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La doppia sfida
delle donne europee

Occupazione, servizi sociali, parità. L’Unione Europea è stata determinante per introdurre nell’agenda politica degli Stati membri le politiche di genere. Ma quella spinta sembra essersi fermata. Il problema è politico, prima che economico. Se il rischio è che i risultati elettorali spingano verso una dissoluzione dagli effetti devastanti, la speranza è che nel prossimo Parlamento siedano molte più donne disposte a lottare per le pari opportunità e per l’ideale europeo

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Tra le ultime elezioni europee e quelle di domenica 25 maggio, c’è un abisso. In questi cinque anni, la crisi economica ha cambiato la faccia dell’Europa, e ha reso visibili i limiti dell’Unione stessa: in particolare l’incompletezza delle sue istituzioni e il blocco del processo che avrebbe dovuto portare a un’unione politica. Questa grande assenza ha caratterizzato la risposta dell’Unione europea – e in particolare dell’eurozona – alla crisi, indirizzata all’obiettivo del risanamento fiscale. La combinazione “recessione più austerità” ha caratterizzato gli ultimi anni, con effetti drammatici a livello economico-sociale su uomini e donne, e conseguenze politiche preoccupanti, evidenti nell’ondata dei movimenti anti-europeisti che potrebbe conquistare il parlamento di Strasburgo.

E le donne?

Lo sbiadire dell’ottica di genere nella discussione politica sull’Europa futura è una delle conseguenze dell’incupirsi del quadro. In termini economici, gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una riduzione del gap occupazionale tra uomini e donne, poiché la crisi ha colpito di più gli uomini e ha spinto più donne sul mercato del lavoro come documentato dal Rapporto Enege e su questo sito (si vedano gli articoli di Bettio e di Ghignoni-Verashchagina). Molti osservatori temono che col passare del tempo gli effetti dell’austerità penalizzeranno maggiormente l’occupazione femminile. Sul piano politico istituzionale, intanto, abbiamo assistito alla rimozione del gender mainstreaming come strumento per guidare la formulazione delle politiche.
In questo scenario è cruciale chiedersi cosa l’Europa ha fatto e  cosa potrà fare per le donne.

Cosa abbiamo guadagnato

L’uguaglianza di genere e le pari opportunità tra donne e uomini sono valori fondamentali dell'Ue, riconosciuti nel Trattato e perseguiti attraverso diversi strumenti: l’intervento della Corte di Giustizia, l’approvazione di Direttive (che gli Stati membri hanno l’obbligo di tradurre in legge), l’uso di strumenti di ‘soft law’ (come raccomandazioni, scambio di buone prassi, coordinamento). L'impegno dell'Ue nel promuovere la parità di genere è stato rafforzata quando nel 1997 gli Stati membri hanno deciso di coordinare le loro politiche per l'occupazione tramite il metodo aperto di coordinamento (MAC) con l’avvio della Strategia Europea per l’Occupazione (SEO,).
E’ importante ricordare che nel 1957, quando venne avviato il processo di integrazione, si decise di lasciare la politica sociale agli Stati nazionali. Negli anni ‘90, con il Trattato di Maastricht è stato rafforzato il primato dell’integrazione economica e monetaria; ma negli stessi anni l’elevata disoccupazione e i timori per la sostenibilità del modello sociale europeo hanno iniziato a essere oggetto di preoccupazione e di riflessione a livello europeo. Dopo anni di insuccessi in materia, si arriva dunque alla definizione di un nuovo obiettivo – un aumento del tasso di occupazione – e di un metodo – una strategia coordinata nel campo delle politiche del mercato del lavoro. Obiettivo e strategia che sono stati ufficialmente inclusi nel trattato di Amsterdam, approvato nel 1997 (1), che ha delineato una Strategia Europea per l’Occupazione (SEO).
E’ con l’avvio della SEO che il tema della parità di genere balza in primo piano, sia nei vertici a Bruxelles sia a livello nazionale e locale, e l’aumento dell’occupazione femminile diventa un obiettivo condiviso. Le idee di fondo possono essere così sintetizzate. Al fine di raggiungere la sostenibilità finanziaria del welfare è cruciale espandere l'offerta di lavoro, aumentando i tassi di partecipazione. Ancora oggi, il più grande potenziale di offerta di lavoro è costituito da donne inattive. E questo era, ed è ancora, il caso dell’Italia, soprattutto del Mezzogiorno. Pertanto è importante favorire il passaggio dal modello di famiglia tradizionale (con il maschio capofamiglia occupato) verso la famiglia con due redditi. Ma come si può chiedere alle donne di lavorare di più? Questo può essere fatto agendo su più fronti: riducendo le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro, sviluppando servizi per l'infanzia a costi accessibili, favorendo soluzioni organizzative che consentano di conciliare il lavoro retribuito con le responsabilità familiari; infine, incoraggiando la condivisione delle responsabilità tra i partner.

Timori e prospettive

Nonostante i limiti dell'approccio adottato – in particolare, l’attenzione pressoché esclusiva alle politiche dal lato dell’offerta - la focalizzazione dell’attenzione sul tasso di occupazione come obiettivo principale, insieme alla necessità di favorire l'integrazione delle donne nel lavoro retribuito e alla promozione dell’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro, rimangono raccomandazioni importanti per le donne europee e in particolare per quelle italiane. Vale la pena ricordare l’obiettivo di Lisbona: raggiungere, entro il 2010 un tasso di occupazione femminile pari al 60% (2). Se in termini di risultati l’Italia si pone ancora nelle ultime posizioni la definizione di questo obiettivo quantitativo ha contribuito a diffondere la consapevolezza dell’importanza dell’occupazione femminile, anche tra i nostri policy makers: non solo per le donne, ma per tutti. Quest’impatto, simbolico e culturale ancor prima che politico, rischia di essere messo in discussione, se proseguirà la tendenza degli ultimi anni.
Un passo indietro da scongiurare, perché dal lavoro e dal benessere delle donne dipende il lavoro e il benessere di tutta la società. Non che sia l’unico passo indietro in atto, purtroppo. Il pericolo di una regressione, di fronte alle difficoltà del presente e agli errori compiuti dalle élite europee, è più generale. L’Unione europea, come istituzione, vive una grave crisi di fiducia: dal 2007 al 2012, la percentuale di cittadini europei che dichiara di aver fiducia nell’Ue è scesa dal 57 al 33%. Più che a un cambiamento degli orizzonti ideali, questo crollo è da attribuire alla durezza delle condizioni economiche e sociali di uomini e donne. Sta alla politica intervenire e cambiare queste condizioni,  mantenendo gli ideali europeisti. E’ assai probabile che la sofferenza per la crisi economica porti molti voti alla galassia no-euro. Ma la chiusura nei confini nazionali – fisici e culturali – non ha mai giovato alle donne. In particolare, nel caso europeo, le donne di paesi come l’Italia hanno avuto molto da guadagnare dal confronto con altri modelli, e dalla fissazione di obiettivi comuni. Inoltre, nei programmi politici, nella cultura e nello stesso lessico di molti partiti della galassia no-euro (non tutti, ma molti) c’è un richiamo a un modello tradizionalista, familista e sessista lontano anni luce dalle aspettative attuali delle donne italiane ed europee. Infine, è davvero difficile immaginare una ripresa dell’Europa senza una nuova strategia concordata e collaborativa delle politiche fiscali, del lavoro, sociali e commerciali. Lo stesso “pink new deal” non sarebbe possibile in un solo paese, ma solo come indirizzo di politica economica comune. Dunque, è necessario interrompere la catena degli errori e guardare avanti: speriamo che molte e molti lo facciano, nel voto per il parlamento europeo. E che nella prossima assemblea ci siano molte donne pronte a lavorare per far crescere il lavoro di tutte.

(1) La Seo, delineata nel Trattato, si basa su una nuova modalità di governo, il metodo aperto di coordinamento (MAC). Si tratta di meccanismi normativi non vincolanti, quali raccomandazioni politiche, di individuazione di obiettivi quantitativi condivisi e di valutazione tra pari, il monitoraggio e la condivisione delle migliori pratiche
(2) Va ricordato che questo obiettivo specifico per le donne (15-64 anni), fissato nel 2000 per il 2010, è stato sostituito con il lancio della strategia Europa 2020  con l’obiettivo di un tasso di occupazione complessivo (20-64 anni) da raggiungere entro il 2020 pari al 75%. 

Riferimenti bibliografici 

Roth, Felix, Felicitas Novak-Lehmann D., Thomas Otter (2013), “Crisis and Trust in National and European Institutions: Panel Evidence for the EU, 1999–2012”. EUI Working Paper RSCAS 2013/31.
Zalc, Julien (2013). “The Europeans’ Attitudes about Europe: A Downturn Linked only to the Crisis?”, European Issues No. 277. Paris: Fondation Robert Schum