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Le parole per capirlo,
alfabetizzare ai diritti

Foto: Unsplash/ Amador Loureiro

Conoscere i diritti è fondamentale per tutte, ancora di più se si è rifugiate, richiedenti asilo, migranti. Per questo è importante avviare percorsi di alfabetizzazione che partano dalla lingua e dalle parole per capirli

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Da settant'anni il rifugiato è maschio, eppure a chiedere protezione internazionale sono anche e soprattutto le donne. Un diritto davvero sensibile al genere deve allora partire da una domanda: perché una donna nel 2017 decide di fuggire dal proprio paese?

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L'associazione Differenza Donna propone percorsi di "alfabetizzazione ai diritti" per donne rifugiate, richiedenti asilo, migranti e anche italiane. Perché? Cosa significa oggi, in Italia, "alfabetizzare ai diritti" coloro che sono accolte presso i centri antiviolenza, le case rifugio, le scuole di italiano per migranti, i centri Sprar e più in generale il mondo sociale e istituzionale che si impegna per l'autodeterminazione e l'inclusione socio-economica delle donne?

Immagina di essere una donna migrante, di essere quindi non solo stata proiettata in un contesto socio-economico e culturale diverso da quello conosciuto nel tuo paese di origine, ma anche di aver subìto discriminazioni, in quanto femmina, fin dalla primissima infanzia, e di aver subìto poi ripetute violenze e umiliazioni, nel corso del tuo viaggio per arrivare in Italia e con molta probabilità anche al momento dell’arrivo, e poi ancora, nel tempo che è seguito. I dati delle ricerche più recenti non lasciano purtroppo spazio a dubbi: l’80% delle donne sbarcate in Italia nel 2016 ha subìto violenza sessuale, ha dovuto sottostare alla brutalità dello sfruttamento della prostituzione o del cosiddetto surviving sex – prestazioni sessuali in cambio del costo di ogni tratta del viaggio, di acqua nel deserto, per non ricevere botte nelle prigioni Libiche, o per non essere buttate a mare dai barconi[1].

Immagina di trovarti immersa in una lingua che non capisci, di vedere scritte che non sai decifrare, uniformi che ti fanno paura, vestiti che non potresti comprare nemmeno in tre anni di lavoro, sguardi che ti fissano o che si distraggono, strutture labirintiche, recinzioni e un’organizzazione del tempo quasi meccanica.

Immagina di sentirti dire – come accade alle migliaia di Nigeriane, anche di 13 anni, che arrivano in Italia ogni anno  che devi ripagare un debito di oltre 50.000 euro agli sfruttatori che ti hanno fatto venire in Italia, che l’unico modo che hai per ripagarlo è sottometterti al racket della prostituzione e che se non lo fai uccideranno una persona che ami nel paese che hai lasciato.

Come fai a immaginare di avere dei diritti? Sei, letteralmente, spaesata. Strappata al tuo paese e catapultata in un territorio di cui non conosci né regole, né linguaggi, né mappe. Di cui temi tutto e non conosci nessuno.  

Ma non finisce qui: decreto, prefettura, PM, servizi sociali, COL, ASL, tirocinio, borse lavoro, consultori, articolo 18 bis, appello, querela, rete territoriale, sorellanza, strutture, Isee, autonomia e via dicendo, sono tutte parole appartenenti a un linguaggio lontano dalla vita reale delle donne – della maggior parte di noi – che non ha avuto accesso a questo tipo di educazione alla cittadinanza. Perché a scuola non lo insegnano, perché a casa non se ne parla, perché i social media si focalizzano su altro, perché la televisione e i giornali lo danno per scontato, perché se paghi puoi affidarti a un professionista, perché non hai sentito l’importanza di informarti, perché il lavoro precario e le responsabilità familiari ti obbligano ad altre urgenze, perché vieni dal pianeta Terra, e il mondo dei diritti sta troppo spesso su Marte.

Un tempo, un importante motto di noi femministe era: "le parole per dirlo".  Lo usavamo per sottolineare la necessità di trovare le parole per denunciare la violenza e, prima ancora, per osare nominarla, anche a noi stesse e alle nostre amiche. 

Il motto resta attuale, come purtroppo resta attuale la violenza, ma non basta.

Non basta perché il mondo delle donne è cambiato, per molte ragioni. Qui ne analizziamo solo tre, che ci sembrano particolarmente rilevanti:

  • Oggi si parla della violenza di genere molto più di un tempo, e se ne parla anche in ambiti e ambienti in cui fino a trent’anni fa era quasi impensabile, perché era considerata “normale”.
  • La capacità di risposta delle istituzioni, della società civile, del movimento delle donne, è cambiata: seppur con molte difficoltà, rigurgiti e cancrene di patriarcato, a volte mascherato da burocrazia, a volte da realpolitik, è cambiata in meglio.
  • In Italia ogni anno subiscono discriminazione, sfruttamento sessista e violenza di genere migliaia e migliaia di donne rifugiate, richiedenti asilo e migranti, con o senza documenti, di prima o seconda generazione, arrivate da molti anni o da poche ore, con e senza figli/e, sposate o no, con partner migranti o italiani, ma provenienti per lo più da contesti di povertà materiale, istituzionale – per dittature, ingerenze religiose, assenza di welfare – culturale e relazionale, e con spazi troppo esigui per i diritti di genere.

In sintesi, il contesto di genere in Italia è cambiato: è palese, la società e le istituzioni devono tenerne conto, ma ancora troppe donne – di cui oltre 40.000 arrivano ogni anno solo dagli sbarchi di migranti  non hanno il potere di scegliere e agire liberamente, perché non hanno informazioni adeguate su diritti, servizi, responsabilità e conseguenze delle loro possibili scelte.

Le donne migranti, come del resto la maggior parte delle migliaia di "italiane doc" che si ribellano alla normalizzazione della violenza di genere, hanno sì "le parole per dirlo" ma anche se lo dicono a un numero verde, alle forze dell’ordine o a un centro antiviolenza, non hanno spesso "le parole per capirlo". Non conoscono il linguaggio e il funzionamento del mondo dei diritti di genere – o anche solo dei diritti umani, civili e del sistema di welfare che le potrebbe tutelare e sostenere nei percorsi di uscita dalla violenza. 

È per questi motivi che Differenza Donna ha deciso di investire in percorsi di "alfabetizzazione ai diritti" per donne  migranti e non solo migranti. Perché se non sai cosa succederà dopo che l’hai detto – dopo che hai denunciato, formalmente o informalmente, la violenza , non lo dici o se lo dici resti impigliata nell’attesa delle risposte di un sistema che non sai come funziona, che spesso hai esperito per il suo malfunzionamento, e che finisce per diventare assistenzialistico. Così è, infatti, quando ciò che dovrebbe essere un diritto ti viene riconosciuto come favore, da elemosibare con innumerevoli trafile burocratiche e conoscenze "giuste".

Crediamo che ogni donna per essere soggetto del possibile cambiamento della sua vita abbia bisogno di poter scegliere cosa fare e come farlo. Per esperienza sappiamo che per scegliere abbiamo bisogno di conoscere le conseguenze certe, le possibilità e i rischi che si aprono a ogni scelta. Perché siamo noi a pagarne il prezzo. Perché il prezzo, quando si tratta di uscire dalla discriminazione di genere, dalla violenza, dallo sfruttamento sessuale, è altissimo, essendo gravato inoltre, per le donne che hanno figli/e, dalla responsabilità nei confronti di chi si ama di più.

Ecco, per noi offrire un percorso di "alfabetizzazione ai diritti" significa questo: prenderci il tempo per sederci e capire, con ogni donna, dove sta nella mappa di una delle patrie dei diritti umani. Per capire, insieme a lei, quali ostacoli deve affrontare: perché se ha subìto violenza e/o se è stata o è ancora schiava della tratta per prostituzione, deve poter sapere a quale tipo di protezione ha diritto, come può fare per ottenerla, quanto tempo ci vorrà, cosa potrà fare nel frattempo, come si potrà mantenere, dove potrà vivere, quale costo dovranno pagare i suoi cari, e lei stessa. Ricordo ancora, come se fosse ieri, una delle prime donne albanesi che abbiamo accolto, a metà degli anni ‘90. Quando, comprendendo il meccanismo legale che avrebbe potuto liberarla dalla schiavitù del racket della prostituzione nel quale si trovava dall’età di 13 anni, e darle il permesso di vivere nel nostro paese, ci ha detto: "Ora ho capito che io potrei essere salvata, ma se denuncio la Polizia italiana non riuscirà a proteggere mio fratello, che sta in Albania. Se li denuncio, loro lo uccidono. Io mi salvo, la mia anima muore". 

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Oggi, come ieri, se "comprendere è impossibile, conoscere è necessario". 

Molte cose, da allora, per fortuna sono cambiate. Oltre alla speranza abbiamo l’esperienza. E l’esperienza ci dice che ogni donna può avere il potere di cambiare la sua vita e quella dei suoi cari ma, per farlo, deve poter conoscere la mappa spazio-temporale nella quale orientarsi e decidere, per sé e per i/le propri/e figli/e. 

Oltre ai pericoli, per uscire dalle macerie o dalle sabbie mobili, ogni donna deve conoscere, di questo pianeta Marte, le strade percorribili e quelle senza uscita, i passaggi a livello, le precedenze, le oasi, i rifugi, i ponti, gli sterrati e i passaggi rischiosi da fare in cordata… deve sapere anche che molte altre donne stanno invadendo queste strade, che può trovare compagne di cammino, e che il cammino, come diceva il poeta, si fa camminando. 

Certo, deve sapere che anche se siamo nel 2017 per noi donne non ci sono scorciatoie sicure e nemmeno corsie preferenziali, e che molta strada è in salita. Poi però dall’alto il panorama si amplia: si vede meglio sia il percorso fatto che quanto resta da fare. È da qui, del resto, che possiamo indicare le strade migliori a coloro che sono da poco sbarcate sul pianeta dei diritti – donne non solo migranti. È da questa cima conquistata a fatica che possiamo mirare a un orizzonte che, come l’utopia, si sposta sempre più in là. 

Ecco, la nostra mappa è costituita dalle parole per capire questo mondo, inseguendo l’utopia di un cambiamento possibile.

Note

[1] Fonti: Differenza Donna, OIM, UNHCR.