Politiche

Inchiesta - I consultori familiari sono luoghi di ascolto dove la violenza si può fermare prima che esploda. Ma questo è possibile se sono aperti, e se funzionano bene con un lavoro d'equipe. Le ragioni, i problemi e il futuro possibile dei consultori nelle parole di Alessandra Kustermann, ginecologa e attivista per i diritti delle donne

Prevenire la violenza.
Se si vuole si può

7 min lettura

Di violenza sulle donne ultimamente si parla più del solito e uno spiraglio di attenzione è stato aperto anche a livello istituzionale, con il voto della camera sulla ratifica della convenzione di Istanbul. Ma al momento nessuno pensa a usare o potenziare in azioni di contrasto quello che c’è già, come i consultori, presidi territoriali che avrebbero la giusta impostazione pratica, investiti del compito di occuparsi della salute delle donne a tutto tondo. Che sulla carta dovrebbero essere anche luoghi di ascolto, essendo dotati di psicologi e assistenti sociali, sottolinea Alessandra Kustermann, ginecologa e storica attivista per i diritti delle donne. In passato ha lavorato nei consultori, è direttore dell'unità di ostetricia e ginecologia della clinica Mangiagalli di Milano, fondatrice e responsabile del centro antiviolenza sessuale e domestica dello stesso ospedale. Continuiamo con lei il nostro ciclo di interviste sul futuro dei consultori (raccolte in questo dossier), parlando delle nuove modalità che la prevenzione potrebbe avere nelle scuole (dove ci si dovrebbe occupare anche di uso di sostanze e dipendenze), e del tipo di relazioni utili che sempre meno si riesce a instaurare (come le visite domiciliari nel post parto). 

Il consultorio può avere un ruolo nel contrasto alla violenza sulle donne?

Sì, può essere un luogo ideale per individuare i segni della violenza domestica, prima di tutto perché si tratta di un luogo di ascolto, in cui operano assistenti sociali e psicologi, e poi perché è un presidio territoriale pensato per essere un punto di riferimento: le donne in teoria vanno almeno una volta l’anno per fare il pap test o per occuparsi della contraccezione.

Che lei sappia è davvero così?

Il centro antiviolenza della Mangiagalli è fatto insieme alle ginecologhe dei consultori familiari: è così da 16 anni e funziona benissimo. Il discorso è sempre lo stesso: se si vuole si può, e dove ci sono amministrazioni sensibili e operatori pronti le cose si fanno, e si fanno bene. Anche in altri posti dove si cerca di mettere in atto azioni contro la violenza sulle donne si tende a coinvolgere gli operatori dei consultori. Queste strutture dovrebbero occuparsi di salute delle donne a tutto tondo, e in effetti sono spesso percepite dalle donne come posti dove parlarne. Certo, si potrebbe regolamentare questo compito, il ministero della salute potrebbe inserire tra i livelli essenziali di assistenza anche le azioni relative alla violenza.

Secondo lei oggi il consultorio ha ancora senso o è un tipo di presidio superato?

No, anzi. Il ruolo dei consultori familiari è fondamentale. Il loro vantaggio è quello di offrire un tipo di assistenza multipla, che va dal versante sociale a quello psicologico e comprende quello sanitario. Credo che sia questo l’aspetto più importante da rilanciare: il ruolo delle equipe e del lavoro su più fronti. Bisogna tornare a considerare la salute come un insieme complesso e interdipendente di aspetti, e non una serie di componenti singole. Andrebbe cioè recuperata l’impostazione che risponde alla legge originaria, che invece oggi è spesso disattesa. In Lombardia per fortuna ci sono ancora molti consultori con equipe complete, ma è noto che in molte regioni il personale è spesso incompleto e mancano molte figure professionali.

Crede che l’offerta di servizi da parte del consultorio sia in qualche caso doppia o superflua rispetto a quella dell’ospedale?

Bisogna fare in modo che gli ospedali tornino a occuparsi solo della patologia e i consultori facciano tutta la prevenzione e seguano gli stati fisiologici, dalla gravidanza alla menopausa: non deve essere l'ospedale a seguire la normalità, mentre per esempio di contraccezione deve occuparsi il consultorio, perché si tratta della vita norma, della consuetudine, non della malattia.

Qual è a suo avviso il rischio principale di lasciar morire i consultori?

Seguire i processi fisiologici in ospedale vorrebbe dire medicalizzare la normalità. Inoltre passando tutto all’ospedale si perderebbe la possibilità di seguire in un certo modo le persone: ad esempio in un ospedale può darsi che non sia sempre lo stesso ginecologo che si occupa della visita in gravidanza, e questo potrebbe indurre molte, o almeno quelle che possono permetterselo, a farsi seguire da un professionista privato. Il consultorio deve quindi assicurare tutti i contatti necessari durante la gravidanza e i corsi pre-parto. Poi però è vitale che ci sia un interscambio forte tra consultorio e ospedale.

Per esempio in che modo?

Negli anni ’90 è stato avviato un importante progetto insieme ai consultori familiari di Milano, la dimissione precoce protetta di mamma e neonato. Allora le partorienti stavano in media 3 giorni e mezzo dopo il parto, noi abbiamo cominciato a mandarle a casa a 48 ore dopo il parto, facendole poi seguire tutte a domicilio da un’ostetrica, che non solo controllava se c’erano problemi, ma era disponibile ad aiutare se c’erano difficoltà con l’allattamento. Quella sperimentazione è andata avanti un paio di anni, poi per risparmiare sui giorni di degenza tutti gli ospedali hanno cominciato a mandare le donne a casa a 48 ore dal parto, ma senza mandare nessun a domicilio! Potrebbe occuparsene un’ostetrica del consultorio, magari la stessa che la donna ha visto durante la gravidanza: in questo modo si potrebbero evitare tante depressioni post partum, tante malinconie. Questo vuol dire lavorare sul territorio, di cui si parla tanto in astratto ma poco in termini reali: un servizio territoriale è davvero un presidio di prossimità, di contatto diretto. I consultori dovrebbero poter ricominciare a seguire la fase post parto, oltre a offrire corsi pre-parto un po’ più “ampi”.

In che senso?

Ci dovrebbe essere una preparazione alla genitorialità. In passato si viveva nelle famiglie allargate, dove c’era sempre qualcuno, una sorella o una cognata, che aveva partorito prima e trasmetteva esperienze e  informazioni  importanti. Oggi si passa la gravidanza un po’ isolate, è un evento super programmato e rispetto al quale si hanno delle aspettative altissime, ci si aspetta il prodotto perfetto del concepimento e poi è chiaro che c’è delusione se un qualsiasi particolare non corrisponde alle attese. Allora qualcuno dovrebbe spiegare ai neo-genitori che per i primi 30 giorni il bambino non sorriderà mai, che insieme alla gioia all’inizio è normale anche la fatica, che può capitare anche di avere problemi nell’allattare: tutta questa pressione per l’allattamento a totale disposizione del bambino porta molte a sentirsi inadeguate. 

Da dove partire per rilanciarne la centralità nel loro ruolo di prevenzione?

Dal tornare a offrire davvero un’offerta di salute davvero completa, con personale sufficiente e disponibile per un numero utile di ore. Per esempio dovrebbe esserci sempre la possibilità di farsi seguire la gravidanza da un’ostetrica e non da una ginecologa, se una donna lo vuole. Bisognerebbe aumentare le risorse per assistere le donne negli aborti volontari, o anche per prevenirli, cosa che si dovrebbe fare ma non con mezzi ideologici. Attenzione: io non sono obiettrice, voglio solo dire che bisogna fare di più e meglio per assistere anche le donne che si trovano di fronte a questa scelta. 

Ci dice una cosa su cui il consultorio dovrebbe innovarsi?

Dovrebbe fare prevenzione delle dipendenze a scuola. È giusto andare nelle scuole a fare educazione sessuale e ai sentimenti, è importante che i giovani si avvicinino ad una sessualità consapevole, conoscendo i rischi di malattie sessualmente trasmesse e gravidanze, ma andrebbe affrontato anche il problema dell’abuso di alcol e sostanze fin da giovanissimi: per ricominciare a fare bene la prevenzione, i consultori dovrebbero ripartire dalle scuole, magari con il supporto degli insegnanti.

Quindi come potrebbe essere adattata per giovani l’offerta del consultorio?

Per esempio sarebbe molto importante per gli adolescenti avere orari riservati a loro, in modo che possano andare con l’assicurazione di non avere la minima possibilità di incontrarci la mamma o un parente. E ovviamente dovrebbero essere orari pensati per loro, cioè non certo la mattina quando loro sono a scuola!

 

Post Scriptum (aggiunto in data 31/05/13): in Lombardia è stato proposto di estendere i compiti del consultorio alla cura anche di anziani, disabili, malati e soggetti fragili in generale. L'edizione milanese di Repubblica ha pubblicato un'intervista a Alessandra Kustermann sull'argomento, a corredo dell'articolo di cronaca in cui si entra nel dettaglio della proposta. 

--

Gli altri articoli pubblicati da inGenere in tema di consultori sono:

Ticket e convenzioni, il consultorio lombardo

Coperta stretta o tappabuchi, dilemmi in consultorio

Pochi e per poche. Consultori al bivio

Che fine ha fatto il consultorio?