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Impalcature sociali
Rania ha un piano per la Grecia

Rania Antonopoulos, vice ministro del lavoro greco, ha un piano per uscire dalla crisi che punta su infrastrutture sociali e uguaglianza di genere: Job Guarantee, un piano di assunzioni pubbliche a termine nei servizi sociali. Quali i pro e i contro? Un'analisi in questo articolo, aspettando di vedere cosa succederà sullo scacchiere europeo

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La foto di gruppo del governo Tsipras nega alla radice la carica innovativa e radicale che l’ha portato al trionfo: non c’è una donna, nella prima linea del nuovo corso. Ma a guardar bene, in seconda fila, e con un piano nel cassetto, una donna c’è. Non cavalca le moto e non porta il bomber come l’ormai famosissimo Varoufakis, economista e ministro delle finanze. Ma Rania Antonopoulos, viceministro del lavoro del nuovo governo greco, ha tutte le caratteristiche per diventare protagonista del New Deal ellenico – se, e sottolineiamo il se, il drammatico braccio di ferro di questi giorni prelude a una sensata trattativa sul debito con la Commissione europea e l’Eurogruppo: se dunque si aprirà lo spazio per fare una politica economica in Grecia e non salterà tutto con una rovinosa “Grexit” (l’uscita della Grecia dall’euro). Cosa farà per il lavoro il governo greco, se un accordo sul debito sarà trovato e si potrà passare alle politiche concrete? Vale la pena di guardare nel piano di Antonopoulos, così come viene fuori – oltre che dai programmi elettorali -  dalle sue pubblicazioni negli anni precedenti, anche oltre il caso greco, per capire che tipo lavoro c’è nel new deal che Syriza offre al popolo greo. Il quadro teorico che lo sostiene privilegia le infrastrutture sociali rispetto a quelle fisiche, e le misure politiche più efficaci nel chiudere i gap, primo tra tutti quello di genere: rifacendosi così a un ricco filone di ricerca, del quale si è parlato spesso su questo sito (l’ultima volta, proprio alla vigilia del voto europeo). E declinandolo in salsa greca, con una proposta destinata di certo a far discutere: la Job Guarantee, ossia un piano di assunzioni a termine nei servizi sociali, a salario minimo.

Curarsi della cura

Economista specializzata nelle questioni di genere, lavoro e sviluppo, Antonopoulos ha focalizzato negli ultimi anni molti suoi lavori sui benefici economici degli investimenti sociali. In un articolo intitolato “Why president Obama should care about care” – scritto con altri colleghi nel 2010, quando gli Stati Uniti assaggiavano gli effetti del primo programma di stimolo fiscale di Obama, il cosiddetto Arra, e la Grecia stava per avviarsi nel precipizio – ha contribuito al dibattito (allora molto forte negli Stati Uniti) sull’efficacia di quel pacchetto in numero di posti creati, impatto sociale e di genere. “C’è urgente bisogno – si legge nel paper – di progetti per  una massiccia creazione pubblica di lavoro, e di allocazioni della spesa commisurate alla scala del problema”. Insomma, di ottenere il massimo dell’efficacia da ogni dollaro speso. E ogni dollaro speso in investimenti sociali (cura, assistenza, istruzione) frutta, in termini di posti di lavoro, più del doppio di un dollaro investito in strade, ferrovie e altre infrastrutture fisiche – la antica tipologia dei lavori “new deal” – e circa un terzo in più degli investimenti nelle energie pulite – il Green new deal, parte importante del pacchetto di stimolo fiscale americano.  Per un milione di dollari spesi, si attivano 23 lavori se li si mette in infrastrutture sociali, 17 nelle energie pulite, e 11 nelle infrastrutture fisiche. Si potrebbe pensare che la maggior resa in quantità di posti di lavoro va a scapito della qualità: dato che quello dei servizi, e quelli dell’assistenza in particolare, è in gran parte a bassi salari, bassa specializzazione e bassa produttività. Ma le simulazioni di Antonopoulos et al. mostrano che non è così: è vero che la maggior parte dei lavori creati sono per persone con diploma di scuola superiore o al di sotto di questo, ma il numero di lavori per persone laureate o con specializzazione post-laurea è comunque superiore a quello che si attiverebbe con le infrastrutture fisiche, e solo di poco inferiore a quello dei “programmi verdi”.  Allo stesso tempo, la parte più consistente dei nuovi lavori va a beneficiare direttamente le fasce più vulnerabili e a rischio povertà: interrompe “il circolo che tiene i poveri, le donne e i giovani chiusi fuori dal mercato del lavoro”.

“Chiudere i gap oggi per avere domani cittadini più sani e istruiti, con maggiore produttività e potenziale di reddito”: se questo è l’obiettivo, bisogna anche chiedersi con quale tipo di programmi per il lavoro possa essere perseguito. Un altro paper valuta in due casi-studio – Sudafrica e, di nuovo, Stati Uniti – l’impatto di schemi  conosciuti come Public Works and Employment Guarantee: si tratta di programmi mirati, di durata pre-definita, che danno lavoro al salario minimo a gente che non ha lavoro e che è disponibile a lavorare, per fornire servizi sociali, assistenziali, educativi (soprattutto nella prima infanzia) su base territoriale. Insomma, programmi molto mirati sui poveri e sulla trasformazione del lavoro femminile non retribuito in lavori pagati. Lo scopo è di attivare una crescita “pro-poor”, capace di avere un impatto sull’occupazione e sul reddito complessivo più efficace di altre forme di intervento pubblico.

La proposta per la Grecia: Job Guarantee

Arriviamo alla Grecia dell’oggi, e alla proposta di Rania Antonopoulos per aggredire insieme povertà e disoccupazione: una “Job Guarantee” per la Grecia la si trova nei dettagli nella pubblicazione After Austerity: Measuring the Impact of a Job Guarantee Policy for Greece diffusa dal Levy Economics Institute of Bard College e riassunta nella presentazione video che segue.

Gli elementi chiave della Job Guarantee (JG) sono quelli visti prima per lo studio sui casi americano e sudafricano: salario minimo, lavori a termine nei servizi sociali, piano nazionale ma su base territoriale e gestione locale. In questi schemi, sottolinea Antonopoulos citando Minsky, lo Stato svolge il ruolo di “datore di lavoro di ultima istanza”. Crea direttamente lavoro, per persone che molto difficilmente rientrerebbero nel mercato del lavoro “normale”, ammesso che la normalità sia dietro l’angolo. C’è un precedente anche nella storia greca recente, nel 2012, ma troppo piccolo e misero per aver avuto un impatto: 55.000 lavori per 5 mesi. Il piano attuale è più massiccio: Job Guarantee per un anno, a salario minimo per una forchetta di lavoratori che va dai 200 ai 500.000. Nell’ipotesi di un salario minimo di 586 euro al mese, il piano finanzierebbe direttamente  300.000 lavori per attivarne in tutto 393.000: il che vuol dire, quasi dimezzare la disoccupazione attuale. Due i punti delicati: il primo è nel calcolo dei posti di lavoro aggiuntivi che si generano, oltre a quelli direttamente finanziati dalla mano pubblica. L’indotto dei lavori minimi, calcolato stimando gli effetti di un maggior benessere delle famiglie più povere, dunque un aumento della loro capacità di spesa, da un lato; e l’aumento di potenzialità di lavoro per il tempo liberato per donne e uomini (es. donne con bambini piccoli o anziani a carico, che possono andare a lavorare perché i servizi sociali se ne prendono cura).

Il secondo punto delicato è il finanziamento del progetto, la cui spesa è valutata tra l’1 e l’1,2%del Pil (misurando il costo netto, considerando perciò anche le maggiori entrate che arriveranno allo Stato per effetto dell’aumento del reddito e del potere d’acquisto). Diverse sono le ipotesi avanzate: un Fondo nazionale per l’occupazione nel quale confluiscano diverse fonti tra le quali anche quelle comunitarie e della Banca europea per gli investimenti; titoli da emissioni speciali; oppure (quella a maggior impatto, e collegata al dibattito infiammato di questi giorni) il “dirottamento” per tre anni dei soldi destinati annualmente al rimborso del debito estero (i 7,5 miliardi di euro che la Grecia deve ai suoi creditori potrebbero finanziare ogni anno 440.000 JG, innescando un processo di rilancio che, al termine della fase, permetterebbe al paese di riprendere a pagare i debiti). Ma anche in quella che gli autori considerano la peggiore delle ipotesi, cioè fare nuovo debito per finanziare il piano, si prevede una riduzione negli anni del rapporto tra deficit e Pil in virtù della crescita di quest’ultimo.

C’è poi un’obiezione più generale, alla quale qui in Italia potremmo essere particolarmente sensibili. Piani del genere ricordano schemi a noi noti, come quelli dei “lavori socialmente utili”, che non godono di buona fama. Non tanto per l’aura di assistenzialismo che portano con sé, quanto per la scarsa qualità generata a sua volta dalle prestazioni sociali rese. Se lo Stato deve essere datore di lavoro di ultima istanza, perché non spendere i soldi pubblici in lavori “buoni” (e dunque proporzionalmente retribuiti)? E come garantire che tali “infrastrutture sociali” siano effettivamente utili a chi ne riceve i servizi, e non solo agli addetti reclutati per l’occasione? Il piano Antonoupulos, a quanto sembra di capire, punta molto sulla territorialità dei servizi (e sulla vicinanza delle istituzioni ai cittadini, dunque) per sciogliere questi nodi: ma purtroppo l’esperienza del decentramento italiano ci ha insegnato che la base territoriale non è una garanzia, anzi.

Conclusioni

Il piano Antonopoulos si caratterizza per la scelta di puntare tutto (in una situazione sociale drammatica e con poche risorse a disposizione) sulle infrastrutture sociali. Al di là dello specifico della situazione greca – caratterizzata da un tasso di disoccupazione altissimo e povertà dilagante, nella quale dunque si calano più facilmente programmi contro la disoccupazione basati su lavori inizialmente “poveri” – e dell’agibilità politica che queste proposte avranno in Europa, è una scelta che va sottolineata. Considera il welfare state non (solo) come assistenza, riparazione ai danni del mercato, ma come investimento; e la riduzione dei gap – in primis quello di genere – non come un risarcimento ma come una politica per lo sviluppo: non è una novità, nel dibattito teorico e politico europeo; se ne parla sempre più spesso anche nelle istituzioni europee, a livello di ricerca (si veda per esempio questa recente proposta per un piano di servizi all’infanzia in Austria, come potente strumento di rilancio di una domanda qualificata); nel nostro piccolo lo abbiamo proposto anche qui a inGenere a più riprese, chiamandolo “pink new deal” (si veda qui, un articolo pubblicato già al primo anno della crisi e qui). 

È una piccola novità vederlo oggi nei programmi di un governo europeo. Lo strumento prescelto – la Job Guarantee – si presta a numerose obiezioni e critiche, in particolare in contesti che finora non hanno brillato per efficienza e correttezza della gestione pubblica diretta. Ma vale la pena discuterlo e approfondirlo: se le infrastrutture sociali sono una via d’uscita più efficace, inclusiva e paritaria, qual è lo strumento più efficace per costruirle e farle costruire? L’intervento pubblico diretto è l’unica via? Ne parleremo ancora su inGenere, aspettando vostre idee e proposte.