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Lavorare a casa
non è smart

Foto: Unsplash/ @scottwebb

Smart working o lavoro da casa? La ridefinizione degli stili di vita ai tempi del coronavirus richiede uno sforzo ulteriore nell'usare le parole giuste per capire cosa sta accadendo e come vogliamo disegnare il futuro delle nostre attività

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In questi giorni si sente parlare molto di smart working ma è abbastanza evidente che quello che molti stanno sperimentando lontano dai propri luoghi di lavoro, si presta molto meglio a essere definito come lavoro a distanza, telelavoro, o lavoro da remoto o ancora più precisamente, viste le raccomandazioni a lasciare il meno possibile le abitazioni, lavoro da casa.

Lo smart working è un modello di lavoro flessibile che prevede l’articolazione di tempi e luoghi del lavoro subordinato. C’è bisogno di concentrazione e di studio? Si resta a casa. È necessaria una riunione o bisogna discutere un progetto? Si va in ufficio. E così via a seconda delle esigenze di ognuno. La caratteristica principale data da questa modalità di lavoro è la possibilità di alternare i tempi e i luoghi della prestazione lavorativa, lasciando ai singoli dipendenti la gestione di una certa autonomia e alleggerendoli dell’obbligo di presentarsi sempre in ufficio. La precisazione è d’obbligo soprattutto considerando la lettura di articoli entusiastici che invitano a considerare la  situazione attuale come “la palestra” delle innovazioni possibili per il futuro.

Quello che il Dpcm 8 marzo ha chiamato “lavoro agile”, in virtù della normativa esistente, è più sinceramente una forma moderna (e forzata) di lavoro da casa, incoraggiata e facilitata per evitare il più possibile l’espandersi del contagio. E non è stato facile. Chi si è misurato con lo sforzo di rimodulare il management di organizzazioni pubbliche e private in modo da consentire che una parte del lavoro potesse essere svolta a distanza ha dovuto affrontare ritardi e difficoltà di ogni genere.

Quindi benissimo per chi c’è riuscito e benissimo lo sforzo di tutti. Ma non c’è niente di “smart” o di “agile” in tutto questo e l’attenzione alle parole può servire a evitare fughe in avanti e fraintendimenti. In questi giorni l’intera società è messa alla prova con qualcosa di imprevisto  che ha richiesto di cambiare nel giro di poche settimane l’intera scansione delle esistenze, chiedendo di invertire la consolidata abitudine alla mobilità e di tenere le distanze dagli altri in virtù di un rischio che può costare la vita, non necessariamente, la propria.

È una situazione inedita quanto difficile da pensare. È già incredibile che si sia arrivati a trovare delle soluzioni organizzative praticabili. Eppure fa riflettere che anche quando gli sforzi vanno nella direzione di tutelare la salute dei cittadini, quando la società è immobilizzata da un problema che mette prepotentemente al centro dell’attenzione il corpo, la sua vulnerabilità e la sua fragilità si continuino a produrre delle sviste che confermano le gerarchie di sempre. Pensare che si possa, tout court, spostare il lavoro a casa e tanto più in un periodo di emergenza, si regge sull’idea che lo spazio della casa sia uno spazio vuoto, uno spazio che si può riempire di un lavoro che viene dall’esterno senza creare impatti. 

Ai docenti universitari, per fare un esempio concreto, è stato chiesto di mantenere i corsi, così come erano previsti, di mantenere le sessioni di laurea, i ricevimenti, i consigli, le riunioni. Nessuno ha pensato di rimodulare gli impegni, di alleggerirli su scala temporale, di rivederli. Sono stati semplicemente trasferiti online, che, tradotto, ha voluto dire chiedere di farli da casa. Tenere due, tre, quattro ore di corso online non è come insegnare in presenza, serve un impegno e una tensione doppia per realizzare una performance destinata a passare dei contenuti a degli interlocutori distanti, spesso invisibili.

Una collega mi ha detto che per convincere i figli piccoli a fare silenzio per così tanto tempo deve attivare una task force, e che comunque anche il più convincente degli urli e delle velate minacce preparatorie, non la lasciano tranquilla: una parte della sua attenzione, mentre spiega è impegnata a evitare che il normale rumore della casa sovrasti la sua lezione.

Così il tempo di lavoro dilaga, nella preparazione, nell’allestimento dello spazio adeguato, nella gestione delle relazioni, nel tempo extra orario che serve per recuperare il tempo perso in queste operazioni. È un lavoro doppio anche se nessuno ha pensato di ridurre la durata dei corsi della metà. Una svista, accettabile in tempi di emergenza e a cui si potrà porre rimedio, diminuendo gli adempimenti burocratici, la modulistica, gli appuntamenti online, ma che segnala la persistenza di una gerarchia consolidata.

La soglia di casa continua a essere vista come l’ accesso a un mondo neutro e che funziona da sé. Tutta la serie di azioni che si svolgono all’interno delle mura domestiche (la cura dei figli è solo la più evidente) proprio perché sottratte dal campo della visibilità pubblica sono consegnate a un riconoscimento insufficiente o affidate a una retorica, anche istituzionale, che continua a subordinarle alle logiche del lavoro e della produttività.

Lavorare da casa richiede un certo allenamento. L’individuazione di un’organizzazione efficace in uno spazio e un tempo pensato per vivere, svegliarsi, vestirsi, incontrarsi, mangiare, riposarsi e tutte quelle pratiche che ripetendosi accompagnano lo svolgersi dei giorni, è certamente possibile ma non è semplice e non è immediata.

Sui social in questi giorni le persone si confrontano, fanno ironia, si lamentano. Si legge di spazi di lavoro improvvisati, o ambienti di casa ritrasformati per consentire chiamate, lezioni, appuntamenti a videocamera accesa. Allestire uno spazio di lavoro a casa, costruire un set. Se oggi serve per contenere un lavoro delocalizzato e che ha bisogno di momenti di presenza online, a chi lavora a casa fuori dall’emergenza, serve per isolare uno spazio di possibile concentrazione e identificazione. Lo sanno bene  tutti quei lavoratori e lavoratrici della conoscenza che, in epoca di precarietà, sono i protagonisti da tempo di un’organizzazione nomade e reticolare che ridefinisce anche la casa come luogo di lavoro.

Sanno che i vantaggi di un’organizzazione flessibile che reinventa la casa come spazio duttile, poroso, adattabile sono controbilanciati dai problemi di un’organizzazione facile solo in apparenza. Lo spazio domestico è abitato da un tempo riottoso, c’è sempre qualcosa che sfugge e che resiste al controllo. È come se esistesse un tempo eternamente recuperabile, che può essere dilatato o contratto a proprio piacimento, un tempo circolare che difficilmente si lascia mettere in riga dalle esigenze di un lavoro produttivo, che mira a un obiettivo definito.

Nelle case in cui si lavora, ne stanno facendo esperienza in tanti questi giorni, il tempo trascorre seguendo ritmi diversi che si intrecciano e si sovrappongono, serve molta disciplina e creatività per trovare un’organizzazione efficace, per fare in modo che le cose da fare nell’arco di una giornata si combinino senza provocare un senso di oppressione o di inconcludenza. Tanto più in un momento come questo, in cui il movimento dentro-fuori, vitale per tutte le professioni che si possono svolgere da remoto, è interdetto e lo spazio web sostituisce tutte le normali forme di relazione extradomestiche.

Essere decontestualizzati accentua la fatica e la stanza di lavoro può trasformarsi in uno spazio che si consuma  e si confonde obbligando a una inedita spesa di sé. Vale la pena confrontarsi su questo, mettere a disposizione pensieri, invenzioni, frustrazioni. Vale la pena socializzare i risultati delle  forme di organizzazione che vengono pensate in questo tempo di homeworking d’emergenza, segnalarne le possibilità e i limiti e, più di tutti, sottrarli dall’invisibilità. Portare nello spazio della comunicazione pubblica le routine giornaliere attraverso cui stiamo imparando a infilare il lavoro nelle stanze di casa, i pensieri che le accompagnano e tutti gli adattamenti creativi che emergono come necessità, può servire a rendere meno “naturale” lo spazio-tempo del quotidiano e a evitare sviste future.

Sarà chiaro dopo questa sperimentazione collettiva che tutta la vita quotidiana ha bisogno di lavoro, di lavoro di cura, di relazione, di assistenza e anche dell'innominabile – e spesso delegato – lavoro domestico, ancora più necessario quando l’ambiente si carica della presenza h24 di tutti i suoi abitanti, fosse solo uno. Averne fatto esperienza in tanti e tante in questi giorni può fornire gli elementi per immaginarsi un futuro davvero agile in cui la possibilità di articolare in maniera flessibile spazi e tempi di lavoro non si risolva nella colonizzazione definitiva dello spazio e del tempo di vita, ma nel riconoscimento di un potenziale che attivi nuovi equilibri e scalzi le gerarchie tradizionali.

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