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Tre proposte e
molti auguri

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Si chiude il 2014 e noi, insieme agli auguri, vogliamo farvi un regalo: tre proposte che parlano di crescita, inclusione e benessere. Tre proposte fattibili, che avrebbero un impatto concreto e positivo sulla vita di tutti e tutte.

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Care lettrici e cari lettori,

 vogliamo augurarvi un buon 2015 e lo facciamo alla maniera di inGenere, parlando ancora una volta dei temi economici al centro del nostro impegno. L’augurio più grande è quello di un cambiamento d’impostazione nella politica economica che possa portare a tener conto della qualità della vita di tutti e di tutte, e che aumenti il benessere collettivo non solo in termini di denaro, ma anche di tempo per fare quello che piace. Pensiamo che questa sia una via non solo percorribile, ma anche sostenibile. Sono tre i temi che vorremmo vedere al centro delle politiche economiche per il 2015 e gli anni a venire.

Il primo tema riguarda gli investimenti pubblici che devono essere rivolti anche e in misura massiccia alle infrastrutture sociali ossia a quei servizi che ci permettono di soddisfare interessi e bisogni collettivi e  liberano il tempo delle donne: scuole a tempo pieno, asili, strutture per anziani per una popolazione che già oggi al 16 per cento supera i 70 anni. Portare fuori dalle case parte del lavoro di cura crea molta occupazione (femminile, ma non solo), migliora la qualità della vita di chi già lavora e rende possibile accettare un lavoro per chi lo desidera. Negli Stati Uniti[1] si è verificato un calo dell’occupazione femminile non solo per la crisi, ma anche perché i sostituti del lavoro di cura, quasi sempre privati, sono inaccessibili per molti. Stiamo andando in quella direzione e rischiamo un abbassamento dell’occupazione femminile se non invertiamo la rotta. Non stiamo suggerendo politiche assistenziali: creare sostituti del lavoro di cura è un investimento nelle persone che  promuove anche l’innovazione e la ricerca. Pensiamo a tutti i congegni risparmia-tempo che sono stati escogitati da quando le donne hanno smesso di essere solo casalinghe; pensiamo agli strumenti che possono mantenere gli anziani indipendenti più a lungo. Ma quando oggi in Europa si parla di investimenti pubblici con il chiaro intento di sostenere l’occupazione si ricade sempre sulla costruzione di infrastrutture fisiche. Il piano Juncker,  che secondo stime molto ottimistiche dovrebbe mobilitare  315 miliardi di euro in tre anni,  è rivolto soprattutto  alla diffusione della banda larga e  alla costruzione di  reti energetiche e di trasporto. Eppure diversi studi[2], parlano di come l’impatto su occupazione e povertà degli investimenti infrastrutturali di tipo tradizionale come strade, acquedotti, ponti sia inferiore a quello di progetti di sostegno alla prima infanzia o al lavoro di cura. E come questi ultimi siano invece nel medio termine investimenti produttivi.

Il secondo punto riguarda i salari. Nel dibattito pubblico sulla difesa della dignità del lavoro si è parlato molto di combattere la precarietà dei lavori atipici, in cui le donne sono sovrarappresentate. Ma non bisogna dimenticare che, oltre che instabili, molti dei “nuovi” posti di lavoro sono mal pagati e non danno un reddito sufficiente per vivere. Sono lavori che sfuggono alle regole della contrattazione collettiva nazionale, che stabiliva livelli salariali minimi. In una condizione di debolezza dei lavoratori, le retribuzioni sono crollate. L’Italia è uno dei sette paesi europei che non ha ancora un salario minimo. Siamo favorevoli alla sua introduzione.

Infine, andrebbero riviste l’organizzazione del lavoro e la flessibilità dell’orario di  lavoro che fino ad ora sono state molto sbilanciate dalla parte del datore di lavoro e molto poco dalla parte della  lavoratrice o  del lavoratore. Tutte le volte che si sono sperimentate modalità di lavoro che permettono al lavoratore di organizzare meglio il proprio tempo si sono ottenuti risultati positivi anche in termini di produttività. Ma pigrizia e costi di cambiamento continuano a far preferire un’organizzazione del lavoro rigida, basata sulla presenza nel luogo di lavoro anche quando le attuali tecnologie permetterebbero il lavoro a distanza. Siamo convinte che la conciliazione passi attraverso una riorganizzazione del lavoro per tutti, uomini e donne, tanto quanto attraverso i servizi sociali. I pochi fondi che ci sono per le politiche di conciliazione dovrebbero andare in questa direzione.

Le tre proposte che abbiamo individuato parlano di cambiamenti in atto nella nostra società e di come assecondarli. Sono due in particolare gli aspetti che rendono questi interventi fondamentali. Innanzi tutto, il desiderio fortissimo d’indipendenza economica e realizzazione di sé che le donne europee dimostrano: ce lo confermano il loro impegno nello studio e le statistiche che nell’ultimo decennio hanno registrato un notevole aumento dell’occupazione femminile. Sui vantaggi di questa crescente partecipazione femminile c’è un consenso unanime, perfino il Fondo Monetario Internazionale li ha decantati in un suo studio [3]  e nei pubblici pronunciamenti  della sua presidente, Christine Lagarde.

In secondo luogo va ricordato che un solo reddito per famiglia non è più sufficiente a garantire un accettabile tenore di vita. Uno studio condotto negli Stati Uniti [4] mostra come nelle famiglie a basso reddito il 60% delle madri siano casalinghe, la quota è in aumento rispetto alla fine degli anni Settanta, contro solo il 20% nelle classi di reddito più elevato. La stessa associazione fra famiglie con un solo reddito e basso reddito familiare complessivo è rilevabile in Italia , dove per presenza di famiglie a doppio reddito occupiamo l’ultimo posto tra i paesi europei. E ormai sono le coppie con un doppio reddito quelle che fanno più figli.

Questi che abbiamo ricordato, sono temi su cui inGenere insiste  da tempo, ci auguriamo che il governo se ne faccia carico per il prossimo anno. E a questo augurio ne aggiungiamo uno finale: che a parlarci dei progressi fatti,  alla fine del 2015, davanti alle telecamere, con le bandiere nello sfondo, ci sia per la prima volta  un presidente donna.

 

 



[1] Cf. J. C. Williams e H. Boushey, “The three faces of work-family conflict: the poor, the professionals, and the missing middle”, American progress, 25 gennaio 2010.

[2] Si vedano i seguenti lavori:

- Rania Antonopoulos, Kijong Kim, Thomas Masterson, and Ajit Zacharias (2010), Why President Obama Should Care about “Care”: An Effective and Equitable Investment Strategy for Job Creation

- Hansen S. and L. Andersen (2014), A Gendered Investment Plan, FEPS, Economic Policy

- UK Women’s Budget Group, 2013, To Ensure Economic Recovery for Women, We Need Plan F 

-AK Europa (2013) Extending the right to request flexible working to all: Impact assessment

[4] Cf. J. C. Williams e H. Boushey, “The three faces of work-family conflict: the poor, the professionals, and the missing middle”, American progress, 25 gennaio 2010.