Articolofinanza pubblica

Nove miliardi per chi?
Il sesso della Finanziaria

Il dibattito sulla manovra è limitato, e non solo per colpa dei voti di fiducia. Mettendosi gli occhiali giusti, si legge meglio di che genere è fatta la finanziaria per il prossimo anno. Alcuni esempi, dai trasporti alla cassa integrazione straordinaria

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Niente rivela le priorità di un governo come le sue decisioni in termini di priorità di spesa e di tassazione; per questo motivo l’approvazione della legge finanziaria è uno dei momenti cruciali del confronto politico. Anche quest’anno, con l’imposizione della fiducia, il dibattito nelle sedi istituzionali è stato limitato, ma non sono mancati gli echi delle voci forti e chiare dei vari portatori di interesse. Nessuna voce, come di consueto, si è invece fatta sentire per richiamare il governo agli impegni verso la uguaglianza di genere. In Italia nessuno è così ingenuo da pensare che le decisioni della Finanziaria siano neutre rispetto alle disuguaglianze sociali, ai settori produttivi, alla divisione Nord-Sud, ma c’è un silenzio assoluto sull’impatto delle politiche di bilancio sulla disuguaglianza tra uomini e donne per la quale il nostro paese vanta poco invidiabili primati.1

Non è così in altri paesi europei dove le leggi di bilancio sono valutate anche in una prospettiva di genere. Nel Regno Unito è attivo dal 2000 il Women’s Budget Group (www.wbg.org.uk), un comitato di esperte/i indipendenti e autofinanziati che in via ufficiale sottopone ogni anno al governo laburista un commento alla finanziaria. Per esempio, l’anno scorso ha condannato l’abolizione dell’aliquota per la fascia di reddito più bassa - dove le donne sono sovrarappresentate – sostituita da un credito di imposta al capofamiglia, generalmente uomo, giudicando questa misura dannosa per l’indipendenza economica femminile e per la lotta alla povertà infantile. Nei paesi nordici come Finlandia e Norvegia la valutazione in un’ottica di genere della legge di bilancio fa parte del percorso istituzionale della sua approvazione. In Svezia nel 2004 è stato lanciato un piano di sei anni per introdurre a tutti i livelli governativi la consapevolezza della non neutralità delle loro decisioni. Più di 120 provvedimenti sono stati valutati in un’ottica di genere e per questo scopo il ministro delle finanze è affiancato da 4 responsabili del coordinamento delle varie aree governative. Inoltre dal 2003 la presentazione del bilancio dello Stato al parlamento è accompagnata da una speciale appendice che analizza a fondo un aspetto della disuguaglianza tra uomini e donne. Per esempio, è stato calcolato il diverso costo della genitorialità per padri e madri in termini di mancato reddito da lavoro e, costruendo sui risultati di questo primo rapporto, negli anni successivi sono state analizzate la maggiore debolezza femminile sul mercato del lavoro e le differenze di reddito tra uomini e donne anziani2.

In Italia l’ultimo governo Prodi aveva istituito una commissione di esperti per la valutazione della Finanziaria, ma si è riunita una sola volta ed è stata sciolta dall’attuale governo che si è dichiarato non interessato. Certo che quest’anno la commissione non avrebbe avuto un compito facile. L’impatto di una Finanziaria che muove 9,2 miliardi di euro, tra risorse che arrivano dallo scudo fiscale (3,9 miliardi) e da rimodulazioni di bilancio (a partire dai 3,1 miliardi del fondo del Tfr), e che contiene misure che vanno dal pacchetto welfare alla stretta sugli enti locali, dai rimborsi Ici ai Comuni al Patto sulla salute, dalla Banca del Sud al credito d'imposta per la ricerca, ecc., non è facile da valutare, tanto meno il suo impatto dal punto di vista di genere.

Tuttavia, mettendosi gli occhiali giusti, appare sempre chiaro quale tipo di famiglia il governo, coscientemente o meno, stia promuovendo. Stiamo andando verso una famiglia dove il lavoro retribuito e quello di cura sono più equamente distribuiti tra uomini e donne, o si preferisce rafforzare il modello tradizionale, con gli uomini sempre più impegnati fuori casa a lavorare per il mercato e le donne vincolate al lavoro domestico?

Andiamo per esempio a guardare le spese per le infrastrutture che sono cruciali per la mobilità dei cittadini. E di conseguenza – aggiungiamo noi – anche per l’organizzazione della famiglia. Un’indagine del 2006 che ha confrontato l’uso del tempo in 9 dei principali paesi europei ha rilevato che gli uomini italiani sono quelli che svolgono meno lavoro domestico e impiegano più tempo negli spostamenti.2 Sono impegnati negli spostamenti 22 minuti al giorno più delle donne (media nazionale del 2002, valida anche per i piccoli centri, e che sarebbe interessante conoscere per le sole aree intorno alle grandi città). D’altro canto le giovani donne occupate che vivono in coppia (25-44 anni) sono riuscite dal 1988 al 2002 a diminuire di mezz’ora al giorno il tempo dedicato al lavoro domestico, scaricandolo in parte sui partner e in parte all’esterno, ma non hanno guadagnato tempo libero perché il risparmio è stato assorbito dagli spostamenti. Sappiamo del resto che la necessità di non sprecare tempo per andare al lavoro, quando già il lavoro di cura assorbe molte risorse, limita le scelte lavorative delle donne ed è un ostacolo alla loro partecipazione al mercato del lavoro. Il problema probabilmente si va aggravando, con l’espulsione dalle città delle giovani coppie a cause dei prezzi elevati delle case e degli affitti. Un eccellente rapporto di Legambiente appena uscito, Pendolaria,3 stima l’aumento dei pendolari delle ferrovie extraurbane dal 2007 al 2009 in 200.000 unità che arrivano a 2.630.00 al giorno (peccato che i dati del rapporto non siano MAI disaggregati per sesso). Tuttavia la Finanziaria 2010 conferma l’Italia come l’unico paese in Europa che finanzia strade e autostrade con risorse pubbliche che sono doppie rispetto a quelle previste per le ferrovie nazionali e regionali. In questi tempi di vacche magre si sono trovati 400 milioni di euro di sussidi agli autotrasportatori e 470 milioni per il Ponte sullo Stretto che si sommano a 1,2 miliardi di euro già stanziati dal Cipe. Inoltre per le opere ferroviarie il 70 per cento delle risorse necessarie per coprire il costo dell’opera restano ancora da reperire; questo è vero solo in misura inferiore al 40 per cento per le opere stradali.

Questo degli investimenti in infrastrutture è solo un esempio relativamente piccolo, anche se significativo. Ci sono altri esempi più eclatanti di come la Finanziaria abbia un impatto sulla disuguaglianza di genere, come la stretta sugli enti locali - provincie e comuni - che nel prossimo triennio otterranno 229 milioni in meno. I Comuni sono i principali responsabili della fornitura di servizi sostitutivi del lavoro di cura. A titolo esemplificativo, il bilancio di previsione del comune di Modena per il 2009 prevedeva oltre 90 milioni in investimenti e circa 200 milioni di euro di spesa corrente, di cui 107, pari a più del 50%, destinati a servizi per famiglie, persone in difficoltà e sistema economico locale. Se il fabbisogno di questi servizi non è soddisfatto dagli enti pubblici, sarà la famiglia, cioè ancora quasi unicamente le donne, a doversene fare carico, dato che il ricorso al mercato non potrà essere molto ampio per l’impoverimento costante delle famiglie italiane nel tempo.

Potremmo proseguire negli esempi con la proroga della cassa integrazione in deroga, ricordando che la quota di donne in cassa integrazione ordinaria tra gennaio e luglio 2009 era del 21 percento contro il 79 per gli uomini; e quella in Cigs e in deroga era del 34 percento contro il 66 per gli uomini.4 Scegliere di favorire la Cassa integrazione come ammortizzatore sociale, quando per esempio le donne sono il 56 per cento dei lavoratori a progetto e sono sovra rappresentate tra quelli a tempo determinato, conferma il modello di famiglia sottostante questa Finanziaria: gli uomini sempre più impegnati lontano da casa a guadagnarsi il pane e le donne limitate nella loro autonomia e libertà. Niente male per una Finanziaria apparentemente “neutra”.

NOTE

1 Secondo l’indice di uguaglianza di genere costruito da un gruppo di esperti per i paesi dell’Unione Europea, siamo nel gruppo degli ultimi della classe in compagnia di Grecia, Malta, Cipro e Spagna. Si veda Plantenga J. et al. 2009, Towards a European Union Gender Equality Index, Journal of European Social Policy , Vol. 19: 19-33.

2 Sabbadini L.L. e Romano M.C., Principali trasformazioni dell’uso del tempo in Italia, presentazione, Torino 2006

3 Legambiente , Pendolaria 2009, www.legambiente.eu/documenti/2008/1022_pendolaria09/index.php

4. Stime su dai INPS riportate in Carfagna e Sacconi, Italia 2020: Programma di azioni per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro, 1 dicembre 2009.