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Io, consigliera di parità
Lucia Basso racconta

Foto: Flickr/ craftspace

Inizia il viaggio di inGenere nelle pari opportunità. Lucia Basso racconta tredici anni da consigliera di parità, quali sono state le leggi più importanti per contrastare la discriminazione delle donne in Italia, quali le politiche a sostegno delle azioni positive. E adesso "la situazione è ferma"

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Mi occupo delle condizioni di vita e di lavoro delle donne e, in particolare di pari opportunità, dalla fine degli anni ’70 e la mia esperienza è maturata nel sindacato, in associazioni di volontariato e ricoprendo incarichi pubblici, come consigliera di parità a Padova e nel Veneto, per oltre tredici anni. 
 
Quando questa esperienza è iniziata era entrata da poco in vigore la legge n.903 del 1977 per la parità di trattamento in materia di lavoro, che vietava le "discriminazioni" di natura razziale, di lingua e di sesso, da "rimuovere" secondo l’impegno affermato dall’articolo 3 della Costituzione. Non esistevano gli organismi per le pari opportunità, che saranno istituiti a partire dalla prima metà degli anni ’80, mentre soltanto nel 1996 sarà nominata la prima ministra per le pari opportunità, che allora si chiamava "ministro".

Nel 1991, con la legge n.125 sulla promozione delle azioni positive, è stata introdotta la disciplina delle discriminazioni e abbiamo iniziato a occuparci di azioni positive, di "discriminazioni a rovescio", finanziate dallo Stato. Nello stesso anno la raccomandazione della commissione europea e il codice di condotta del 27 novembre aprivano la strada alla contrattazione nazionale della tutela della dignità nel lavoro.
 
Nel 2000 la legge n.53 per il sostegno della maternità e della paternità, all’articolo 9, finanziava i progetti di azioni positive per conciliare tempi di vita e tempi lavoro.  E ancora: l’impegno per la semplificazione e l’unificazione delle disposizioni sulle pari opportunità per tutti i motivi oggetto della delega parlamentare del 2005 e il varo del codice del 2006 che, purtroppo, si occupava soltanto dei motivi di genere e, quasi esclusivamente, di rapporti economici e di lavoro; il programma di azioni e iniziative in occasione dell’anno europeo delle pari opportunità per tutti(2007); le disposizioni per infrangere il "tetto di cristallo", anche con l’introduzione delle cosiddette "quote rosa".

Non è raro che, di fronte a situazioni di disuguaglianza e di svantaggio per le donne, si proponga una legge. Certamente non sono da escludere nuove soluzioni - legislative o contrattuali - rispetto a nuove esigenze, ma per esperienza posso dire che di norme ce ne sono anche troppe e che anzi, in qualche caso, sarebbe necessario ridurle.
 
Purtroppo se i risultati sono insoddisfacenti, il problema va cercato nella loro attuazione/applicazione effettiva ed efficace: un problema generale che viene da lontano. Pensiamo alla risposta di Marco Lombardo, nel Purgatorio, a Dante che gli chiede quali siano le cause della corruzione ai suoi tempi: “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?”. 
 
Al riguardo sono significativi alcuni esempi.
 
Il primo si riferisce al sistema di attuazione delle azioni positive. La legge n.125 del 1991, che attua la raccomandazione del 13 dicembre 1984 sulla promozione di azioni positive a favore delle donne, nei primi anni ebbe una limitatissima applicazione, anche a causa degli scarsi finanziamenti, come verificò nel 1995 l’apposita commissione di indagine del senato. Il governo emanò il decreto legislativo n.198 del 2000 e, dopo i decreti interministeriali attuativi, finalmente furono banditi nel 2001 i primi progetti-obiettivo. Il sistema ha funzionato regolarmente sino al 2012 quando i progetti, già selezionati, non furono finanziati per mancanza di fondi. Fondi che, peraltro, erano passati, dal 2005 al 2011, da 3.277.000 euro a 687.000.

Dopo il finanziamento dei progetti del 2013 il sistema si è bloccato, senza nessuna spiegazione. Forse perché non ce n’è più bisogno? Francamente non sembra e lo confermano le modifiche del 2015 che, pur in una nuova forma, meno chiara rispetto alla precedente, avvalorano il sistema dei finanziamenti annuali. Ma in pratica la situazione è ferma.
 
Il secondo esempio, che riguarda più direttamente la mia esperienza, si riferisce all’applicazione della disciplina della consigliera di paritàIntrodotta con la legge n.125, più volte citata, è stata applicata con regolarità dopo le modifiche intervenute per effetto del decreto legislativo del 2000, i decreti interministeriali attuativi, le convenzioni Stato-Regioni e le prime circolari ministeriali che indicavano modalità e scadenze per la prima applicazione. 
 
La Regione Veneto inviò le designazioni nel luglio 2002, ben oltre la scadenza fissata dal ministero (marzo 2001), e propose persone prive dei requisiti richiesti, con la motivazione che “il consiglio regionale doveva ritenersi sovrano”. I ministri pro tempore Maroni e Prestigiacomo bocciarono le designazioni e bandirono un concorso nazionale a seguito del quale fui nominata consigliera regionale.
 
Alla scadenza del mandato (novembre 2007) si è verificata una situazione ben più grave della precedente. Scaduto il termine per la designazione, il ministero non ha fatto ricorso alla nomina diretta e ha atteso che il consiglio regionale prendesse la decisione nella riunione del 7 marzo 2012 - quasi cinque anni dopo - senza che fosse stata espletata la procedura di valutazione comparativa, prevista dalla legge, tra le numerose candidature presentate. Da rilevare, in tema di accuratezza e/o correttezza, che nella stessa seduta il consiglio regionale designò al ruolo di supplente una persona che non aveva nemmeno presentato la domanda per concorrere. 

Un discorso a parte merita la valutazione del rapporto con la Regione, disciplinato dalla convenzione generale del novembre 2001 e da quella specifica fra ministero e Regione Veneto del 29 gennaio 2003, secondo le quali l’Ufficio della consigliera doveva essere funzionalmente autonomo, dotato del personale, delle apparecchiature e delle strutture necessarie, prontamente assegnati dalla Regione. 
La nota dolente riguarda soprattutto le carenze relative al personale, nel numero e nella professionalità. Personale che non è stato più messo a disposizione dal 2007, costringendomi ad assumere una collaboratrice a contratto per far fronte alle esigenze minime: come rispondere al telefono e protocollare la corrispondenza in entrata e in uscita.
 
Quando non mi è stato più possibile, per la drastica riduzione dei fondi, peraltro accreditati con grande ritardo a causa del patto di stabilità, per un certo periodo mi hanno aiutato alcune volontarie che svolgevano il loro tirocinio per "esperta nelle procedure di contrasto e prevenzione di discriminazioni, molestie e mobbing". 
 
L’innegabile pessimismo che questi esempi inducono non cancella i risultati positivi conseguiti nel lungo mandato: quattro anni come consigliera provinciale e oltre nove come consigliera regionale. Risultati positivi per quanto riguarda la rilevazione delle situazioni di squilibrio di genere, il contrasto e la prevenzione delle discriminazioni, l’intervento nelle politiche del lavoro per affermare la dimensione di genere.

Ma l’attività che ha assunto il maggior rilievo è stata la diffusione della cultura e delle tematiche di genere, di esperienze e buone prassi, a partire dalla conoscenza della figura e dei compiti della consigliera di parità, quasi sconosciuti all’inizio. Informazione e formazione, sia con iniziative promosse direttamente sia partecipando ad attività organizzate da altri soggetti, convegni, pubblicazioni, prodotti multimediali, siti web.
 
Attività diretta, oltre che a lavoratori e lavoratrici, alle rappresentanze delle parti sociali, datoriali e sindacali, a livello territoriale ed aziendale: assistenza per la presentazione dei progetti di azioni positive, promozione e attivazione degli organismi paritetici, introduzione del codice di condotta contro le molestie e il mobbing, con l’istituzione della consigliera di fiducia.
 
Una particolare attenzione è stata dedicata al mondo dell’istruzione, a ogni livello, per spiegare come si attuano i principi dell’eguaglianza e della pari dignità per tutti i cittadini, per il superamento degli stereotipi e per avviare e consolidare una corretta cultura di genere.