo sguardo cade generalmente su oggetti particolari che ne riflettono gli stati d’animo o ne riassumono il destino, come lo zaino sempre di primo piano della nomade Sandrine Bonnaire in Senza tetto né legge (1985). Molti anni prima, in Cléo, la regista puntava la macchina da presa su quelli tipici di una rappresentazione femminile tradizionale – specchi, cappelli, collane, anelli, vetrine, parrucche, occhiali scuri – per eliminarli in sequenze successive rovesciandone l’uso: mentre nella prima parte del film essi descrivono una bella donna che si mette in mostra e si offre allo sguardo altrui, nella seconda scompaiono. La protagonista Clèo, malata di cancro, in attesa di un referto sulla malattia, va in giro per la città e si inoltra nel giardino di Montsouris, dove incontra un soldato in licenza insieme al quale attraversa i viali chiacchierando. Messi da parte gioielli e chincaglierie di un tempo, nella sua passeggiata gli oggetti di un tempo si rompono o vengono messi da parte, per essere sostituiti da altri che sottolineano la sensazione di abitare in uno spazio che appare ormai mutato: automobili, portoni, travi, insegne dei negozi, orologi di strada, segnali di strada, alberi, panchine - diventano testimoni muti del cambiamento in atto.          

In L’Une Chante, l’Autre Pas (1977), al centro è l’amicizia tra due giovani donne che vivono nel corso degli anni esperienze assai diverse e abitano in città lontane: Pomme, la cantante di un gruppo rock femminista in tour per la Francia; e Suzanne, madre single in una famiglia tradizionale e punitiva. Pomme si innamora di un iraniano, e per un anno si trasferisce a Teheran. Il filo rosso del film è costituito dalle molte cartoline che entrambe si scambiano sui rispettivi lavori, figli, amori, ambiente intorno, i cui testi letti a voce alta servono da commento alle vicende descritte. Dello stesso periodo, quasi uno spin off delle scene girate in Iran, è Plaisir d’amour en Iran. Per raccontare l’amore tra Pomme e il suo compagno, la regista decide di filmare la magnifica moschea di Isfahan, a sud di Teheran, come fosse un oggetto erotico. Le sue cupole, mosaici, specchi d’acqua diventano seni, sessi e curve degli amanti allacciati. 

Se i corpi femminili appaiono deprivati di ogni intenzione voyeuristica, icone ironiche del passato, gli uomini sono talvolta bersaglio di erotizzazione canzonatoria: ed ecco i sensuali giganti nudi di pietra che sorreggono balconi e architravi per decorare gli edifici parigini di fine ‘800, come nel documentario breve Les Dites Caryatides (1984). 

Vincitrice di numerosi premi e omaggi alla carriera, la cineasta ottantaseienne – che si autodescrive come “féministe joyeuse” - riceverà la Palma d’onore al festival di Cannes di quest’anno; prima donna a ottenere il riconoscimento.