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Lavoro, una riforma
che guarda al passato

Guardiamo le nuove regole sul lavoro dal punto di vista degli outsiders, in gran parte donne. Cosa cambia per loro? I nuovi ammortizzatori sono lontani nel tempo, e comunque ancorati a un'assunzione. Siamo ancora lontani dall'universalismo delle prestazioni. E i precari restano a secco

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Un film non nuovo a giudicare dalla regia generale: riduzione delle tutele subito, ammortizzatori sociali poi. Qualche apertura all'incentivazione del lavoro femminile e al sostegno della conciliazione. Misure da non perdere di vista al momento del dibattito parlamentare

Ancora una riforma che, in tema di lavoro, punta solo a una ulteriore flessibilizzazione dei contratti. Le conseguenze saranno gravi per i giovani e per le donne. Ecco perché

Alcuni economisti vedono solo il buco, l'occupazione che diminuisce. Altri la ciambella, il contenimento dello sfruttamento, soprattutto nei lavori atipici tanto diffusi tra le donne

L'articolo 18 ha colpito ancora. L'attenzione spasmodica e quasi esclusiva sulla riforma della “flessibilità in uscita”, e la rottura della trattativa con la Cgil sul nuovo regime dei licenziamenti individuali ingiustificati nelle grandi imprese, hanno per ora offuscato le altre questioni oggetto della riforma del mercato del lavoro: sia l'intervento normativo sulla flessibilità in entrata, assai abbondante con i 46 modelli contrattuali adesso esistenti, sia la riforma degli ammortizzatori sociali – che entrerà a regime, secondo la proposta governativa, solo nel 2017. Entrambi questi aspetti sono cruciali per il futuro del sistema del lavoro e della protezione sociale, e in particolare per le donne, sovra-rappresentate nel lavoro non standard e nella parte meno tutelata del lavoro standard. In questo articolo cercheremo di spiegare perché, e quali sono a nostro avviso i limiti di un intervento di riforma che pare ancora una volta modellato sul pilastro centrale del rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato. Gli interventi proposti cercano di ridurre un po' la precarietà degli outsiders, dando loro qualche chance in più di entrare nel mondo delle tutele, senza però cambiarne sostanzialmente l'impianto. In altre parole, una riforma che guarda al passato più che al futuro.

Per quanto è emerso finora dalle proposte governative, infatti, il modello contrattuale che verrà fuori dalla riforma non sarà molto diverso da quello antico, limitandosi a correggere gli abusi che hanno caratterizzato il ricorso alla flessibilità in entrata, o almeno a tentare di farlo. In sostanza, il lavoro precario non sarà riformato né tantomeno abolito, ma disincentivato. In primo luogo, rendendolo più costoso: vanno in questa direzione gli aumenti dei contributi per i contratti a tempo determinato e per i collaboratori a progetto. Questi aumenti dovrebbero gravare sulle imprese; ma, non essendo contestualmente introdotto un salario minimo né altre forme di rafforzamento del potere contrattuale dei lavoratori atipici, è più che probabile che vadano a incidere sul loro compenso netto. In secondo luogo, mettendo paletti e obblighi amministrativi in più a carico dei datori: sulla comunicazione delle variazioni dell'orario (contro l'abuso del part time), sul lavoro a chiamata, sulla definizione del contratto “a progetto”, sulla equiparazione delle partite Iva “finte” al lavoro subordinato (in presenza di determinati e stringenti requisiti, su compensi, orari e vincoli di subordinazione). È per questa via che passerà l'auspicata lotta alla precarietà, in favore soprattutto dei più giovani: dando per scontato che sia questo quel che vogliono i giovani “nativi flessibili”, ossia tutti coloro che hanno imparato a lavorare e convivere con una buona dose di flessibilità. E che magari vorrebbero essere posti in condizione di minore ricattabilità da parte del datore di lavoro, piuttosto che la stabilizzazione, dei cuscinetti protettivi tra un contratto e l'altro. Ma è importante ricordare che questa condizione di ricattabilità, che accomuna tutti i giovani precari, è particolarmente pesante per le giovani donne, ricattabili anche per via della potenziale maternità: il 43% delle donne con meno di 40 anni, secondo una ricerca di MaternitàPaternità, non ha alcuna copertura in caso di maternità. La copertura universale per maternità resta un obiettivo lontano; ma almeno, secondo quanto ha dichiarato la ministra Fornero, nell'articolato della riforma ci sarà il ritorno di regole contro l'odiosa pratica delle dimissioni in bianco, che colpisce soprattutto le donne in gravidanza.

In questo quadro, è cruciale capire il diverso uso degli ammortizzatori sociali tra uomini e donne, e dunque il diverso impatto che la riforma avrà. Ci limitiamo per ora all'analisi del trattamento della disoccupazione. Già la composizione della platea dei disoccupati, se scomposta per sesso, ci dice una cosa molto chiara: tra i disoccupati maschi, più della metà sono ex-occupati; mentre solo il 36% delle disoccupate ha perso un precedente lavoro, tutte le altre sono in cerca di prima occupazione o escono da una situazione di inattività (v. tabella 1).

 

Tabella 1. Numero di disoccupati per tipologia (in migliaia)

 

 

Maschi

Femmine

 

VA

incidenza %

VA

incidenza %

Ex-occupati

552

56.0

338

37.0

Ex-inattivi

182

18.5

266

29.1

In cerca di prima occup.

252

25.6

310

33.9

Totale disoccupati

986

100.0

914

100.0

 

 

Fonte: Istat. III trimestre 2011

 

E poiché l'attuale sistema degli ammortizzatori sociali copre solo chi ha perso un lavoro, già configura una posizione relativamente più debole delle donne, sovra-rappresentate nella categoria delle “entranti”.

Chi invece un lavoro ce l'aveva e lo ha perso, può trovarsi a godere di una serie di tutele di diversa portata e forza: il trattamento di disoccupazione ordinaria, l'indennità di mobilità, le varie forme di cassa integrazione. Nel 2010 le donne erano beneficiarie di quasi la metà delle indennità di disoccupazione ordinaria (e prima della crisi ne avevano una quota anche più alta, prossima al 60%), del 37,6% della mobilità, del 29% della cassa integrazione. Dunque, le donne ex-occupate tendono a essere sovra-rappresentate nel campo degli ammortizzatori a tutela “debole”, e meno presenti tra quelli più forti – anche se il 2010, con l'estensione della cassa integrazione in deroga al settore del commercio, ha un po' cambiato i pesi, essendo prima la Cig concentrata su settori a occupazione prevalentemente maschile (si veda la scheda sulla suddivisione di genere degli attuali ammortizzatori sociali). 

Se poi usciamo dal mondo del lavoro dipendente (a tempo indeterminato e a termine) ed entriamo nel vasto mondo del lavoro atipico, non coperto dall'attuale sistema degli ammortizzatori sociali – collaboratori a progetto, occasionali, finti autonomi, stagisti – si conferma una sovrarappresentazione femminile nel popolo dei “senza tutele”. Come si può vedere nella tabella 2, la presenza femminile è più forte di quella maschile sia tra i lavoratori dipendenti a termine, che tra quelli che la rilevazione Isfol-Plus identifica come “finti autonomi” (che sono tutti coloro che hanno un contratto di lavoro formalmente indipendente, ma presentano almeno quattro su un totale di sei parametri che indicanovincoli di subordinazione: orario, obbligo di presenza sul luogo di lavoro, etc.).

 

Tabella 2 – La distribuzione dell’occupazione per tipologia contrattuale e sesso (%)

 

Nord

Centro

Sud

Totale

Uomini

 

 

 

 

1. Dipendenti a tempo indeterminato

66

63

61

64

2. Veri autonomi

23

25

25

24

3. Lavoratori dipendenti a termine

7

7

9

7

4. Finti autonomi

4

5

5

5

Totale non standard (3 + 4)

11

12

14

12

Donne

 

 

 

 

1. Dipendenti a tempo indeterminato

73

70

66

70

2. Veri autonomi

12

12

12

12

3. Lavoratori dipendenti a termine

10

12

14

12

4. Finti autonomi

5

6

8

6

Totale non standard (3 + 4)

15

18

22

18

 

Legenda: I dipendenti a termine comprendono Lavoro a tempo determinato, Apprendistato, Contratto formazione lavoro; Contratto d’inserimento; Lavoro interinale (di somministrazione);  Job sharing (lavoro ripartito); Lavoro intermittente (a chiamata); stage, tirocinio e pratica professionale. I Veri autonomi comprendono i lavoratori con  contratti di lavoro indipendente (collaboratori, P. IVA, Imprenditori, ecc.) con  meno di 4 vincoli di subordinazione. I Finti autonomi comprendono i lavoratori con  contratti di lavoro indipendente con almeno 4 vincoli di subordinazione. Si veda anche il Comunicato Stampa Isfol 11/1/ 2012

Fonte: Isfol Plus

 

I dati Inps sui collaboratori parasubordinati confermano il fenomeno, in particolare sulle fasce d'età più giovani: se nel complesso i parasubordinati maschi sono di più delle donne (838.560 contro 603.667 nel 2010), la proporzione si ribalta sotto i 29 anni (186.209 donne contro 143.590 maschi).

Dunque, le donne sono svantaggiate dall'attuale sistema degli ammortizzatori sociali, e continueranno ad esserlo finché non ci sarà un sostanziale e corposo allargamento degli ammortizzatori a copertura degli outsiders. La bozza di riforma licenziata dal governo ventila questo allargamento, ma lo rimanda al 2017 e non ne precisa i contorni. Un esempio è l’indennità di disoccupazione ordinaria (che si chiamerà ASPI o Assicurazione Sociale per l’Impiego): coprirebbe anche i contratti a termine, pubblici e privati, ma questo vale anche per l’attuale indennità di disoccupazione (vedi scheda). I requisiti per l’accesso, poi, rimarrebbero alti – due anni di anzianità assicurativa e 52 settimane di contribuzione nell’ultimo biennio. C’è una cosiddetta mini-Aspi dai benefici ridotti cui si accederebbe con 13 settimane di contribuzione nell’ultimo anno, equivalenti a 3 mesi, ma anche questa assomiglia alla indennità di disoccupazione a requisiti ridotti. Un secondo esempio è l’estensione dell’attuale Cassa integrazione ordinaria a tutti i settori, incluso il terziario, bastione dell’occupazione femminile. Contemporaneamente però viene abolita la Cassa di integrazione in deroga che è servita, per l’appunto, a coprire il terziario nel corso di questa crisi.

Insomma, la direzione che si vuole perseguire è quella giusta ma i tempi sono lontani e la reale portata dell’allargamento ancora molto incerta. Il nodo di fondo qui sono le risorse a disposizione. Il governo assicura che dispone di 1.7 miliardi, veri, circa lo 0.1% del PIL per finanziare l’allargamento della platea dei beneficiari di questo o quell’ammortizzatore. Tanti? Guardiamo al sistema tedesco, spesso evocato, da più parti, come modello da seguire. Nel 2009 – al secondo anno della crisi, quando ancora il tasso di disoccupazione tedesco e quello italiano erano uguali, al 7,9% - la Germania spendeva per gli ammortizzatori sociali l'1,9% del suo Pil, l'Italia lo 0,8%. Con lo stanziamento aggiuntivo raggiungeremmo poco più dello 0,9%, il che fa intravedere l'enorme quantità di risorse che bisognerebbe mettere sul tavolo per avvicinarsi davvero a un sistema che coniughi flessibilità e sicurezza.

 

Aggiornamento. Il testo del ddl, pubblicato dal governo il 5 aprile 2012

Commenti

Inviato da Anonymous (utente non registrato) il

L’attuale riforma del mercato del lavoro mi sembra come spesso accade in Italia una combinazione confusa di ingredienti che continuano a disegnare un non modello del mercato del lavoro italiano.
Si sta tentando, come spesso accade in questo paese, di far passare la riforma come un avvicinamento all’Europa, in particolare ad alcuni paesi virtuosi come la Germania e la Danimarca, ma si dimentica di raccontare la verità fino in fondo sul funzionamento di questi modelli.
Prendiamo ad esempio la Danimarca, riconosciuto modello di flexicurity dalla strategia europea per l’occupazione. Alla base del mercato del lavoro danese tre ingredienti che devono necessariamente stare insieme per garantire crescita e coesione sociale:
- flessibilità in uscita: in sostanza assenza di protezione del posto di lavoro
- presenza di un’indennità di disoccupazione universale che copre tutti coloro che vengono espulsi dal mercato del lavoro (per un max di due anni e con elevati livelli di indennizzo)
- ampie politiche attive del lavoro basate su due principi: il lavoro prima di tutto (principio alla base delle politiche per l’occupazione dei giovani), riqualificazione (in particolare dei lavoratori over 55 anni che devono essere reinseriti nel mercato del lavoro).
Questo modello disegna il sistema di welfare danese che, con un’elevata presenza di servizi garantiti dal settore pubblico, ha permesso il raggiungimento di un tasso di occupazione femminile tra i più elevati in Europa, superiore al 70%. L’elevata occupazione delle donne danesi è possibile infatti grazie alla presenza di ampi servizi per la cura (che a sua volta rappresentano bacini di impiego e di crescita del PIL), che favoriscono la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro. I servizi per l’infanzia 0-2 anni ad esempio coprono il 64% dell’utenza ed il Comune ha l’obbligo di garantire un posto al nido. Non conosco esattamente il tasso di inserimento dei bimbi in questa fascia di età nel nostro paese ma ad esempio in Toscana (una regione virtuosa dal punto di vista dell’erogazione dei servizi) per la fascia di età 0-3 anni la copertura è intorno al 30% (vicina all’obiettivo di Lisbona del 33%).
In Danimarca esiste inoltre una cultura aziendale che vede il benessere lavorativo al centro delle politiche del personale: l’equilibrio vita lavoro rappresenta pertanto un elemento alla base dell’organizzazione del lavoro con la finalità di poter disporre di lavoratori e lavoratrici più produttivi ma anche più felici (esistono numerose ricerche che evidenziano la presenza di un circolo virtuoso tra cultura aziendale più vicina ai bisogni della persona, aumento della produttività del lavoro, contrazione del tasso di assenteismo e del turnover, etc).
Ma cosa rende possibile tutto questo?
- al centro della società danese la persona a cui il settore pubblico deve garantire una serie di servizi ed opportunità, che non vengono delegati alla famiglia (e conseguentemente alle donne come spesso accade nel nostro paese): come sottolineato da P. Flora lo stato si fa cura della persona dalla culla alla tomba
- elevata tassazione e assenza di evasione fiscale e contributiva: in Danimarca tutti pagano e questo permette il finanziamento di questo sistema costoso di ammortizzatori sociali e di servizi pubblici
- basso livello di corruzione (inesistente se paragonato all’Italia) e meritocrazia. In sintesi la presenza di un’etica del lavoro che nel nostro paese è fantascienza: al contrario qualora sia presente viene ritenuta stupidità, per dirla con una parola che va di moda in questi giorni chi ha un’etica del lavoro è “un pirla” (però non è un’offesa).
Io che sono una “partita IVA truccata” non riesco pienamente a capire i vantaggi dell’articolo 18 e potrei in linea di massima anche essere d’accordo sulla sua modifica. Io sono abituata a perdere e ritrovare continuamente lavoro, a me non fa paura la flessibilità, mi fa paura l’assenza di un ammortizzatore sociale che mi permetta di sostenere i miei progetti di vita, mi fa paura l’assenza di un riconoscimento meritocratico, pensare di avere di fronte aziende che non comprendono l’importanza di investire in modo permanente su persone qualificate, mi fa paura la carenza/assenza di servizi pubblici.
Ma soprattutto ho paura che questa riforma sia l’ennesima presa in giro per abolire – senza una contropartita positiva– le ultime conquiste del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici, so bene infatti che alla perdita di diritti per qualcuno non corrisponde mai l’aumento di diritti per altri, ma soltanto un abbassamento delle tutele e dei diritti per tutti. In particolare il Governo offende la mia intelligenza quando sostiene che con la flessibilità assisteremo ad una ripresa degli investimenti. Io da buona marxista – keynesiana so bene che gli investimenti riprendono per effetto della ripresa della domanda e nessuna flessibilità può spingere al rialzo la domanda effettiva se non ad esempio una ripresa dei consumi legata ad una maggiore disponibilità di reddito, in sintesi ad un aumento dei salari/stipendi reali. Sinceramente non vedo niente di tutto questo nella riforma, almeno nell’immediato, e nel lungo periodo, come diceva Keynes, “siamo tutti morti”.

Carla Gassani

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