Articololavoro

Donne a casa,
Napoli come Rabat?

Una donna su due al Sud - e quasi 7 su 10 in Campania - risultano "inattive". Cioè non lavorano né cercano lavoro. Ma è un quadro credibile? Nuovi dati rivelano quante sono le donne pronte a lavorare, e perché sfuggono alle statistiche. Il quadro del sud Italia non diventa per questo roseo, ma certo più promettente

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È possibile (e socialmente sostenibile) che su una popolazione femminile in età lavorativa costituita da circa 20 milioni di donne, quelle attive, solo poco più della metà (51,5%) lavori o sia in cerca di un'occupazione? È proprio vero che nelle regioni meridionali quasi due terzi (63,2%) non lavorino e neppure cerchino un’occupazione?  È plausibile che in una regione come la Campania quasi il 70% delle donne sia inattivo, valore non distante dal 73% che si registra in Marocco?
Se uno gira per le strade di Napoli risponderebbe che non può essere vero, probabilmente anche passeggiando per le vie di Rabat o di Casablanca, ma secondo le definizioni statistiche delle forze di lavoro adottate a livello internazionale la risposta è sì.

Figura 1 – Forze di lavoro e non forze di lavoro femminili (15-64 anni) per ripartizioni – Anno 2011 (composizione percentuale)

Tuttavia, dividere l’intera popolazione in età di lavoro solo in tre condizioni professionali (occupati, disoccupati e inattivi) semplifica eccessivamente il mercato del lavoro e non consente di cogliere la complessità delle aree grigie in cui l’inattività degli scoraggiati o di coloro che non cercano tutti i mesi un’occupazione, ma che sono pronti a lavorare immediatamente se si presenta l’occasione, non ha caratteristiche molto diverse da quelle dei disoccupati. L’Eurostat ha sviluppato perciò dei nuovi indicatori: le forze di lavoro potenziali (FdLP), costituite prevalentemente dagli inattivi che non cercano attivamente un’occupazione, ma sono disponibili a lavorare, e i sottoccupati part time, i lavoratori a tempo parziale non per loro scelta che vorrebbero lavorare a tempo pieno (per la definizione esatta, e il confronto con le precedenti definizioni, si veda il nostro glossario).
In Italia nel 2011 le forze di lavoro potenziali sono costituite da poco più di 3 milioni di persone, composte in grande maggioranza da donne (60%) che risiedono per due terzi nelle regioni del Mezzogiorno (66%), per un quinto in quelle del Nord (20%) e per il restante 14% in quelle del Centro (fonte Istat).
L’analisi delle forze di lavoro potenziali italiane riserva molte sorprese. Gran parte di loro si considera disoccupata, una quota importante è iscritta a un centro per l’impiego e ha dichiarato la propria immediata disponibilità a lavorare, alcuni ricevono persino l’indennità di disoccupazione. Tuttavia non sono inclusi nelle statistiche sulla disoccupazione in quanto non soddisfano uno dei due requisiti indispensabili per essere considerati disoccupati: sono infatti disponibili a lavorare immediatamente se si presentasse l’occasione, ma non hanno cercato attivamente un’occupazione nelle quattro settimane precedenti. Sulla base dei loro comportamenti nei confronti del lavoro, i potenziali sono molto più vicini ai disoccupati che agli inattivi volontari o involontari.
Se utilizziamo il nuovo indicatore FdLP per analizzare la popolazione femminile del Mezzogiorno, i valori si modificano profondamente ed emergono altre evidenze. Infatti se sottraiamo alle inattive circa 1 milione 146 mila donne del meridione che rientrano nella categoria delle "potenziali", ossia che vorrebbero lavorare e se potessero lo farebbero subito, che sono più occupabili perché più istruite degli uomini, ma non riescono a trovare un’occupazione che non sia in nero, le vere inattive si ridurrebbero dal 63,2% al 46,6%, con una marcata riduzione della distanza dal resto del paese (da quasi 23 a 11 punti percentuali). Ecco come cambierebbe la mappa delle forze di lavoro:

Figura 2 – Forze di lavoro, forze di lavoro potenziali e altri inattivi (donne; 15-64 anni) per ripartizioni – Anno 2011 (composizione percentuale)

 

Le donne del Mezzogiorno “veramente” inattive sono ancora troppe, quasi la metà della popolazione. Guardando il bicchiere dalla parte piena, con il nuovo indicatore, la quota complessiva di donne meridionali attive (forze di lavoro standard + forze di lavoro potenziali) non è più pari a solo un terzo della popolazione, ma supera la metà (53,4%). Tornando all’esempio di Napoli e di Rabat, le donne campane veramente inattive non sono il 70%, ma il 50%, ed è una differenza di non poco conto.

Guardando adesso il bicchiere dalla parte vuota, la quota di donne disponibili a lavorare ma inutilizzata (disoccupate e FdLP) nel Mezzogiorno è pari al 22,6% a fronte del 9,3% del resto del paese (figura 3). La quota di donne che vorrebbe un lavoro retribuito (FdLP) nelle regioni meridionali è ben più ampia di quella delle disoccupate standard che sono pari al 6%, mentre nel centro-nord si equivalgono (4,4% le disoccupate, 4,9% le FdLP). In valori assoluti, nelle regioni meridionali l’offerta effettiva di lavoro femminile che non viene assorbita dalla domanda da parte delle imprese è pari a 1,6 milioni a fronte di circa 400 mila disoccupate standard. È una evidenza certamente negativa, ma indica anche che nel Mezzogiorno si osserva una potenzialità di aumento dell’occupazione femminile ben più ampia di quella del centro-nord.

Figura 3 – Occupati, disoccupati + forze di lavoro potenziali e altri inattivi (donne; 15-64 anni) per ripartizioni – Anno 2011 (composizione percentuale)
 

Un’ultima domanda importante riguarda le ragioni per le quali le forze di lavoro potenziali siano considerate inattive e non disoccupate, nonostante abbiano comportamenti non molto diversi dalle persone che cercano un’occupazione. Non si tratta, ovviamente, di una incongruenza statistica.
La risposta sta ancora nell’elevata concentrazione nel Mezzogiorno delle persone scoraggiate, che non cercano lavoro perché pensano di non riuscire a trovarlo. Questa è, in parte, anche una scelta razionale perché per i residenti nelle regioni meridionali, e per le donne in particolare, vi è meno convenienza ad intraprendere le attività di ricerca richieste per essere identificati come disoccupati dal momento che la probabilità di trovare lavoro è non molto diversa da quella dei potenziali che svolgono poche azioni di ricerca, anche se sono disposti a lavorare immediatamente.
Inoltre, nelle regioni meridionali la ricerca del lavoro avviene attraverso canali in parte differenti da quelli utilizzati nel centro-nord; per esempio, sono più diffuse le domande di partecipazione a concorsi o la conferma dell’iscrizione al centro per l’impiego. Ma queste azioni di ricerca  per la loro stessa natura non sono ripetibili con la cadenza almeno mensile prevista dalla definizione statistica di disoccupato. Infine, un’alta quota di donne meridionali appartenenti alle FdLP non è classificata come disoccupata perché le risposte previste nell’indagine sulle forze di lavoro non hanno corrispondenza con la realtà della loro condizione: non è previsto che si lavori in nero e contemporaneamente si cerchi un’occupazione regolare.

 

Nota

 

Nei link indicati dell'articolo, le fonti e i documenti per approfondire la questione. Nel nostro glossario, le definizioni statistiche relative alle forze di lavoro. Si rinvia ance al lavoro di Roberto Cicciomessere e Marianna Cosseddu (2012), Gli indicatori complementari al tasso di disoccupazione, Le forze di lavoro potenziali, i sottoccupati e il tasso di mancata partecipazione al lavoro in un’ottica territoriale e di genere, Italia Lavoro, Roma.