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La flat tax che non aiuta
il lavoro autonomo

Foto: Unsplash/ rawpixel

Le donne rappresentano il 40 per cento delle nuove partite Iva e guadagnano meno dei colleghi. Ecco perché la flat tax non le aiuterà a crescere

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All’interno della legge di bilancio 2019 è prevista l’applicazione di una imposta sostitutiva Irpef con aliquota pari al 15% o al 5% per le startup, la cosiddetta flat tax, entro un limite di fatturato di 65.000 euro, e a partire dal 2020, con aliquota del 20% tra i 65 e i 100.000 euro di fatturato. 

Non è una misura completamente nuova, dato che si tratta in sostanza di una estensione del regime forfettario che già oggi consente ai titolari di partita Iva di beneficiare di una forte semplificazione burocratica e di una tassazione agevolata analoga, ma entro un limite di fatturato di 25-50.000 euro a seconda del settore di attività. 

Anche se indubbiamente la cosiddetta flat tax potrà garantire a una parte dei lavoratori autonomi dei vantaggi fiscali significativi, si tratta in effetti di una misura iniqua e non funzionale al rafforzamento dei lavoratori autonomi, perché amplia pericolosamente molte distorsioni già presenti nel regime forfettario.

L’esperienza di questi anni di regime forfettario ha infatti da tempo evidenziato alcune importanti criticità.

Il regime forfettario non aiuta i redditi molto bassi, per intenderci quelli non superiori ai 12-15.000 euro l’anno, purtroppo molto numerosi soprattutto tra i più giovani, perché il vantaggio di una aliquota più bassa risulta inferiore allo svantaggio del non avere più una no tax area (la flat tax è applicata a tutto l’imponibile, l’aliquota normale solo alla parte eccedente i 4.800 euro, che rappresentano l’area di esonero fiscale per i lavoratori autonomi) e di non poter accedere alle detrazioni fiscali dall’Irpef (spese sanitarie e scolastiche, mutuo, ristrutturazioni…).

Da un lato la forfettizzazione delle spese premia chi non ha spese, tra cui i 'finti autonomi' che usano sede e strumenti del committente, dall’altro lato scoraggia la formazione e gli investimenti, perché non ci possono essere vantaggi fiscali aggiuntivi connessi a tali spese, né il recupero Iva, e quindi frena l’innovazione.

In generale, i regimi di vantaggio, regime forfettario e regime dei minimi, hanno favorito la caduta dei compensi. Chi inizia un’attività fa i conti con costi fiscali molto bassi e pratica tariffe basse, con effetti negativi sulla propria futura attività – è difficile alzare le tariffe – e più in generale su tutto il mercato.

L’esenzione dall’Iva ha alterato la competizione nei settori in cui i clienti sono consumatori finali o pubbliche amministrazioni, a scapito di chi opera fuori dai regimi agevolati.

L’esistenza di una soglia rappresenta un vincolo da non superare, pena la perdita del vantaggio fiscale, e quindi agisce come un tappo alla crescita del fatturato

Rispetto al regime attuale, la cosiddetta flat tax sposta in avanti la soglia da 25-50.000 a 65.000 e quindi riduce l’effetto 'tappo' alla crescita del fatturato e rafforza l’aspetto semplificativo perché prevede l’esonero dall’obbligo di fatturazione elettronica, ma aggrava tutti gli altri aspetti sopra evidenziati.

In particolare, le nuove norme accentuano il freno agli investimenti e alla formazione perché agiscono su un’area reddituale che dovrebbe lasciare ampi spazi all’innovazione. Anche se il provvedimento è inserito nel Titolo 2 "Misure per la crescita", è difficile pensare che possa davvero stimolare la crescita produttiva, dal momento che scoraggia investimenti e assunzioni ed esclude le società e le associazioni di professionisti, ovvero le realtà più strutturate. 

E soprattutto l’innalzamento della soglia di fatturato accresce sensibilmente l’iniquità del regime fiscale all’interno del lavoro autonomo e le differenze tra lavoratori dipendenti e autonomi, con pesanti effetti distorsivi. 

Infatti, l'innalzamento della soglia di fatturato:

avvantaggia solo i redditi relativamente elevati, con compensi totali superiori alla soglia attuale del regime forfettario, e non quelli bassi, che più avrebbero bisogno di aiuto.

  • Favorisce in misura straordinaria chi ha redditi aggiuntivi da lavoro dipendente o pensione. Con il regime forfettario era possibile cumulare i redditi da lavoro o pensione, ma solo se questi non superavano i 30.000 euro annui. Una situazione che con l'associazione dei freelance Acta avevamo denunciato come iniqua perché favoriva soprattutto i pensionati in attività – che sono in gran parte retributivi e quindi privilegiati – e i dipendenti che svolgono anche attività autonoma. Questi, infatti, potevano fruire dell’imposta secca del 15% sull’attività autonoma – anziché di almeno il 23-27% che deriverebbe dall’applicazione dell’imposta progressiva, con il cumulo dei redditi –, senza rinunciare alle detrazioni Irpef per spese sanitarie, mutui, ecc., che potevano esser fatte valere sulla parte di reddito dipendente o da pensione. Con le nuove norme l’iniquità aumenta perché il cumulo sarà possibile anche in presenza di redditi elevatissimi da lavoro dipendente o da pensione – cade infatti il limite dei 30.000 euro l’anno sui redditi da lavoro o assimilati–, ampliando enormemente il vantaggio fiscale: l’aliquota del 15% sostituirà una tassazione del lavoro autonomo che solo per la componente Irpef, con il cumulo, arriverebbe invece al 38-41%!
  • È molto più favorevole agli autonomi rispetto ai dipendenti 'puri', con la conseguenza di incentivare la sostituzione di lavoro dipendente con lavoro a partita iva (vero e finto) e distorcere il mercato del lavoro, peraltro nella direzione opposta a quella dichiarata con il decreto dignità.
  • Incentiva il frazionamento semi-elusivo dei fatturati e rende possibile un ulteriore aumento dell’evasione fiscale: pagando il 15% su una parte del fatturato è possibile mettersi al riparo da alcuni strumenti anti-evasione, quali lo spesometro e la fatturazione elettronica, mentre la forfettizzazioni dei costi e la riduzione di detrazioni e deduzioni fa cadere l’incentivo alla richiesta di fattura, un importante strumento di contrasto all’evasione fiscale. E tutto ciò non potrà che alimentare i pregiudizi nei confronti del lavoro autonomo da parte delle altre classi lavoratrici rimaste escluse.

Misure alternative di equità dovrebbero invece andare nella direzione dell’omogeneizzazione del trattamento tra autonomi e dipendenti, come la parificazione della no tax area (pari attualmente a 4.800 euro per gli autonomi contro gli 8.000 euro per i dipendenti), la revisione degli anticipi, la modifica degli indici di detraibilità delle spese sostenute per l’attività e per il welfare complementare (da ricordare che gli autonomi sono esclusi dal welfare aziendale), la riduzione degli adempimenti burocratici che sono estremamente onerosi per chi opera al di fuori dei regimi di vantaggio. Provvedimenti che aiuterebbero tutti gli autonomi, inclusi i percettori di bassi redditi.

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