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Proteste
iraniane

Foto: Flickr/ Amir Farshad Ebrahimi

Quello delle donne nei movimenti iraniani è un impegno di lunga data. E adesso le donne sono di nuovo in prima fila nelle proteste iniziate a dicembre e che hanno coinvolto più di 70 città

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Chi sono i promotori, quali sono le loro richieste e come ha reagito il governo: sono molte le domande e le congetture sollevate dalla recente ondata di proteste in Iran, la più grande dalla rivoluzione verde del 2009.  Le proteste, iniziate a dicembre 2017 e continuate a gennaio, hanno coinvolto più di 70 città e paesi iraniani, con una dimensione geografica di gran lunga superiore rispetto alla rivoluzione verde. Mentre la rivoluzione verde era scaturita dalla percezione che le elezioni presidenziali (che portarono al secondo mandato di Mahmoud Ahmadinejad) fossero truccate, la miccia che ha fatto scoppiare le ultime proteste è stato l’aumento del costo del cibo e dei servizi, anche se tra gli slogan che hanno accompagnato le manifestazioni c’erano pure quelli che invocavano la caduta del regime. Ad accomunare le due ondate di proteste, quella attuale e quella verde, è la partecipazione numerosa delle donne.  

Quello delle donne nei movimenti iraniani è un impegno di lunga data, durante la rivoluzione del 1978-79 le donne erano sia tra le fila dei sostenitori di un ordine politico islamico (molte di loro indossavano il chador lungo e nero) che tra quelle che combattevano per un’alternativa più liberale e di sinistra. Le proteste delle donne liberali e di sinistra scoppiarono nel marzo del 1979, quando l’ayatollah Khomeini annunciò che preferiva vedere le donne iraniane con l’hijab e possibilmente con il tradizionale chador.  All’inizio del 1981 l’hijab era diventato legge e la combinazione della guerra contro l’Iraq, la crisi degli ostaggi, un periodo di intensa islamizzazione e una repressione feroce di qualunque forma di dissenso resero impossibile alle donne qualunque forma di protesta.  Aspettarono invece l’opportunità giusta per nuove forme di azione che ebbero luogo nel 1988 e alla morte di Khomeini, nel 1989. All’inizio degli anni 90 un gruppo di scrittrici ed editrici iniziò a esplorare la possibilità di un islam ugualitario, emancipazionista e positivo per le donne, che le femministe studiose della diaspora chiamarono “femminismo islamico”. Il giornale Zanan e la rivista di studi di genere Farzaneh, fondati all’inizio degli anni 90, rappresentano questa nuova tendenza intellettuale.  

Ci sono altri due sviluppi che caratterizzano gli anni 90 e che hanno contribuito a trasformare la popolazione femminile iraniana in una delle più istruite e illuminate del Medio Oriente e del nord Africa. Il primo è rappresentato proprio dall’accesso delle donne al sistema scolastico, dall’innalzamento del loro livello di istruzione e, parallelamente, dell’età al matrimonio. Il secondo, riguarda l’accesso alla contraccezione gratuita che ha dato la possibilità alle donne sposate di decidere quanti figli avere. Il risultato è stato che per l’anno accademico 2000-01 le iscritte alle università hanno superato gli iscritti e che il tasso di feconditàtotale[1] è diminuito sensibilmente scendendo sotto il tasso di sostituzione entro la fine della decade. Questi sviluppi hanno scatenato l’interesse delle donne per la politica, portando al numero, senza precedenti, di quindici deputate elette nel quinto parlamento della Repubblica Islamica (1996-2000) e tredici nel sesto (2001-2005). In entrambe le legislature tra le donne elette c’erano riformiste impegnate pubblicamente nella difesa dei diritti delle donne che avevano legami con il movimento delle donne. Questo intanto cresceva e acquisiva un seguito sempre maggiore nella società civile. Le donne ebbero un ruolo fondamentale nell’elezione del presidente riformista Mohammad Khatami (1997-2004). Quando Mahmoud Ahmadinejad, subito dopo essere stato eletto, annunciò la sua intenzione di porre fine a molte organizzazioni non governative, le donne scesero in piazza per la prima volta dal 1979. La protesta del 2005 fu in un certo senso la prova generale della rivoluzione verde del 2009, esplosa in seguito all’inaspettata rielezione di Ahmadinejad: uomini e donne scesero in strada con nastri verdi e cartelli con su scritto “dov’è il mio voto?”   

Negli anni successivi – quelli di Ahmadinejad (2005-2013) e nell’attuale era del riformista Hassan Rouhani che ha vinto le elezioni per un secondo mandato a giugno del 2017 – le donne iraniane hanno continuato a migliorare la propria formazione universitaria, acquisito un maggiore controllo sui propri corpi, viaggiato e resistito sfidando in maniera creativa l’imposizione dell’hijab. Nel 2015 l’età al matrimonio per le donne si era alzata a 24 anni (a 27 per gli uomini) come conseguenza dell’accesso delle donne all’università o al mercato del lavoro. Nel 2015 risultava iscritto all’università il 56% delle donne in età universitaria e il 68% degli studenti delle facoltà scientifiche erano donne. A questo si aggiunga che le donne rappresentano il 35% dei lavoratori del settore pubblico.

Nella tabella in basso vengono riportati alcuni dati che raccontano l’accesso alla salute, inclusa la salute riproduttiva, e mostrano quanto sia forte la previdenza sociale per le famiglie (il governo copre sia i congedi di maternità che di paternità).    

Tasso di mortalità infantile (per 100,000 nati vivi)

23

Tasso di fecondità

1.9

Assistenza prenatale, almeno una visita (%)

97

Nascite assistite da personale specializzato (%)

96

Uso dei contraccettivi (qualunque metodo) (% di donne sposate o in una relazione 15–49)

77

Durata del congedo di maternità retribuito (giornate di calendario)

270

Percentuale di salario percepito durante il congedo di maternità  

67

Durata del congedo di paternità (giorni di calendario)

14

Percentuale di salario percepito durante il congedo di paternità

100 


Bisogna però sottolineare con forza  come il tasso di partecipazione al mercato del lavoro, la partecipazione politica e l’accesso ai ruoli decisionali siano molto bassi, mentre il tasso di disoccupazione femminile (26,5%) è più del doppio di quello maschile. Il tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro è solo del 18%, la rappresentanza delle donne in parlamento si aggira intorno al 2-5%, e la percentuale di donne nella categoria “legislatori, dirigenti e quadri” è solo del 15% (World Economic Forum, Global Gender Gap Report, 2015).

Le statistiche ufficiali, così come i dati internazionali, ci mostrano come le donne rappresentino una percentuale tra il 20 e il 24 per cento dei professori universitari, proporzioni più basse di quelle di Algeria (38%), Tunisia (42%) e Turchia (40%). Inoltre, a differenza di Marocco e Tunisia, che hanno organizzazioni non governative che operano apertamente per i diritti delle donne e che sono state capaci di influenzare le riforme legali e politiche, le autorità iraniane non consentono alla società civile di organizzarsi, e il fiorente movimento degli anni novanta e dell’inizio del millennio, represso durante gli anni di Ahmadinejad, non si è ancora ripreso.

Per troppo tempo la povertà, i problemi di dipendenza da sostanze stupefacenti, gli alti tassi di disoccupazione, la crescente disparità salariale  e le tante restrizioni sociali hanno alimentato l’insoddisfazione sociale. Finché  non avverrà una riforma del regime e non cambieranno le politiche e la cornice normativa, le ondate di protesta continueranno, e le donne saranno sempre più coinvolte.

Note

[1] Il tasso di fecondità totale indica il numero medio di figli per donna.

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