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Fare e disfare
le città

foto: Flickr/Matt Karp

Alle soglie delle prossime elezioni amministrative, la geografa Blidon mette in luce il nesso tra stereotipi, pianificazione urbana e destinazione delle risorse economiche

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Il 26 novembre 2015, in occasione della cerimonia di commemorazione, svoltasi alla Sorbona, in onore delle vittime italiane della strage del Bataclan, tra le quali la giovane Valeria Solesin, il presidente del consiglio dei ministri, Matteo Renzi, ha fatto una promessa: meno stadi di calcio e più luoghi di cultura in Italia. Per quale motivo il rispetto di questo impegno viene evocato alla vigilia di importanti elezioni municipali? E, soprattutto, come potrebbe essere riformulato in un’ottica di maggiore uguaglianza tra uomini e donne, come ci invitava a fare Valeria? Preciso subito che non ho niente contro il calcio, se non fosse che non comprendo granché bene come si possa giustificare che un calciatore percepisca uno stipendio pari a 20 volte quello di un comune mortale, ma passiamo oltre. La questione è di fondamentale importanza: si tratta proprio di “fare” – e “disfare” – la città.

Los Angeles non è New York, Parigi non è Londra, Roma non è Berlino. Non si abita né si vive in queste città nello stesso modo. La condizione urbana deve molto alla qualità della vita che viene offerta agli abitanti; deve molto anche agli spazi pubblici o collettivi che favoriscono la socialità, la cultura, l’incontro, la diversità… Nel costruire le infrastrutture, i politici, i promotori e gli urbanisti plasmano la città, la sua immagine e i suoi usi e costumi. Questi usi e costumi non sono però né neutri né universali. Saremmo tentati di pensare che, dietro la modernità dei modi di vita, la presenza delle donne in città, e le loro pratiche spaziali si differenzino poco o nulla da quelle degli uomini, o quanto meno che le donne abbiano accesso, se lo desiderano, alle diverse risorse messe a disposizione dalla vita cittadina. Tuttavia, numerose ricerche dimostrano che si tende a nascondere le differenze tra i sessi nello spazio urbano.

È quindi legittimo chiedersi chi frequenta gli stadi di calcio. La risposta non è sicuramente tutti gli italiani, né tantomeno tutte le italiane. Quando si costruiscono stadi o campi di calcio, è importante chiedersi chi fruirà di queste costose strutture e quale alternativa viene proposta a tutte le persone che non vi metteranno mai piede. Potremmo porci la stessa domanda a proposito delle strutture destinate ai giovani. Giovani non nell’accezione generica di generazione ma – in linea generale – nel senso di ragazzi adolescenti di cui si cerca di canalizzare le energie, partendo dal principio che essi hanno bisogno di luoghi dove potersi incontrare, confrontare e svolgere delle attività, anche a rischio di “commettere delle sciocchezze”. Un numero sempre maggiore di comuni si interroga su quanto si spende per le attività ricreative rivolte alle ragazze a fronte di ogni euro investito nelle attività di svago dei ragazzi. E ci si potrebbe effettivamente chiedere quali soluzioni urbanistiche e architettoniche vengano offerte ai giovani romani, milanesi o calabresi. D’altro canto, cosa sappiamo delle loro aspirazioni, dei loro bisogni, dei loro desideri? Possiamo ritenerci soddisfatti della costruzione di centri commerciali scintillanti di cartelloni pubblicitari che invitano al consumo, sbandierando felicità e appagamento grazie all’acquisto compulsivo di scarpe, borse o vestiti all’ultima moda che ci consentiranno di distinguerci solo attraverso il conformismo? Porsi al servizio degli interessi economici privati è l’unica idea di società che i sindaci possono e desiderano offrire ai loro cittadini in un contesto di forte indebitamento? Quali alternative si possono proporre? 

Uguaglianza o equità, quale posto occupa l’ottica di genere tra queste due dimensioni alternative?

Quando il presidente Matteo Renzi dichiara il suo impegno a investire un euro in un luogo di cultura a fronte di ogni euro speso per uno stadio di calcio, avvalora una logica “contabile” di natura egualitaria. Questa stessa logica la ritroviamo sempre più spesso nelle numerose politiche pubbliche attente al gender mainstreaming. Con gender mainstreaming intendiamo una strategia volta a promuovere l’uguaglianza tra uomini e donne. Questo tipo di politica declinata a diversi livelli a seconda delle istituzioni, dalla dimensione locale per i comuni, alla dimensione globale per le Nazioni Unite, include spesso una voce di bilancio che copre la pianificazione e il controllo di gestione. Da un lato, si tratta di individuare, per ciascun investimento, i beneficiari potenziali, nonché di assicurarsi, in ultima analisi, che l’equilibrio tra i sessi sia rispettato in tutte le dotazioni finanziarie. La pianificazione urbana non si realizza quindi più a favore di un individuo neutro ma di soggetti specificamente individuati, tra i quali le donne. Possiamo citare come esempi l’organizzazione dei trasporti a Vienna (frequenza, fasce orarie, servizio notturno e diurno al di fuori delle ore di punta legate agli spostamenti della classe lavoratrice, ecc.) o la costruzione pianificata di panchine e bagni pubblici sicuri nei cimiteri al fine di garantire alle vedove migliori condizioni di accesso[1]. Dall’altro lato, si tratta di tracciare, con cadenza annuale, un bilancio delle politiche. A tal fine, il bilancio dovrà entrare nel dettaglio dei beneficiari, permettendo così di mettere in luce eventuali ineguaglianze e di porre in essere meccanismi di riequilibrio. L’obiettivo è quindi rispondere meglio ai bisogni e alle necessità di tutti i cittadini, nonché migliorare la qualità dei servizi pubblici.

Tuttavia, una politica ambiziosa non può accontentarsi di un bilancio di genere. Se l’uguaglianza può rappresentare uno strumento efficace per una maggiore giustizia sociale, dobbiamo anche considerare la questione dell’equità. Infatti, se è necessario fare luce sui rapporti sociali basati sui sessi e combattere il patriarcato, conviene anche ripensare i rapporti di dominio e di sfruttamento in un’ottica più ampia, che integri anche la classe sociale. È ancora più di fondamentale importanza sottolineare che “la donna” che i politici hanno in mente non rappresenta tutte le donne. In Francia, “la” donna corrisponde a un archetipo ben preciso: è spesso una persona istruita che vive in città, una donna che concilia il lavoro con il suo ruolo di madre di famiglia. Le donne che si allontano da questo modello, per esempio le madri nubili che vivono in condizioni economiche difficili nelle periferie, le casalinghe delle zone rurali, le nubili senza figli, non vengono prese in considerazione (per non parlare delle lesbiche o delle trans). Tutto ciò ci porta spesso a considerare le politiche urbane solo ed esclusivamente nell’ottica della sicurezza o della maternità. L’aspetto positivo di questa politica è che essa permette di acquisire la consapevolezza che una politica di genere arreca benefici a tutti, e non solo alle donne. Quindi, l’ampliamento e l’abbassamento dei marciapiedi per consentire il passaggio dei passeggini vanno a vantaggio anche delle persone costrette su una sedia a rotelle, le quali possono spostarsi per la città in maniera più agevole. Allo stesso modo, l’installazione di pareti in vetro negli ascensori pubblici o il miglioramento dell’illuminazione pubblica aiutano tutti a sentirsi più sicuri. L’aspetto negativo è che, lungi dall’ingenerare un cambio di mentalità, questo tipo di politica rafforza la divisione basata sui sessi e i ruoli di genere. Uno dei preconcetti è considerare il genere come una categoria descrittiva e di ridurlo alla sola categoria “donna”; categoria che viene spesso concepita come omogenea o, piuttosto, reificata o essenzializzata. 

Quindi, contrapponendo gli stadi di calcio ai luoghi di cultura, il presidente Matteo Renzi mette in opposizione e gerarchizza questi due spazi, come se lo sport non appartenesse a una tradizione culturale e come se la cultura, nel senso più nobile del termine, ci preservasse dalla barbarie. Allo stesso modo, contrapponendo le attività ricreative femminili a quelle maschili, ci si dimentica che esistono squadre di calcio femminili e che i ragazzi possono anche praticare la ginnastica o la danza. Non si rimettono in discussione gli stereotipi di genere; essi piuttosto ne escono rafforzati.

Lavorare per trasformare la città in una prospettiva di genere è quindi una questione di primaria importanza. Tuttavia, questa trasformazione è destinata al fallimento se a essa non si accompagna una presa di coscienza e un cambio profondo a livello di mentalità. Sta in ciò tutto il significato del messaggio di Valeria Solesin, Andiamo, ragazze!, quando fa appello a “una migliore condivisione delle responsabilità familiari e professionali tra uomini e donne”. Alla vigilia di un’importante consultazione elettorale, è proprio da questo appello, Andiamo, città!, che dovremmo trarre ispirazione per concepire una città migliore, più umana e più giusta, condizione indispensabile per lottare contro l’ingiustizia e la barbarie. 

Leggi tutto il dossier "Che genere di città" a cura di inGenere.it

NOTE

[1] Per ulteriori esempi si veda il rapporto presentato dalla città di Vienna